Storia della turbolenta amicizia tra Vlade Divac e Drazen Petrovic.
C’è chi sostiene che i legami siano tutto. Ogni slancio, sia esso d’odio o d’amore, deriva dalla reazione a un evento inerente il legame che abbiamo con una persona, o con un sentimento. O, nei casi più pericolosi, con una patria. I protagonisti della nostra storia lo dimostrano pienamente. Una storia piena di amicizia, rabbia, umanità, risentimento, odio, orgoglio virtù e meschinità. Una storia jugoslava.
Nella terra degli slavi del sud, sul finire degli anni ’60, nasce una generazione che nel fiore della sua gioventù dovrà mediare tra l’educazione titina e il cambio di paradigma che la Storia imporrà all’Europa sul crepuscolo degli anni ’80.
Tra la croata Sebenico e la serba Prijepolje ci sono 470 km e 8 ore di auto. Dalla Serbia sud-occidentale alla Dalmazia a quel tempo non ci sono differenze di statualità. E nemmeno nei passatempi dei ragazzini. Vlade Divac da Prijepolje, come tanti adolescenti serbi, è appassionato di calcio. Ma la mole non lascia dubbi: quel ragazzino già sfiora i due metri, meglio andare in palestra a tirare a canestro. Gioca centro, ma come tutti i giovani jugoslavi anche lui ha un idolo cestistico, seppur di soli 4 anni più vecchio di lui.
Caratterialmente, il suo opposto. A Sebenico sin da giovanissimo Drazen Petrovic è un idolo. Temperamento ombroso, marcato da quella generosa base ossessiva che accumuna qualsiasi persona che ha combinato qualcosa di importante nella vita. Al basket si è avvicinato grazie a suo fratello maggiore, Aleksandar, considerato da tutti il vero fenomeno della famiglia. Drazen non ci sta. Si allena sino a diventare più bravo di Aleksandar. È leggero, elegante, una sentenza nel tiro da tre, una cattiveria agonistica fuori dal comune.
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