Una divisa degli alpini, un carattere leonino e un’uscita a Via del Corso a Roma con la propria ragazza possono cambiare un’esistenza. A maggior ragione se ci troviamo in pieno Biennio Rosso (1919-1920). Giorgio Vaccaro, all’epoca Tenente e non ancora Generale, cammina mano nella mano con la sua fidanzata Iride diretto al Caffè Aragno – luogo definito da Orio Vergani come il “sancta sanctorum della letteratura, dell’arte e del giornalismo” – quando un corteo di socialisti gli sfila davanti. Questi ultimi, avendo riconosciuto la divisa militare, passano in un attimo dall’affronto verbale allo scontro fisico.

 

 

Vaccaro, malgrado l’inferiorità numerica, non indietreggia: non può sopportare che qualcuno davanti alla parola “nazionalista” ponga l’aggettivo “sporco”. È un’offesa troppo grande, soprattutto per chi il conflitto mondiale l’ha combattuto e sul petto ha una medaglia d’argento e due croci di guerra. Sulla porta del Caffè Aragno ad osservare la scena c’è Umberto Bottone, conosciuto ai più come Auro D’Alba, poeta futurista molto vicino al fascismo: quest’ultimo, colpito dalla scena, dopo aver soccorso Vaccaro lo invita subito ad iscriversi alle squadre fasciste, le stesse che consentiranno al fascismo di prendere il potere.

 

 

Il Caffè Aragno, luogo di culto e di fervore intellettuale, chiuso nel 1955

 

 

Una scelta compiuta e mai rinnegata che segnerà per sempre la sua vita, nel bene ma soprattutto nel male, cestinandolo nel dimenticatoio della storia. «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta» diceva Giampiero Boniperti forse dimenticandosi di Vaccaro, sotto la cui presidenza la FIGC ha portato a casa due coppe del mondo consecutive, nel 1934 e nel 1938, e una medaglia d’oro alle Olimpiadi, nel 1936.

 

 

Gli unici a tenerne vivo il ricordo sono i tifosi laziali; nel 1927, infatti, Vaccaro rigettò fermamente la proposta di Italo Foschi, segretario federale di Roma, il quale prospettava la fusione di tutte le compagini calcistiche dell’Urbe per dare vita a una nuova squadra di nome “Roma”. Nonostante l’importanza dell’evento, che in quel periodo ha ingigantito la figura di Vaccaro negli ambienti sportivi e fatto nascere le prime invidie in quelli politici, non si può però ridurre la figura del generale agli avvenimenti del calcio capitolino.

“La mia grande passione è lo sport. La mia idea politica è la patria; per lei sono disposto a dare la vita”.

Questo è il motore della sua esistenza, quello che fin dal primo incontro avuto con Mussolini farà nascere una reciproca stima. Soprattutto perché Vaccaro in quasi 20 anni di servizio non chiederà mai nulla per sé. Il Duce, dopo la sua prima elezione alla Camera, si era fatto promotore del Gruppo parlamentare per l’educazione fisica per l’incremento dello sport, vedendo in quest’ultimo un mezzo di coesione sociale trasversale e in grado di sovrapporsi a qualsiasi lotta di classe.

 

 

Il calcio però subisce la sua prima riforma strutturale solo con la Carta di Viareggio: il Consiglio Federale viene sciolto in favore di un Direttorio e tutti i dirigenti non sono più eletti ma nominati. Tra questi c’è Vaccaro che, nel 1927, riceve così la sua prima investitura ufficiale. Nello stesso anno inoltre, a dimostrazione dell’amore e dell’interesse sportivo nella sua totalità, il generale trasforma il rugby da semplice comitato di propaganda a Federazione.

 

 

In soli sei anni Vaccaro raggiunge la nomina di Presidente della FIGC. Egli va così a ricoprire il ruolo precedentemente svolto da Leandro Arpinati che, a causa di un violento scontro con Achille Starace, segretario del P.N.F., sarà obbligato a dare le dimissioni su ordine di Mussolini. Vaccaro inizia dunque a svolgere il suo ruolo nell’anno della prima radiocronaca di Carosio, della vittoria della Mille Miglia di Nuvolari e della conquista del primo titolo mondiale dei pesi massimi di Primo Carnera, un periodo aureo anche per il calcio italiano.

