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8 Giugno

Bernie Ecclestone, il Napoleone della Formula 1

Giacomo Cunial

41 articoli
Un uomo che ha segnato un'epoca.

Nel Nuovo Testamento, Timoteo ci dice che l’amore per il denaro è la radice di tutti i mali. L’Antico Testamento, invece, ci tramanda che Adamo non fu tentato dal denaro, ma dalla ricerca della ricchezza. La storia di Bernie Ecclestone potrebbe essere riassunta all’interno di questa dialettica Bene / Male in un mondo che, morto Dio, deve fare i conti con superuomini. Le tentazioni più grandi? i soldi. Il pericolo più grande? la morte.

90 anni suonati di vita, 70 anni di attività, Bernie Ecclestone ha speso la sua esistenza alla conquista del mondo, giocando nel campo dell’automobilismo sportivo con l’audacia e la passione che solo le prime rombanti e futuristiche auto da corsa avrebbero potuto ispirare. Dal suo metro e 59 centimetri di altezza è il Napoleone della Formula 1, uno dei personaggi più affascinanti della storia dell’automobilismo.

Bernie Ecclestone è stato imprescindibile per lo sviluppo della Formula 1

Un uomo da prima linea quando andare in circuito era come andare in guerra, ed era facile vedere amici e avversari morire. Su di lui c’è materiale per fare un gran film: una storia più improbabile della trama di Inception e più lunga di Avatar, con la differenza che il mondo dei sogni della F1 è esistito davvero. Ed Ecclestone ne è stato il protagonista.

“Dimentica ciò che gli altri suggeriscono. La maggior parte dei consigli è pura spazzatura che ostruisce la vista su ciò che è veramente importante. Prendi sempre le tue decisioni. Questo è ciò che ci rende umani.”

Nel 1951 son successe molte cose da quando Bernie è nato, nella contea inglese di Suffolk, nota ad alcuni come “God’s Own County”. A Bexleyheath nel Kent, la famiglia Ecclestone si è trasferita prima della guerra e Bernie ha acquistato un’auto da corsa Cooper F3 da 500 cc. Per lo più gareggia a Brands Hatch, il circuito locale, e non è male come pilota. Ma se motorsport is dangerous, lo era profondamente di più in quell’era perduta. Sempre a Brands Hatch ma nel 1953, dopo una collisione con Bill Whitehouse, che in seguito sarebbe stato ucciso in un incidente di F2 a Reims, Bernie è stato sbalzato dall’abitacolo della sua monoposto ed è atterrato direttamente nel parcheggio del pubblico.

Per questo motivo, poco dopo, Ecclestone si ritirò ufficialmente dalle corse automobilistiche come pilota. Successivamente ha intrapreso una serie di iniziative imprenditoriali, dimostrando il suo acume finanziario: gestiva tra le altre cose un concessionario Mercedes-Benz, vendeva auto a star come Shirley Bassey ed era anche uno speculatore immobiliare – lì ha fatto molti soldi.

Bernie, il pilota

Oltre all’indubbio pedigree da affarista, il successo della sua carriera da Deus ex machina della Formula 1 lo deve ai risultati da manager sportivo (team e piloti) ed alla amicizia-alleanza politica con Max Mosley, altro ex pilota, che fu forgiata nel 1971, quando Bernie acquistò il team Brabham.

Negli anni ’70, poi, lo sport della F1 era diviso in due campi. Da una parte c’erano i “garagistas”, le squadre britanniche indipendenti, mentre dall’altra i “grandi”, le tradizionali case costruttrici (Ferrari, Alfa Romeo e Renault per fare degli esempi): inevitabile fu lo scontro da Super Lega contemporanea per il calcio. I garagisti avevano formato la Formula One Constructors Association (FOCA) nel 1974 per rappresentare i loro interessi contro la FIA (Fédération Internationale de l’Automobile), che era e rimane il supremo organo di governo degli sport motoristici mondiali.

La FOCA chiese e ottenne denaro per aiutare tutte le squadre e far crescere il campionato, ma stava diventando evidente che il vero potenziale di guadagno della F1 risiedeva nelle entrate derivanti dai diritti televisivi dello sport.

Nel 1978 era pronta una lunga battaglia sulla questione del controllo dei diritti commerciali dello sport, ovvero i guadagni ricevuti dalla televisione delle gare di F1. Documentare completamente la guerra FIA / FOCA è un’impresa quasi impossibile, basti dire che la sua conclusione definitiva arrivò nel 1987, quando fu costituita una nuova società guidata da Bernie per gestire i diritti commerciali della F1. Quella società, inizialmente chiamata Formula One Promoters Association, è diventata il colosso FOM (Formula One Management), recentemente trasformata in Liberty Media nel 2017 con l’acquisto da parte degli americani.

«Ho un senso dell’umorismo un po’ irriverente. Mi spiace se qualcuno non lo capisce. Capita spesso, soprattutto con gli americani». Sotto il suo governo lo sport è stato completamente trasformato: anche in peggio, senza dubbio, ma molti dei cambiamenti sarebbero avvenuti comunque a causa del predominio della TV nello sport.

Bernie Ecclestone
Un profilo di quella vecchia volpe di Ecclestone

Bernie rimane l’uomo che i fan di F1 moderni amano odiare. Detestabili le piste che ha introdotto, da lì si è attirato le ire di chi lo accusa di aver portato via la F1 dalle sue radici. Ma da quando il diavolo che conosciamo se n’è andato, la F1 non è caduta nelle mani dei fan, ma ancor di più nelle grinfie di coloro il cui unico interesse è il drenaggio di soldi. Niente di diverso dalla gestione Ecclestone? Non proprio.

“La Formula 1 non è razzista, se ci fossero altri piloti neri con i giusti requisiti di talento tutti i team li vorrebbero, e questa verità si può applicare anche ai piloti donna. Ma non mi piace vedere questo sport usato come un mezzo politico.

Se io fossi ancora lì a gestire non permetterei ai piloti di indossare certe magliette sul podio, questo è certo. E di sicuro, al cento per cento, non ci sarebbe l’abitudine di inginocchiarsi prima delle gare. Sono d’accordo che lo sport sia utile per promuovere la diversità, ma non che venga sfruttato per fini politici”.

Bernie Ecclestone

Certo, ha guadagnato un patrimonio sconfinato, ma il suo passato da pilota gli ha fatto conservare nel cuore per tutta la vita quello spirito ancestrale, ed è indubbia la sua passione per questo sport. «Dicono che la Formula 1 sia un mercato, ma non lo è, ovviamente. Il nostro non è un mercato, è uno sport». In futuro, se i “contatori di fagioli” in salsa barbecue avranno tagliato del tutto il cuore alla F1 (in questo senso Stefano Domenicali rappresenta una speranza), allora tutti forse vedranno Bernie sotto una nuova luce. Fama semper vivat!

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