Una guerra totale con se stesso e il mondo (governato dagli ebrei).
Ha la scaltrezza dell’animale selvaggio, la freddezza istintiva del predatore, intelligenza feroce come di caimano: fiero, indomito e ostinato, Bobby Fischer trovò negli scacchi l’unica alternativa ad una vita in cattività, il solo argine ad una genialità insostenibile, votata all’autodistruzione. Un test sostenuto da adolescente rilevò in lui un quoziente intellettivo pari a 180 punti: un dato che certamente spiega la sua abilità negli scacchi, ma non gli impedì di abbracciare idee cospirazioniste e misogine, antisemite e filo-terroriste, antisovietiche e insieme antiamericane.
Rinnegò tutto della propria esistenza, a partire dalla propria famiglia: una madre ebrea svizzera emigrata in America, il padre biologico – il fisico ebreo ungherese Paul Nemenyi – e quello ufficiale, Gerhardt Fischer, mai conosciuto. Affermerà in seguito, categorico, «Io non sono ebreo oggi, né lo sono mai stato, e in realtà sono incirconciso». La casa di Brooklyn era il ritrovo per la comunità ebraica locale e per attivisti filo-comunisti, dunque attenzionata dai servizi segreti americani: l’infanzia di Fischer, solitaria ed infelice, fu probabile concausa delle posizioni ideologiche di cui prima, espresse in un’intervista del 2005:
«Gli Stati Uniti sono un Paese illegittimo, proprio come Israele. Non hanno il diritto di esistere. Quel Paese appartiene all’uomo rosso, al nativo americano. È davvero una vergogna essere un cosiddetto americano, perché tutti coloro che vivono lì sono usurpatori, invasori che prendono parte a questo crimine».
Nato a Chicago nel 1943, la prima, isolata gioia familiare è il regalo di una scacchiera da parte della sorella, all’età di sei anni. L’epifania è immediata, il destino ha principio: apprende da autodidatta il gioco degli scacchi, che appena tredicenne lo vede consacrato tra i campioni mondiali. Nel ’56 sconfigge infatti il maestro internazionale Donald Byrne, del doppio della sua età: «il ragazzino complessato si era trasformato in un aspirante al campionato mondiale», appunta Reuben Fine, mentre a 15 anni comincia a trionfare nei tornei americani (ne vincerà 8 su 8).
Lo stile di Fischer, attento, rigoroso e lineare, desta senso di inferiorità e timore negli avversari, ed è perciò definito da molti “Fischer fear”. Ha un intuito assolutamente geniale e, soprattutto, non lascia scampo agli avversari. Sempre Fine scrive: «La sua forza più grande risiede forse nella rapidità e ferocia con la quale punisce qualsiasi errore: una volta in sella, corre dritto allo scopo con spirito vendicativo. Evidentemente questo gli dà anche un grande piacere personale; come disse al giornalista televisivo Dick Cavett: “Mi piace vederli dibattersi”».
Un giovanissimo Fischer affronta Michail Tal’ alle Olimpiadi degli scacchi del 1960 / Foto di Bundesarchiv, Bild
Il suo modo di giocare è del tutto fedele alla propria personalità, cinica e spregiudicata quanto criptica e inconoscibile. Un modo di essere che s’innesta in un periodo storico altrettanto complicato, con la Guerra Fredda che si approssima all’apice di pari passo con il maccartismo made in USA. In un panorama tanto teso, in cui lo sport non è soltanto sport, il mondo degli scacchi è monopolizzato dall’Unione Sovietica, ben attenta ad affermarsi (anche) in una disciplina mentale.
Nel ’62, anno della crisi di Cuba, al Torneo dei Candidati di Curaçao Fischer dà sfoggio della propria personalità: quarto classificato (dietro a tre sovietici), denuncia alla Federazione Internazionale Degli Scacchi (FIDE) combine e brogli sovietici. «I russi hanno truccato lo scacchismo mondiale», tuona con una certa dose di ragione: la polemica ha grande risalto e la FIDE decide di modificare alcune regole. Una serie di migliorie giudicate insufficienti: Fischer per un periodo smette di giocare e si chiude in se stesso, sprofondando nelle sabbie mobili del proprio io. La critica di Fischer, ovviamente, non è solo tecnica o sportiva, ma guarda all’URSS come ad una sintesi di tutti i suoi (anti)ideali:
«Innanzitutto, dobbiamo capire cos’è il comunismo. Voglio dire, per me, il vero comunismo, il comunismo sovietico, è fondamentalmente una maschera del bolscevismo, che è una maschera dell’ebraismo».
Sempre nel ’62, diventa celebre un’intervista in cui manifesta la propria misoginia: «Le donne sono deboli, tutte le donne lo sono, e sono stupide se paragonate agli uomini, non dovrebbero giocare a scacchi. Contro un uomo perdono sempre, non esiste donna al mondo alla quale non potrei dare un cavallo di vantaggio e vincere ugualmente», afferma, salvo poi ritrattare dieci anni dopo. Disinteressato alla fama agonistica e al successo sportivo, ha inizio in questo periodo una serie di rifiuti e clamorosi boicottaggi ai diversi tornei internazionali. Fischer, “il gioco stesso fattosi carne, come Mozart per la musica”, litiga, rilancia, sprofonda nelle sue ossessioni, si consegna allo spreco […]
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