E siamo ancora sul 3 a 3. Questa drammatica partita tra Italia e Germania per l’ingresso in finale. Boninsegna ha saltato Schulz, passaggio…Rivera…RETE! Rivera ancora 4 a 3! 4 a 3 gol di Rivera! Che meravigliosa partita ascoltatori italiani. Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per queste emozioni che ci offrono. Guardate Rivera, la finta che sbilancia Maier. 4 a 3 per l’Italia ha segnato Rivera. E siamo al sesto minuto del secondo tempo supplementare. 4 a 3 per l’Italia.

 

Con queste semplici parole il miglior telecronista calcistico italiano di tutti i tempi, il signor Nando Martellini, descrisse lo storico gol di Gianni Rivera, che permise alla nazionale di battere la Germania Ovest nel “Partido del siglo”, partita del secolo, ai mondiali svoltisi in Messico nel 1970. Rimase la semifinale più importante della storia calcistica italiana fino al 2006, quando, con in campo (quasi) le stesse squadre (la Germania non si distingueva più tra Est e Ovest), gli azzurri si guadagnarono nuovamente la finale, stavolta risultando campioni. Ma torniamo al 1970.

 

Quello che è stato uno dei gol che più verranno ricordati dai calciofili del Belpaese venne raccontato senza essere descritto. Il calcio era più lento, compassato. L’azione del gol del 4 a 3, che parte dal calcio d’inizio battuto da Domenghini e De Sisti, dura 20”. Escludendo il tocco iniziale sono solo cinque passaggi (De Sisti – Rivera, Rivera – De Sisti, De Sisti – Facchetti, Facchetti – Boninsegna, Boninsegna – Rivera) praticamente al rallentatore che Martellini inizia a raccontare…dall’ultimo!

“Boninsegna ha saltato…Schulz (un attimo di esitazione per riconoscere il n.5 tedesco), passaggio…Rivera…RETE!”.

 

Un racconto oggi inconcepibile 

 

Senza le immagini sarebbe impossibile comprendere l’azione, ed a quell’epoca (provare a riguardarsi una qualsiasi partita, oggi disponibili su YouTube, per credere) tutte le partite venivano grossomodo non-descritte, le azioni erano commentate quasi solo ripetendo i nomi dei calciatori che tenevano la palla. Ed il gioco, ricordiamo, era molto lento. No, Martellini e soci non rischiavano di perdere la voce!

 

Già, perché in quegli anni il telecronista di calcio era molto diverso da quello attuale. Per prima cosa era uno solo (oggi c’è il cronista principale accompagnato dal commentatore tecnico, più due/tre da bordo campo coordinati da quello/i in studio); in secondo luogo doveva rispondere a richieste diverse rispetto a quelle che l’industria dell’intrattenimento pallonaro richiede oggi.

 

Un duo Caressa/Bergomi non può permettersi solamente di nominare i calciatori che toccano palla, ma deve raccontare la partita in modo che lo spettatore si senta coinvolto il più possibile e possa giustificare a se stesso il pagamento del canone RAI o dell’abbonamento (salatissimo) alla pay-tv. Il telecronista del XXI secolo deve essere un creativo. Pensiamo infatti a tutte le terminologie che ora sono entrate nel lessico comune da bar sport: sciabolata (morbida, tesa, disperata, classica), sportellate, mucchio selvaggio, la maledetta (punizione alla Pirlo), per non parlare di quelle inglesi: coast to coast, hattrick, no-look, top player ecc.