 

 

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Il generale Vaccaro in uniforme (foto Lazio Wiki)

 

 


Le riforme della presidenza Vaccaro


 

«La federazione del calcio e la Segreteria del CONI hanno trovato nel generale Vaccaro un gerarca atto ad ogni compito, capace per ogni possibilità» scrive Il Littoriale. Mussolini però vuole incontrare nuovamente Vaccaro per spiegargli l’obiettivo e il motivo della sua carica: vincere il mondiale che l’anno dopo sarebbe stato ospitato proprio in Italia, e dare nuova linfa al calcio nostrano. Per questo lo invita esplicitamente ad allontanarsi dalla politica.

 

 

Questo suggerimento sorprende il generale ma ancor di più lo solleva: può agire infatti, adesso, in completa autonomia. Ecco allora che scioglie il Direttorio Federale e lo riforma secondo tre punti: organizzazione interna e regolamenti; presidenza degli arbitri e delle relazioni internazionali; guida delle rappresentative nazionali. A questo punto nomina tre figure che svolgano i rispettivi compiti (e che mettono a tacere chi lo accusa di manie di grandezza): Ottorino Barassi, Giovanni Mauro e Vittorio Pozzo. Un triumvirato formato dalle personalità più carismatiche e capaci nel mondo del calcio di allora, le quali finiranno anche per sminuire la figura del generale.

 

 

Un altro punto centrale del suo programma è quello di rendere il tifoso protagonista dello spettacolo. Memore degli incontri con il Duce, sa che di fronte a una partita della propria squadra di calcio non c’è lotta di classe che tenga:

“Male grave è invece quello attuale che costringe le classi più modeste ad autentici sacrifici per non disertare lo spettacolo calcistico. Perché ad uno spettacolo cinematografico si può rinunciare, ma ad uno spettacolo calcistico il buon tifoso non rinuncia: rinuncia invece, per esso, magari al vino per una settimana”.

Il prezzo dei biglietti viene notevolmente diminuito a discapito degli stipendi dei calciatori, e i biglietti omaggio sotto la presidenza Vaccaro vengono ridotti, secondo editto, per più del 50% rispetto alla gestione precedente; esattamente come accade oggi, insomma. Ma al di là di queste misure più marginali, la gestione Vaccaro porta a provvedimenti strutturali che, nel 1934, consentono agli Azzurri di vincere la prima Coppa del Mondo dopo una tiratissima finale contro la Cecoslovacchia conclusasi ai supplementari.

 

 

Neanche questa vittoria però ferma Vaccaro. Diverse urgenze lo premono: in primis la necessità di distinguere lo sport dilettantistico da quello professionistico, e poi l’obbligo per le squadre di Serie A di avere un campo per le partite a fondo erboso, sia per una questione estetica che di salute dei calciatori. Inoltre essendo il calcio uno strumento imprescindibile per il regime Vaccaro assicura alla stampa, attraverso il Sindacato nazionale dei Giornalisti, una tessera di carattere nazionale per garantire loro il libero ingresso agli eventi, ed assicurarsi allo stesso tempo la massima diffusione propagandistica.

 

 

Un uomo come Mino Raiola, per fare una battuta, sarebbe però durato ben poco sotto la presidenza Vaccaro: egli individuava infatti già allora nelle figure degli intermediari l’impoverimento delle società sportive, non solo da un punto di vista economico ma soprattutto morale. All’inizio del 1935, infatti, viene divulgato attraverso i giornali un documento chiamato Monito per la “moralizzazione del calcio”, ed uno dei punti centrali del decalogo è:

“disposizione che tutti gli impegni verso i giuocatori debbono essere firmati da consiglieri direttivi in carica: questo sia per garanzia degli stessi giuocatori sia per eliminare il pullulare di incaricati ed intermediari”.

