Calcio
06 Aprile 2026

Non c'è rinascita senza consapevolezza

Dirigenti, calciatori, media, pubblico. Un triste avanspettacolo.

Durante il primo tempo supplementare, il manipolo di amici mezzi ubriachi e stravolti dall’orrore di Zenica ha iniziato a fare delle stime su quante bestemmie fossero state proferite in Italia dall’inizio della partita. Ne avevamo calcolate circa due milioni e mezzo. Non abbiamo avuto l’ingegno né la volontà di provare ad aggiornare il conto a rigori conclusi. Di certo abbiamo contribuito al totale.

Buttarla in ridere è sembrata l’unica cosa da fare. Si ironizzava già dal pre partita. Dalla nostalgia per la Nazionale del 2002 al fatto che i bambini non giocano più per strada, intervallando con qualche becerismo sui bosniaci.

Il sarcastico disincanto con cui abbiamo seguito la Nazionale temo non sia stato isolato. Ormai è la terza eliminazione di fila, e questo giorno dopo è stato diverso. Naturalmente fa male, molto male, ma in modo diverso dalle altre. Il pubblico generalista, quello che si avvicina al pallone solo per la socialità che comportano mondiali ed europei, è deluso; ma chi bazzica gli stadi ogni domenica, chi paga gli abbonamenti alle tv (pazzi), chi ha figli iscritti a esose scuole calcio (ancora più matti), chi osa ancora fare trasferte (quelle che il nostro mirabile Osservatorio si degna di concedere), chi insomma ha realmente a cuore il pallone e in particolare quella maglia blu Savoia che da 126 anni fa tribolare gli italiani, beh, questo pubblico non è più deluso. È disgustato. E arrabbiato.

Rabbia e disgusto sono le uniche risposte adatte allo sfascio del calcio italiano e ai suoi protagonisti. In queste ore si susseguono le ricette per curare un malato ormai morto ma non ancora sepolto. Non saranno queste righe a ricordarle. È esercizio che abbiamo già fatto dettagliatamente più volte su queste colonne, e non vogliamo ripeterci. Ci limitiamo a qualche riflessione sullo spessore umano di chi guida il calcio italiano, di chi lo gioca, che lo racconta al pubblico. Sparare a zero su Gravina è superfluo: un presidente FIGC che dopo due mancate qualificazione non si dimette seduta stante, riuscendo anche a insultare le eccellenze degli altri sport italiani, non merita considerazioni.

Si (s)qualifica da sé, consegnandosi alla storia sportiva italiana con un marchio d’infamia sul quale è inutile dissertare. O meglio, lasciamo le discussioni in merito al suo sodale Ceferin, il quale ha affermato che il problema del calcio italiano sono gli stadi, e che se non ci aggiorniamo in tempo non ospiteremo Euro 32. Ci speriamo. Fare affari con tale gente è l’ultima cosa che dovrebbe fare un popolo che ha rispetto di sé.

Passando al campo, avevamo più volte parlato dell’inconsistenza caratteriale dei nostri calciatori. Sempre più avulsi dalla realtà, sempre più spaesati, sempre più cafoni, sempre più ricchi. Da Bastoni che intascandosi mezzo milione netto al mese pontifica sui sacrifici che comporta la vita da calciatore a Di Marco che come un bieco avventore da bar esulta scoprendo di dover affrontare la Bosnia, fino alla ludopatia di Tonali e Fagioli. A questo punto diventano reati bagatellari tutti i dolorini e le contratturine che magicamente manifestano un po’ tutti quando c’è da giocare qualche partita di qualificazione contro avversari ritenuti, a torto, inferiori.


Sono loro i primi a non avere la forza di rispettare sé stessi. In questo non sono aiutati dallo stomacante racconto che ricama su di loro un apparato mediatico alla canna del gas. Girano video di celebri giornalisti e telecronisti che preconizzavano lo sfascio del nostro calcio alle prime avvisaglie. Eppure in tutti questi anni nelle loro trasmissioni non si è sentito parlare che di torti (mai sviste, torti) arbitrali, incensamenti a ripetizione sul “fenomeno” di turno con paragoni che gridano al TSO, l’analisi maniacale dei mal di pancia di questo o quell’allenatore, discussioni interminabili sugli xg delle prime quattro squadre per bacino d’utenza.