 

Parlando di telecronaca, Nando Martellini e Bruno Pizzul

A proposito di duo, qui Nando Martellini e Bruno Pizzul

Rimanendo al duo Caressa/Bergomi (tra l’altro spesso tacciati di faziosità), proviamo a confrontare la telecronaca di Nando Martellini con quella più moderna in una partita simile, la già citata semifinale di Dortmund tra Italia e Germania nel 2006. Ecco come il duo commentò il gol del definitivo due a zero di Alessandro Del Piero:

 

“C: Arriva il pallone, lo mette fuori CÀnnavaro (con un furioso accento sulla prima sillaba che ripeterà anche subito dopo), poi ancora insiste Podolski CÀnnavaro (di nuovo la sillaba accentuata), CAAAAANNAVAROOOOO VIA IL CONTROPIEDE CON TOTTI (la vena si sta chiudendo), DENTRO IL PALLONE PER GILARDINO… GILARDINO LA PUO’ TENERE ANCHE VICINO ALLA BANDIERINA…CERCA L’UNO CONTRO UNO…GILARDINO, DENTRO DEL PIERO, DEL PIEROOOO! GOOOOOOOOOOOOL!!! (la vena si chiude definitivamente) ALEEEEEEEEEX DEL PIEROOOOOOOOOOOOO!!! CHIUDETE LE VALIGIE, ANDIAMO A BERLINO! ANDIAMO A BERLINO! ANDIAMO A PRENDERCI LA COPPA! ANDIAMO A BERLINO!

 

B: uno spettacolo, uno spettacolo… loro tutti avanti, distrutti… siamo ripartiti alla grande! Ha fatto un gol Del Piero… l’aveva sbagliato così nel duemila contro la Francia in finale… qui non l’ha sbagliato, l’ha messo dentro! (un ancora compassato Bergomi cerca di mantenere l’aplomb).

C: È FINITA, È FINITAAAAA!!! CHIUDETE LE VALIGIE AMICI, SI VA A BERLINO BEPPE! SI VA A BERLINO BEPPE

B: ANDIAMO A BERLINO! (qui invece, improvvisamente ed in modo totalmente inspiegabile, l’ex-interista impazzisce ed aumenta di quattro o cinque toni la sua voce, forse perché afferrato per i testicoli dal suo compagno di merende?)

C: ANDIAMO A BERLINO BEPPE!!!

 

Caressa concluse quel minuto di esagitazione con la storica frase che forse anche Georgij Konstantinovič Žukov pronunciò rivolgendosi a Iosif Stalin il 15 novembre 1944, quando al Maresciallo dell’Unione Sovietica venne dato il comando per la definitiva operazione per la conquista di Berlino (forse il parallelismo è un tantino esagerato, lo ammetto).

 

Lì cominciò il “mito” di Fabio Caressa 

 

Ma, a mio parere, fu anche esagerata la carica adrenalinica che caratterizzò quei minuti, quella partita, quel trionfale Mondiale. Ai più “anziani” sovverrà come Martellini, dopo la finale di Madrid del 1982 (ancora la Germania!), in cui pronunciò la storica frase “CAMPIONI DEL MONDO” per tre volte, con un’enfasi a lui sconosciuta ed insolita, quasi si scusò imbarazzato, spiegando che si era tenuto in gola quel grido dai mondiali persi nel 1970. Altri uomini, altri tempi.

 

Oggi il calcio è un business nemmeno paragonabile a quello di 40, 50 anni fa, e tutto ciò che gli ruota intorno deve adeguarsi. I programmi sportivi, i conduttori televisivi, i giocatori fuori dal campo di gioco. Tutto è creato ad arte per servire al tifoso-consumatore un prodotto appetitoso, godibile, acquistabile. Anche questo sport si è adeguato a quanto mirabilmente narrato da Guy Debord nel suo La società dello spettacolo («Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini»), ma uno studio dello show business calcio partendo dall’opera del filosofo francese meriterebbe una trattazione a parte.

 

Rimanendo all’argomento qui trattato, non si può certo pensare che i telecronisti non cambiassero mai, che le cronache delle partite rimanessero quelle degli anni ’70. Il calcio è cambiato ed anche il suo racconto lo è. Ma concedetemi di dire, almeno, che gli interpreti di tale nuova narrazione non sempre siano i migliori possibili.