È possibile intendere il gioco del calcio come puro fenomeno estetico? La radice del quesito, cioè se e in che modo il calcio possa essere inteso come fenomeno estetico che eccede lo sport, è stata posta con decisione e profondità da Carmelo Bene. Quando si parla di calcio si indica solitamente il calcio giocato. Lasciamo perdere per un attimo ciò che attiene al pettegolezzo calcistico: le analisi di calciomercato, la moviola, e tutta la retorica che segue. Il verbo giocare, pur essendo in grammatica prevalentemente intransitivo è usato, nel caso delle partite di calcio, nella forma passiva. Il calcio diventa così non qualcosa a cui si gioca ma ciò a cui può essere-giocato. È lo stesso mondo del pallone poi a dividere in due teorie e ragionamenti: calcio giocato e calcio parlato, se si vuole.

 

Fatta chiarezza su questo punto di fondamentale rilevanza è necessario oltrepassare questa linea d’orizzonte del -gioco- appena tracciata, per iniziare ad intendere un calcio quale fenomeno estetico. Carmelo Bene lo aveva intuito prima di tutti, facendo un esempio pratico di uno per il quale non era più corretta la definizione di giocatore in campo, dal momento che il (suo) calcio-giocato eccedeva il gioco stesso: Marco Van Basten. Ebbene, quando due squadre composte da calciatori che Bene soleva definire ordinari s’affrontano sul campo è corretto parlar di gioco e giocatori. Ma se a stare in campo fosse un talento extra-ordinario, è allora si deve iniziare a definire il fenomeno estetico. “Estetico”, nel senso greco del termine “Al-Stetikos”, che sta per percezione dei sensi.

 

“Van Basten era uno che più che giocare era giocato” (Carmelo Bene)  /Foto via Getty Images, Credit: Ben Radford/ALLSPORT/

 

Quando Bene parlava dell’extra-ordinario estetico di Van Basten era solito far riferimento anche al tennis di Borg, proprio come se tra i due soggetti non ci fosse affatto distinzione pratica né pragmatica. Vedere Borg o Van Basten in azione era pressoché la stessa cosa, poiché d’essi non si vedeva più un soggetto giocante (al tennis o al calcio) ma si vedevano il Tennis e il Calcio: “Mentre gli altri giocano al tennis, Borg è il tennis”. In filosofia si definirebbe una ipostatizzazione, noi qui la possiamo più semplicemente chiamare una personificazione. Borg è il tennis come Van Basten è il calcio: non sono loro che decidono di giocare ma i rispettivi sport che, in loro, si concretizzano e si esprimono.

“Come può il tennis in persona essere scambiato per un volgare tennista? […] Di lui nulla hanno mai capito i culi infranti, spettatori e addetti del tennis cicisbeo, in sollucchero al cospetto del «fantasista» che ammicca colpi da platea, estri accattoni. Borg sa e insegna che la fantasia è menomazione. I suoi colpi sono pura necessità. Non conoscono altra possibilità. Dettano legge. Obbediscono a una legge. Sono sovrani. In Borg c’è tutto lo smontaggio del teatrino fantasista, del frollo soubrettismo alla Mc Enroe”. (Tratto da “Ripensandoci Bene “, Il Messaggero, venerdì 28 gennaio 1983).

Intendendo in questi termini il fenomeno calcistico, Carmelo Bene si poneva finanche oltre il risultato stesso del match, inteso in senso volgare e spregiativo. Non riguarda più il non-gioco del calcio, vincere pareggiare o esser sconfitti. Il fine (o se si vuole, il risultato finale) è sempre un gretto espediente che serve soprattutto per dare un senso. Ecco dunque che siamo giunti ad un altro punto fondamentale del discorso calcistico beniano: se il calcio cessasse di essere inteso un gioco per divenire un fenomeno estetico, allora anche l’utilità del risultato cesserebbe di conseguenza; la sensatezza inizierebbe a risiedere nel solo atto extra-ordinario del singolo.

 

Van Basten era un solista, che nell’idea stessa mal si adatta (come anche in musica si può osservare) ad esser concepito nel coro. Non è affatto riconducibile e quindi riducibile all’organico ordinario a cui serva uno schema di gioco. Il talento extra-ordinario è fuori dallo schema, è fuori dall’azione, fuori dal gioco e addirittura “fuor di sé’” nel momento dell’atto. Intendiamo qui per “atto” ciò che è irripetibile, che si dà una sola volta. Ecco in che modo il calcio, e più ingenerale le pratiche sportive, possono essere intese come fenomeni estetici: ed è un salto inevitabile verso la sfera dionisiaca della rappresentazione artistica, per svuotare di senso le volgarità moderne e postmoderne del culto laico calcistico.