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30 Agosto 2019

Geopolitica di Francia-Italia: il rugby come metafora della guerra

Il rugby è molto più di un semplice sport.

Le partite di rugby sono tante battaglie di una Guerra Mondiale che non conosce rese, né armistizi. Lo stesso vale anche per altri sport, certo, ma nessuno come il rugby mantiene al suo interno dinamiche e filosofie così strettamente belliche. Alcuni esempi: le mischie e le touche richiamano alle sfide tra fanti, che sino all’avvento delle moderne guerre tecnologiche costituivano la prima linea (appunto) dello schieramento militare. Una volta conquistata la posizione (il possesso) l’iniziativa (la palla) passa alla cavalleria leggera (i trequarti) che ha il compito di aggirare le linee nemiche e ferirle mortalmente. Possiamo dire che la metafora della cavalleria calzi anche da un punto di vista fisico, con giocatori slanciati e atletici, come nobili cavalleggeri – per quanto la discesa sul rettangolo verde di Jonah Lomu negli anni ’90 abbia condotto anche il reparto leggero ad un generale appesantimento. Tant’è.

Lo scontro fisico, poi: assente in ogni altro gioco di squadra globalmente diffuso (escludiamo quindi il Football Americano, praticato in maniera rilevante solo negli USA, e il Calcio Storico, limitato a Firenze), lo scontro fisico rende dunque il rugby una vera e propria lotta per l’incolumità individuale, oltre che per il punteggio collettivo. Come del resto sa chiunque abbia calcato almeno una volta il campo da gioco.

Il Calcio Storico fiorentino si gioca tutt’oggi (foto Mandatory Credit: Pascal Rondeau/ALLSPORT)

E ancora la touche – aspetto fondamentale del gioco – la quale si basa su una serie di codici che entrambi gli schieramenti cercano reciprocamente di decriptare, in maniera tale di prevedere dove andrà a finire il lancio avversario. E non facevano lo stesso gli inglesi, durante la Seconda Guerra Mondiale, con i messaggi nazisti spediti attraverso la macchina cifrata Enigma? Il film Premio Oscar, The Imitation Game, ha raccontato molto bene questa storia al grande pubblico. Restando in ambito cinematografico, infine, chi non è più un ragazzino ricorderà le critiche piovute addosso alla Federazione sudafricana a seguito della fuga di notizie relativa ad allenamenti in stile Full Metal Jacket, in vista della Coppa del Mondo del 2003, con i giocatori allenati come militari e costretti a privazioni di ogni tipo.

Ora, per quanto il desiderio di ogni uomo non possa che essere la pace, il conflitto resta componente inestinguibile dell’animo umano e la guerra – il più grande tra i conflitti possibili – un modo unico per mettere alla prova gli individui. Come scrisse Plinio il Vecchio: “dice più su di un uomo un solo giorno di guerra che tutto il resto della sua vita”. Certo, il rugby – grazie a Dio – resta un gioco, un divertimento, e con quanto scritto sopra non si vuole certo mancare di rispetto a chi la guerra l’ha vissuta davvero, sperimentando sulla propria pelle quanto sappia essere orrenda. Quello che si intende è che un campo da rugby possa dire molto su un popolo, molto più del semplice sapere o non sapere maneggiare una palla ovale, almeno. E così, se guardiamo a Francia-Italia, prossima sfida in vista dei Mondiali di settembre, riusciamo a scorgere qualcosa di più di due semplici squadre che scalpicciano su di un prato all’inglese.

Incontro rugbistico datato 1933 (foto di R. Wesley/Fox Photos/Getty Images)

La Francia arriva all’appuntamento mondiale in uno dei momenti peggiori della sua storia recente, provata dentro e fuori dal campo da una crisi di identità che non lascia intravedere grandi soluzioni. Se nelle piazze la triade sacra alla patria, “Liberté, Egalité, Fraternité”, viene messa in discussione da schiere di cittadini armati di gilet gialli e prostrati dalle sempre più evidenti diseguaglianze sociali, sul campo da gioco il rugby arioso che nel passato aveva caratterizzato la scuola transalpina ha lasciato posto da almeno un decennio ormai a una filosofia meno legata al movimento e più alla stazza dei giocatori. Simboli di questa involuzione, filosofica prima ancora che tecnica, sono – a parere di chi scrive – l’estremo sudafricano naturalizzato, Scott Spedding, giocatore più di azione che di pensiero (per dirla con D’Annunzio), schierato tante (forse troppe) volte negli anni scorsi con la casacca numero 15 che fu invece di Serge Blanco, Clement Poitrenaud e Maxime Médard (rientratone di recente in possesso) e Camille Lopez, numero 10 “operaio”, lontano anni luce anche solo a livello estetico da chi negli anni precedenti aveva egemonizzato il ruolo Oltralpe, ossia Frédéric Michalak.

