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Altri Sport
13 Novembre

Una Formula 1 inclusiva, ecologica e saudita

Giacomo Cunial

37 articoli
Dagli USA all'Arabia Saudita il passo è breve.

Archiviata la torcida messicana, lo show della Formula 1 riparte per il suo grand tour globale in Brasile, ultimo appuntamento nel continente americano prima del trittico finale in Medio Oriente. Manca poco meno di un mese dunque al Gran Premio d’Arabia Saudita, evento storico per il motorsport.

Dalla culla della democrazia made in USA alla monarchia assoluta è un attimo, viene da dire, se la prospettiva è multi-nazionale, anzi globale. Approderà nell’inedito contesto di una monarchia d’impronta fortemente islamica il carrozzone arcobaleno “We Race As One” di Liberty Media che, da tempo, ha inserito nella sua agenda un chiaro impegno politico.

C’è da chiedersi come le due cose stiano assieme senza collidere: la F1 di oggi è solo una SPA dalla morale ondivaga o una forma di colonialismo culturale?

Le fasi di realizzazione del circuito di Jeddah non sono ancora ultimate, ma il comitato organizzatore conferma che gli operai lavorano come schiavi affinchè la struttura sia pronta in tempo. In vista del GP d’Arabia è stato pubblicato dalle autorità governative un documento di dress code da rispettare durante nel fine settimana della gara.

Senza entrare troppo nel merito della questione sollevata da un tweet di Guillaume Capietto (team manager della squadra italiana Prema), basti sapere che per gli uomini non sarà tollerato l’utilizzo delle t-shirt smanicate, pantaloncini corti e jeans strappati (…), mentre più restrittive saranno le regole che dovranno osservare le donne come il divieto di mostrarsi in pantaloncini, bikini, minigonne; censurati anche abiti senza maniche o semplicemente corti e le scollature eccessive.

Per Liberty, da poco sotto la guida di Stefano Domenicali, evidentemente la questione è grave ma non seria, almeno non abbastanza da rifiutare i petrodollari degli ospitanti. Nel più grande Stato arabo dopo l’Algeria, tra il Golfo Persico e il Mar Rosso, la dinastia saudita fa infatti rispettare con un certo rigore la dottrina wahhabita e la tutela dei diritti umani, per così dire, non eccelle. «Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba», dice un proverbio saudita. Paese che vai…



Pecunia non olet, per citare un classico Vespasiano. Nulla di nuovo per uno sport dipendente dalle campagne di marketing, dallo sviluppo tecnologico e quindi dai soldi. Come dice perfettamente Diego Catalano, però, la F1 si sta evolvendo e diventando «la riproduzione di un modello operante in larga scala. Un paradigma che si regge su una serie di insanabili ed inconciliabili contraddizioni: il profitto come entità da perseguire in ogni costo, anche a scapito dei messaggi di inclusione di cui la categoria si fa latrice ed araldo». Insomma sta diventando un grosso centro di accumulazione e riciclo di capitale, un hedge fund di sportainment con l’ambizione di dare messaggi cultural-politici ovunque nel mondo.

Le moderne prese di posizione dell’intero Circus, dall’inclusività arcobaleno LGBTQ+ all’endorsement per il movimento Black Lives Matter (vedi Lewis Hamilton o Sebastian Vettel in prima linea), hanno diviso e tutt’ora dividono l’opinione pubblica e gli appassionati già nel mondo occidentale, patria dell’automobilismo sportivo. È ancor più inevitabile l’accusa di ipocrisia per il GP a Jeddah. In Arabia Saudita, lo sappiamo, le autorità limitano la libertà d’espressione, associazione e riunione, arrestando innumerevoli attivisti sciiti o dissidenti che hanno esprimono opinioni critiche. Combattiamo la lotta dei diritti umani con le monoposto di F1?

Invece di non combattere battagli politiche, la F1 dovrebbe iniziare ad analizzare il vero problema che la afflige da almeno 10 anni ed ormai diventato evidente in questa fase storica: la dittatura del denaro.

Basti pensare a quella che si può definire  una vera e propria deriva araba. Con i petrodollari dal 2023 gli emiri si son letteralmente comprati 4 Gran Premi: Losail, Sakhir, Yas Marina e appunto Jeddah. 4 gare in mezzo al deserto, dove l’auto per la stragrande maggioranza della popolazione non esiste. Fa sorridere che Abdulrahman Al-Mannai, Presidente della Federazione Motoristica del Qatar, abbia espresso la sua felicità di ospitare i fan della Formula 1. Da quelle parti le tribune quando ci sono, sono vuote.



L’ipocrisia dunque va ben oltre l’appuntamento del GP d’Arabia. Si parla di motorizzare “green” le monoposto della Formula 1 e, contestualmente, i calendari sono intasati e obbligano a spostamenti irrazionali e inquinanti di attrezzature pesanti per andare da una gara all’altra. Le monoposto di F1 inquinano zero rispetto all’indotto e al “contorno”, a ciò che davvero produce quantità smodate di CO2, come gli spostamenti irrazionali che un calendario irrazionale impone. Un colosso fatto di aerei, camion, container, mezzi di ogni genere che si spostano di qua e di là del mondo.

Insomma con Liberty Media la Formula 1, da sport motoristico, si sta trasformando in un grande format di sportainment per la propaganda politica. Un carrozzone che va in giro per il mondo professando ecologia, inclusività e libertà, con evidenti effetti collaterali, mentre arranca sempre più l’aspetto centrale: quello sportivo.

A questo proposito, è interessante leggere i risultati del più vasto sondaggio mai effettuato dai promoter della F1, attraverso il sito web motorsport.com in 15 lingue e con feedback di 167.000 fan in 187 Paesi. Come fa notare Mario Donnini su Autosprint: «tutte le linee di stimolo, rinnovamento e cambiamento in atto o presto attuabili da Liberty Media – ovvero Qualifying Race, griglia invertita, rotazione e possibile turno di riposo a certi Gp storici per fare più spazio a gare remunerative in paesi privi di tradizione di motorsport ma ben paganti – tutte le possibili linee tendenziali della politica dell’ente di gestione della F.1 vengono sonoramente e quasi plebiscitariamente quanto nettamente bocciate (dai tifosi, ndr)». Ma siamo sereni: a breve il direttore artistico sarà Flavio Briatore.

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