Mai un’indagine sull’eutanasia del calcio giovanile; sugli sconquassi della Lega Pro; sull’abominevole lucro degli strozzin..ehm, procuratori (nel solo 2025 le società italiane hanno elargito 121 milioni in commissioni sui trasferimenti, soldi che escono dal calcio per non rientrarci più).

Certo, sono temi che non fanno ascolti. E che implicano abilità, equidistanza, capacità logico deduttive ormai rare nel mondo giornalistico e non solo. Meglio solleticare i peggiori istinti del pubblico, per poi a ogni ciclico disastro della Nazionale recitare l’ormai collaudato de profundis, far passare qualche giorno e poi ripartire con il nuovo imperdibile turno di campionato o, se si è in estate, con la feticista sessione di calciomercato a base di stranieri semi sconosciuti che stuzzicano le perversioni dei fantacalcisti.

Sia chiaro, il calcio rimarrà lo sport nazionale ancora per molto tempo. Ma è giusto, è sacrosanto, che perda seguito. Ed è auspicabile che perda più soldi possibile. Una notevole cura dimagrante, unita a un pesante intervento governativo stile dittatura sudamericana, è tutto quello che viene da augurare al nostro pallone di stracci tricolore. Il tifoso è il consumatore perfetto: mette la passione, sperando di ricevere in cambio solo un po’ di fuoco per alimentarla. Quel fuoco ce l’hanno tolto da almeno vent’anni.

Qui, tempo fa, già parlavamo di quanto mancassero le basi della piramide


Ora ci ingozzano come oche da foie gras propinandoci partite a ogni ora ogni giorno, vietandoci trasferte a piacimento, alzando i prezzi dei biglietti e di dirette televisive appaltate a broadcaster di infimo valore. Ricordandoci che le partite in Australia migliorano il prodotto e che sono ultras e pirateria a uccidere il calcio.

Tutto va bene pur di consentire ai pescecani che gestiscono la Serie A di fare investimenti per “comprare i campioni e essere competitivi”. Anche demolire il Meazza, il più iconico degli stadi intitolato al più leggendario dei nostri calciatori. Sennò come trattenere in Italia gente come Di Marco e Bastoni? Come pagare l’acquisto del funambolo che ha appena fatto mezza buona stagione in Bundes o lo scarto della big di Premier? Il calcio è una droga e dalle dipendenze non è facile uscire. Ma si può fare. Accade quando il disgusto per quello che fai supera il disgusto che proveresti evitandolo.

Poco tempo fa sentivo alla radio (ho troncato gli abbonamenti tv da anni) una partita della mia squadra sfogliando un fumetto di Hugo Pratt. Ho spento a metà primo tempo per lasciarmi coinvolgere a pieno nelle avventure degli Scorpioni del deserto. Non ho mai visto i gol di quella partita. Lì ho capito di essere uscito da una dipendenza ultraventennale.

L’epica ha abbandonato il calcio da decenni. Negli altri sport per fortuna non è così. Forse è un fattore economico, forse di un seguito meno isterico. Sicuramente, alla loro base ci sono valori più sani.

Negli anni ’90, tuttora ammantanti da un ridicola nostalgia, abbiamo accolto la fine della storia. Anche nel pallone, segnando la via a cui oggi si ispira il calcio d’élite. Un sistema ormai insostenibile e distopico, che faceva già acqua allora (Parmalat e Cirio docet). Il nostro calcio, oltre trent’anni dopo, prova a inseguire affannosamente il modello che ha iniziato la sua rovina. Ma non c’è rinascita senza consapevolezza della propria morte. Una persona non cambia se non ha il coraggio e la fantasia di pensarsi in modo diverso. Così un movimento che ragiona in modo vecchio. Ma vecchio non vuol dire antico. Forse l’antico sarà il futuro.

Nel mentre, tocca studiare da altri sport. C’è chi si allena trenta ore settimanali per un momento di gloria, quando va bene, quadriennale, guadagnando cifre che un calciatore da nazionale può incassare in un giorno. Lo sport italiano sono loro. Il nostro calcio non è più uno sport. È un avanspettacolo di terzo livello. Meglio rimpiazzarlo con qualcosa che ristori il nostro animo. Con la più struggente speranza che un giorno magari non così lontano il nostro pallone, mutato dal poliuretano arancione a sfera di opaco cuoio grezzo, torni a rotolare verso una direzione più umana.

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