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Andrea Antonioli
12 Gennaio 2021

La triste parabola di Lele Adani

Andrea Antonioli

78 articoli
Da professore a pseudo-bomber il passo è breve.

Vi ricordate i tempi, lontanissimi, dell’ubriacatura collettiva per Adani? Finalmente un opinionista competente, si diceva, e le sparutissime critiche venivano subito stroncate sul nascere: “tenetevi Caressa o i dinosauri della RAI!”. Da allora sembra passato un secolo, un periodo nel quale Lele Adani, dopo l’effetto novità, si è fatto conoscere non più solo per i suoi pregi ma anche per i suoi difetti. Non possiamo però partire dalla fine, e dunque dobbiamo necessariamente fare un percorso a ritroso: fino agli inizi da opinionista Sky di Lele Adani, anzi anche prima.

Daniele Adani diventa commentatore per Sky Sport nel 2012, all’età di 38 anni. Ottiene fin da subito rispetto e consensi perché, sostanzialmente, riesce ad “elevare” il commento tecnico nell’allora palude generica e generalista della narrazione sportiva.

Egli irrompe con tutta la forza di un approccio diverso, non più il bar sport all’italiana ma un’ottica scientifica, internazionale, più attenta alle dinamiche di campo; una manna per gli addetti al settore o pseudo-tali, ma un’impostazione affascinante anche per l’utente medio che si sente responsabilizzato e riconosce la competenza del professionista (atteggiamento simile a quello, riverente e ossequioso, che hanno gli Italiani nei primi mesi di un governo tecnico).

Adani è infatti un esperto di tattica, tanto che persino Mancini lo chiama per fargli da vice all’Inter (lui rifiuta poiché allora preferisce parlare di calcio piuttosto che farlo); dispone inoltre di un’ottima preparazione generale sul calcio, sia su quello sudamericano – approfondito nel lavoro di commentatore per Sportitalia – sia su quello europeo – in giro per il Vecchio Continente conosce una marea di calciatori, almeno tutti coloro che animano quella terrificante competizione nota come Europa League; infine ci mette sempre una profonda passione, capace di coinvolgere lo spettatore e a maggior ragione di veicolare certi messaggi fin troppo “tecnici”.

Per concludere, l’Adani commentatore si fa la sua innegabile (e impeccabile) gavetta: non entra in studio con l’auctoritas di ex giocatori o allenatori alla Capello, Bergomi, Costacurta, Del Piero etc, anche perché il suo curriculum sportivo non è lontanamente paragonabile a quello di questi ultimi – e il pubblico, si sa, è sempre attratto dal grande nome, anche nel commento. Al contrario si forma ai microfoni di Sportitalia con Stefano Borghi rendendo pop(olare) il calcio sudamericano, e guadagnandosi la chiamata a Sky laddove inizialmente commenta le partite minori, per poi ritagliarsi sempre più spazio.


Adani in definitiva risponde a quella volontà di maggiore competenza sia dell’utente medio – che in un primo momento gradisce nuove chiavi di lettura e contenuti, e tendenzialmente non sopporta i “privilegiati” sempre corretti alla Massimo Mauro – sia soprattutto dei nerd del calcio, migliaia di giovani leve che ritengono indegni i vecchi commentatori in quanto non conoscono il nuovo crack 2002 del Genk.

Ebbene nei primi mesi tutti noi avevamo visto e apprezzato l’Adani professionista; poi abbiamo imparato a conoscere l’Adani persona(ggio). Si dice che la qualità principale di un buon narratore sia presentare l’oggetto nascondendo il soggetto, non prevaricare mai l’argomento con la propria ingombrante presenza. Già per questo Adani non potrebbe entrare in una simile benjaminiana categoria, ma c’è molto di più: con il passare del tempo, esaltato dai responsi social e da un folto ma quanto mai labile consenso popolare/virtuale, Lele nazionale sale in cattedra.

Adani si piace, si parla addosso, si gonfia.

Utilizza un linguaggio sempre più tecnico per far vedere ai covercianisti quanto ce l’abbia lungo; espone convintamente la sua (?) filosofia di calcio propositivo, tra l’altro molto confusa e ondivaga; ingaggia duelli all’ultima dialettica con Allegri, vincitore di sei scudetti, ridicolizzandolo come fosse un qualunque matusa del “vecchio mondo” ormai travolto dal progresso calcistico; infarcisce le telecronache con teorie non richieste, giudizi egotici e invocazioni agli uruguagi, al dio del fùtbol e alle madri di non si sa bene chi. Per non parlare del duo da primo banco con Trevisani, Dio ce ne scampi e liberi.

Adani e Trevisani, post muto, video purtroppo con volume: «Sempre loro, l’ultima parola nel calcio è la loro. L’artiglio che graffia, che lascia il segno nella storia dell’Inter!» (ndr, l’Inter fu poi eliminata ai gironi e a passare fu proprio il Tottenham, che arrivò addirittura in finale)

Lele nazionale si sente ormai onnipotente, un vero e proprio membro, con merito, dello star system calcistico. Il suo profilo Instagram diventa letteralmente delirante: fra sforbiciate sul letto e grida sguaiate pro River Plate, performance da vocalist in discoteca a Milano Marittima in cui inneggia alla Garra… Charrùa!, e video da bomber con l’intramontabile Vieri e l’inspiegabile Ventola, Adani si trasforma in un profilo patologico, degno di Freud e dei suoi “Casi clinici. La prosopopea assume via via contorni più inquietanti: sfocia apparentemente nell’arroganza, malgrado chi scrive è convinto che Lele non sia “arrogante” in senso stretto, bensì non pienamente consapevole di quello che stia facendo e dicendo.