Un altro calcio, in cui si incentivava anche il diventare bandiera della società in cui si era cresciuti. Era un motivo d’orgoglio, in primis per la Federazione, vedere dei giocatori che diventavano parte integrante della storia della squadra. La scelta di cuore era tra l’altro ricompensata da un “premio di fedeltàdi 500 lire: se si pensa che il tetto massimo d’ingaggio in Serie A era di 2.500 lire, un quinto in più era senza dubbio un bonus assai sostanzioso.

 

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Il Generale Vaccaro ritratto insieme agli eroi della Nazionale Italiana campione del mondo del 1934 in una cartolina dell’epoca (foto Lazio Wiki)

 

 


Successi Mondiali: Italia ’34 e Francia ’38


 

 

Nel frattempo l’Italia dichiara guerra all’Etiopia, avvenimento che però non metterà mai in dubbio la partecipazione italiana all’Olimpiade di Berlino. Lo stesso Mussolini anzi, dopo l’annuncio dal balcone di Palazzo Venezia de “la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”, inciterà gli atleti ad eguagliare i risultati di quattro anni prima a Los Angeles, secondi nel medagliere generale. I successi non tardano ad arrivare, principalmente grazie al pugilato e la scherma.

 

 

Vaccaro sempre presente, in prima fila. I successi sportivi sotto la sua presidenza sono un mix di lungimiranza e autentico rapporto con gli atleti, ai quali Vaccaro ricorda sempre il peso del ruolo sportivo, educativo e morale prima che atletico. La Nazionale di calcio italiana si presenta però all’Olimpiade del ’36, a differenza delle altre, non con la formazione titolare bensì con una squadra formata da universitari.

 

I giornali infatti scriveranno prima della partenza: “Questi cadetti del nostro giuoco lotteranno in modo che l’Italia sportiva non avrà a pentirsi di averli scelti a suoi rappresentanti. Un più sano e simpatico plotone d’assalto mai è andato al fuoco”. Parole profetiche. L’Italia contro ogni pronostico arriva in Finale e tra i suoi più grandi sostenitori trova Jesse Owens, il quale alloggiando vicino al villaggio azzurro, attirato dal chiasso italiano, va a trovare gli atleti italiani ogni sera. Sarà proprio lui che riuscirà a far calare la tensione dei nostri tra una canzone alla chitarra e un ballo: Vaccaro, poi, ringrazierà personalmente l’eroe sportivo americano.

 

Il 15 agosto si gioca Italia-Austria in uno stadio completamente avverso. Pozzo ha una grandissima intuizione: alla fine del secondo tempo, finito in parità, non fa rientrare i giocatori negli spogliatoi. Li lascia in campo e fa trovare loro, subissati dagli insulti, la carica necessaria per la vittoria finale. L’Olimpiade si conclude con l’Italia al terzo posto del medagliere e un ritorno in Patria da eroi: gli atleti vincitori si godono una meritata passarella, e vengono accolti da un Mussolini assai entusiasta nella Sala del Mappamondo a Piazza Venezia.

 

 

Vaccaro verrà apostrofato dal Duce come “il generale che conosce l’arte di vincere le battaglie”. Ma ancora una volta non c’è tempo però per giacere sugli allori, poiché solo due anni dopo si deve difendere in Francia il titolo di campioni del Mondo. È quello un 1938 ricco di avvenimenti, tra i quali la visita di Hitler a Roma per rinnovare l’asse Roma-Berlino. Un incontro omaggiato ironicamente (e in modo amaro ma geniale) da Trilussa: «Roma de travertino, rifatta de cartone, saluta l’imbianchino, suo prossimo padrone».

 

 

Il Mondiale sarà comunque un trionfo, e Vaccaro mostrerà tutto il suo animo tifoso. Come noi che andiamo allo stadio e abbiamo una cura maniacale dei rituali scaramantici, il Generale, memore di una vittoria 10 anni prima contro la Francia, si comporta allo stesso modo. Quando le due squadre si sfidano ai quarti di finale obbliga Meazza, Piola e gli altri ad indossare la stessa divisa della partita del 1928: invece del classico azzurro, un inusuale nero.