La Francia-nazione sta cercando sé stessa (è in buona compagnia, almeno in Europa) e unisce alla tradizionale ambizione di grandeur una fragilità difficilmente sperimentata negli ultimi decenni, a livello politico, sociale, economico. Questo si riflette anche in campo, sulla Francia-nazionale, in un gioco che non può farsi difensivista (concetto distantissimo dal pensiero francese), ma che finisce per risultare costantemente contratto, teso, così poco fluido e legato (ancora) alla potenza da sembrare più sudafricano che transalpino, appunto.

Scott Spedding in azione col Clermont (foto di Charles McQuillan/Getty Images)

L’Italia, come da tradizione, sembra ancora più complessa da interpretare. Cominciamo col dire che il gioco apparentemente non riflette il momento politico del Paese. Nazione principe delle valutazioni a breve e brevissimo termine, a livello politico si trova immersa in una nuova grave crisi, alla ricerca di una stabilità interna nuovamente fondata sul compromesso “di larghe intese”. Sul campo invece le tre forze maggiormente rappresentative del Movimento (Nazionale, Treviso, Zebre) hanno messo in atto una politica finalizzata al gioco più che ai risultati che francamente sta pagando, vista almeno l’assenza di risultati: 3 vittorie negli ultimi 20 incontri (Giappone, Georgia, Russia). Aldilà delle facili (troppo facili) ironie, questa è una piccola rivoluzione che se per la Nazionale non ha ancora pagato, a Treviso è valsa la prima, storica qualificazione ad un quarto di finale di Pro 14 e alle Zebre (nella stagione ’17-’18) il record di vittorie stagionali, sempre nella lega celtica.

Se da un punto di vista politico, dunque, il Paese sembra sempre più ripiegato sulla sua crisi interna per rendersi conto che, fuori, il mondo sta correndo veloce, sotto il profilo sportivo pare invece il contrario. L’enfasi maggiore è posta sugli Azzurri e sulla definizione della loro taglia internazionale, mentre il campionato domestico risulta sempre più depauperato sia a livello di qualità che di seguito. D’altra parte, un ragionamento sull’opportunità di seguire un simile modello andrebbe perlomeno fatta.

Durante l’ultima partita, a Dublino, contro l’Irlanda (foto di Dan Mullan/Getty Images)

Se è il gioco stesso a portare in questa direzione, infatti, con tutte le nuove regole che rendono meno decisiva la mischia ordinata e quella così detta 50/22 che renderà inevitabilmente ancora più offensivo il gioco, in futuro, bisogna dire che l’impressione che si ricava dalle prestazioni della Nazionale è che si debba ancora trovare una via italiana al nuovo rugby. Una via fatta su ispirazione dei migliori, certo, ma riuscendo anche a conservare quelle caratteristiche peculiari nostrane, in particolare la fantasia che caratterizza generalmente, nel bene e nel male, tutto ciò che è italiano.

La probabile (naturalmente speriamo d’essere smentiti) eliminazione al primo turno in Giappone e la “testa” di O’Shea conseguentemente servita su un piatto d’argento agli appassionati delusi serviranno a sperimentare forse nuove strade lungo questa tortuosa ricerca di cui certo, però, l’allenatore irlandese dovrà essere considerato almeno il pioniere.


Lorenzo Innocenti è stato campione d’Italia con il Petrarca Rugby (2011);attualmente dottorando in Studi Politici presso La Sapienza di Roma, conduce un podcast dedicato ai Mondiali di Giappone 2019 (e, più in generale, al senso della vita) in coppia con l’azzurro Marco Barbini che si può seguire attraverso il suo profilo Instagram.


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