Sembra quasi che Adani non riesca a trattenersi, anche quando un bel tacer sarebbe d’obbligo. A partire dalla polemica con Allegri, che Lele continua imperterrito per mesi domandandosi «come mai a un allenatore che ha vinto cinque scudetti (sono 6, ndr) il Barcellona ha preferito Quique Setién che ha allenato Las Palmas e Betis? E come mai l’Arsenal gli ha preferito Arteta, che non ha mai allenato e che era il vice di Guardiola al City?» (tra l’altro si sono visti i risultati di Setièn, esonerato, e Arteta, undicesimo in Premier). Una polemica ormai a senso unico e ripresa pochi giorni fa, quando Lele ha ripetuto il suo refrain per l’ennesima volta dall’alto dei suoi toni risentiti, stucchevoli, mitomani e anche approssimativi:

«IO se vuoi ve lo dicevo prima, cosa serviva, ok? – ndr, ma TU chi, esattamente? – però poi, IL CALCIO (?!) ha scelto». Allora, a parte che qui la ricostruzione di Adani mette insieme le pere con le mele (Flick, Setién, Pochettino, facendoli rientrare tutti in un unico filone e prendendo una toppa colossale) ma soprassediamo sul merito, ché siamo nel campo del soggettivo. Focalizziamoci invece sul metodo, sui toni: caro Lele, ma chi ti credi di essere? Dopo simili interventi viene da chiedersi se Adani abbia un analista, e soprattutto se a quest’ultimo parli (e per quanto tempo) di Allegri.

Max però non è il solo bersaglio: ci sono anche le frecciate ai suoi stessi colleghi, con cui bolla un’opinione di Capello su Cristiano Ronaldo come “cavolata assoluta” e tira in ballo un’ “Italia con meno competenza e tanta polemica”, probabilmente quella rappresentata dal Club di Sky Sport di cui Don Fabio era ospite.

In queste circostanze la sua stessa retorica gli si ritorce contro: intanto per gli attacchi scomposti ad allenatori con bacheche sterminate (non che non si possano criticare, tutt’altro, ma farlo con una simile protervia inficia professionalità e credibilità); e poi per il ricorso a formule generalissime e demagogiche come “l’Italia è questa”: l’Adani osservatore del particolare qui si tradisce, appiattendosi anche lui nel conformismo dell’anticonformismo, sedendosi allo stesso bar sport che vorrebbe redimere o meglio superare. L’unica differenza è che il suo non è più un bar popolare di provincia, ma un salotto elitario di città.

In quei momenti, il partito degli adanisti era ancora maggioritario. Poi Lele ha seguito una parabola “renziana”: dal 41% all’essere un Mastella qualunque (almeno Renzi però decide le sorti del Paese).

Tornando però al tema dell’inconsapevolezza, anche il tradimento dell’epica sudamericana che tanti filo-latinos duri e puri gli imputano non è un proposito doloso, bensì un atteggiamento colposo e parzialmente involontario. Adani non è in malafede quando tira in ballo a sproposito la garra charrua, un concetto profondo che rimanda allo spirito indomito di una nazione, né quando utilizza l’ormai celebre vamos carajo – anch’esso un sentito grido di battaglia, non pensato esattamente per accumulare visualizzazioni tra fondoschiena e seni procaci di veline buttate dentro ad un video straordinariamente anacronista.

Gli stessi lib-lib che l’hanno attaccato per aver partecipato – proprio lui, sostenitore del progresso! –, ad un tormentone maschilista che perpetua l’immaginario di donna-oggetto, non si rendono conto che Lele non fa queste cose con cattiveria o con contezza. Semplicemente tutti noi partivamo da un’opinione di Adani troppo alta “a livello organico” (supercazzola, con scappellamento a destra, ripetuta almeno cinque volte da Lele per descrivere la partita di Dybala contro il Verona). Poi abbiamo imparato a conoscerlo, e senza rancore abbiamo potuto formalizzare i nostri modestissimi giudizi.

Adani ha gettato la maschera da professionista/studioso per diventare anch’egli un personaggio, ‘el filosofo del futbol’ in tutta la sua incoerenza e autoreferenzialità.

Oggi, avendo bruciato il suo consenso, il nostro eroe sa bene che dovrebbe mantenere un low profile, lavorare a testa bassa e spararle grosse il meno possibile; eppure la sua natura erutta implacabile e inarrestabile. Tra insulti in chat privata agli utenti che lo trollano sui social, telecronache auto-referenziali col compagno di merende Trevisani e propaganda ormai di retroguardia sui tanti gol, sale del calcio e della vita, Adani è stato abbandonato persino dalle sue truppe cammellate.

Dall’illuminato e competente professore al “bomber” il passo in effetti è stato breve, molto più di quanto ci aspettassimo: oggi non intendiamo chiedere conto di tutti i “tenetevi Caressa” incassati – ci stavano e anzi pure noi facevamo un po’ troppo i post adolescenti bastian contrari. Assistiamo invece alla parabola di Adani con un pizzico di tristezza e un po’ di rassegnazione: professionalità e sobrietà sono ormai concetti del secolo scorso, dal giornalismo alla politica, mentre l’individualismo esacerbato (ed esasperato) la fa ormai da padrone. Se poi pensiamo che nel futuro ci aspetteranno sempre più Trevisani ed Adani, quasi ci viene da rimpiangere Massimo Mauro. Quasi.

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