 

 

L’estetica dell’Italia in divisa nera

 

 


La fine del Fascismo e la caduta in disgrazia del generale Vaccaro


 

 

Senza troppe difficoltà, esclusa la partita d’esordio contro la Norvegia, gli Italiani vincono anche questa competizione battendo prima il Brasile e poi l’Ungheria. Con il secondo mondiale, complice la guerra, si concludono le vittorie sportive dell’era Vaccaro e anche la sua presidenza della FIGC; con l’armistizio dell’8 settembre, poi, finisce anche la sua vita militare. Non seguirà Mussolini nella Repubblica Sociale, ma allo stesso tempo non rinnegherà mai la sua storia.

 

 

Quando Roma viene liberata il 4 giugno, ben cosciente di essere ricercato dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, invece di nascondersi o fuggire si presenta alla questura di via Genova. Passa diversi mesi in un campo di concentramento ad Afragola prima di essere trasferito al carcere di Regina Coeli, dal quale uscirà solamente una volta finita la guerra. Il dolore fisico provato durante questi due anni, tuttavia, è nulla in confronto a quello sentimentale per la sorte dell’anziana madre Teresa: quest’ultima, a causa dei ruoli ricoperti dal figlio durante il ventennio, viene buttata giù da un ponte da un gruppo di partigiani.

Ci vorrà diverso tempo prima che Vaccaro si riprenda. La sua vita continuerà alla Lazio, principalmente come dirigente, e al Circolo Aniene, di cui sarà membro fino alla fine della sua vita.

 

 

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Vaccaro consegna le Coppa Italia del 1940/41 al capitano del Venezia Victor Tortora (LazioWiki)

 

 

Negli anni sessanta torna invece ad essere membro della Corte Federale della FIGC. Come spesso accade in Italia, chi ha successo viene apprezzato molto più all’estero che in Patria. Nel 1949 vive infatti una turbolenta esperienza in qualità di membro del Comitato Olimpico Internazionale, di cui faceva parte già dal 1939, subendo da parte dei suoi connazionali, membri del CONI, una vera e propria epurazione.

 

 

Questi infatti – attraverso continue pressioni al presidente del CIO, lo svedese Johannes Edstrom – a causa del passato politico di Vaccaro riusciranno a fargli perdere anche questa carica. Si tratta della prima espulsione della storia dall’organizzazione, un modus operandi non così distante dai metodi utilizzati durante il Fascismo. Piuttosto emblematico che l’Italia, candidata per le Olimpiadi invernali del 1956, preferisse avere un membro in meno all’interno del Comitato Internazionale piuttosto che Vaccaro.

 

 

Resta da chiedersi se l’ex generale meritasse tutto ciò. Lui che è stato per risultati il migliore presidente della FIGC, e per temperamento e vicinanza agli atleti uno dei più empatici dirigenti che il CONI abbia mai avuto. La sua più grande colpa, senza dubbio, è stata quella di trovarsi dalla parte sbagliata della storia.

“La vera gloria è postuma e quindi non godibile”. (G. D’Annunzio, Il Piacere)

 

Eppure di gloria Vaccaro non ne ha avuta neanche post mortem. Neppure un omaggio dalla dirigenza dell’Italia che aveva vinto il mondiale nel 1982, e che aveva appena esaudito il suo più grande desiderio: vedere di nuovo gli Azzurri sul tetto del mondo. Alla lettera scritta e inviata da Vaccaro alla FIGC, con le congratulazioni per la vittoria, non seguì alcuna risposta.

 

 

La storia con Vaccaro è stata eccessivamente severa, soprattutto perché lui con la politica fascista non ha avuto a che fare. Vaccaro è stato uno dei pochi, durante il Ventennio, ad aver cercato costantemente la via del dialogo, pure in qualità di presidente della FIGC; che si trattasse di società sportive, di atleti o dirigenti. È stato prima di ogni altra cosa un uomo fedele ai principi dello sport, presente in ogni occasione, dedito non al successo personale ma alla crescita movimento. Basti pensare lo stesso Mussolini diceva di lui: “La milizia è il suo mestiere, ma lo sport è la sua religione”. Noi, questo, non dovremmo dimenticarlo.