Calcio
13 Settembre 2023

È poco, ma è già qualcosa

Cosa ci hanno detto le due partite della nazionale contro Macedonia e Ucraina.

Nel momento in cui il pallone calciato da Bardhi si è adagiato in rete, condannandoci al pari in terra macedone, la buona Malvasia istriana che stavo sorseggiando mi è andata di traverso. E certo non solo per i suoi 14 gradi o per il fatto che avevo investito sulla vittoria azzurra una puntata discretamente generosa, ma soprattutto perché, come molti italiani, pensavo che fosse semplicemente impossibile un altro inciampo contro i carneadi che ci condannarono a vedere i mondiali dal divano per la seconda volta di fila.

Molto si è detto sulla partita di Skopje. Sacrosanto ostentare delusione, poco intelligente lanciare sentenze inappellabili. Questi i fatti. Spalletti, da poco designato salvatore della patria, ha schierato una Nazionale di età media sui 27 anni e mezzo, per Transfermarkt il valore totale dei nostri ragazzi era di 388 milioni, contro i 43 dei macedoni. Il primo tempo è trascorso su ritmi relativamente decenti, si sono visti tentativi di trame offensive che avrebbero meritato maggior fortuna, eppure la casellina delle reti siglate rimaneva ancorata a zero. L’intervallo è stato un lugubre intermezzo colmo di dubbi e angosce. Sentimento acuito dalla comparsa sugli schermi di antiche glorie azzurre, da un Del Piero sincero testimonial dei benefici di potassio e magnesio a un Toni ormai dedito alla ludopatia più sfrenata.



Nonostante ciò, il gol di Immobile, promosso capitano, sembrava la promessa di una serata stabilizzata e di una qualificazione blindata. Eppure dopo il vantaggio sull’indegno campo di Skopje sono ricomparse la sufficienza, la disattenzione, quei piccoli errori in serie che sono intollerabili per una Nazionale d’élite, specie contro una squadra con cui il conto in sospeso era enorme. Spetta a Zaniolo, ormai consacrato nuovo bad boy del pallone tricolore, confezionare il fallo che porterà alla letale punizione di Bardhi. Gli ingressi di Gnonto e Raspadori saranno utili solamente per evidenziare i notevoli limiti tecnici ed esperienziali dei due e a gettare i primi dubbi sulla capacità di Spalletti di fare convocazioni, cambi, di essere un allenatore da club e perciò inadatto al ruolo di mero selezionatore.

Da Palermo a Skopje, l’Italia è riuscita a fare un solo gol ai macedoni, subendone due. Con la qualificazione appesa ai tassativi tre punti contro gli ucraini, non sono stati giorni sereni a Coverciano. Non sappiamo che tasti ha toccato Spalletti con i suoi ragazzi, ma da uomo intelligente, nella conferenza stampa della vigilia, rispondendo a una domanda su Donnarumma, reo di aver preso un gol sul suo palo, assolutamente evitabile da un portiere del suo calibro, ha risposto così: «A lui non si perdona di essere stato un ragazzo prodigio. Si gode a colpire i talenti naturali, aspettandoli al varco per sottolineare i loro errori» lo dice teso, masticando la penna, ammettendo che «anche io ho fatto attacchi di questo tipo a chi ha talento, molti anni fa. Io sono partito dagli allievi regionali dell’Empoli per arrivare in paradiso. Bello, ma quanta fatica».

Il rancore, per chi fa in modo naturale cose che ai comuni mortali costano immani sacrifici, è qualcosa con cui doverci fare il callo. Ma il punto più interessante del tema è che «il talento, quando lo si ha, va rispettato. Occorre impegno per migliorare ciò che è stato donato. Così diventa più difficile per chi ti vuole colpire. Non banalizzando il lavoro quotidiano, uno viene rispettato di più. Sennò è presunzione». Insomma, il talento non può banalizzare l’impegno. Spalletti con questo discorso non parlava certo solo di Donnarumma, ma di tutta la rosa. Sa, con contadina intelligenza, che chi dimostra di saper sgobbare viene valorizzato di più dai colleghi, dalla critica, dal pubblico. E l’impressione è che sia stato proprio quello il tasto che ha battuto con più insistenza a cavallo delle due gare.

Davanti ai 55mila di San Siro l’Italia schiera una compagine di 25 anni di età media, due anni più giovane di quella di Skopje. Fuori Mancini, Tonali, Cristante, Immobile, Politano. Dentro Scalvini, Locatelli, Frattesi, Zaniolo e Raspadori. Ne risulta un’Italia per 40 minuti perfetta, compatta, aggressiva, con un buon giro palla e un Frattesi formato Gerrard che fissa un 2-0 sporcato dal gol ucraino poco prima dell’intervallo. Nelle menti di milioni di italiani il dubbio è forte: reagiranno o si squaglieranno? Dopo un inizio normale, il secondo tempo scivola via in una miriade di occasioni mancate. E quando all’81esimo viene concessa all’Ucraina una punizione dalla stessa posizione di quella della Macedonia, con Gnonto a fare il coccodrillo, l’intera Nazione trattiene il fiato.

Amen, contava vincere e si è vinto, giocando anche bene, seppur l’Ucraina si sia rivelata ben poca cosa rispetto a quella che aveva strappato il pari contro l’Inghilterra. Anche stavolta si è subito un gol, ma la difesa sembrava più coordinata rispetto a Skopje. Purtroppo, permane la drammatica difficoltà a centrare la porta. 21 tiri, due gol. Spalletti ha spiegato alcune mancate convocazioni, Scamacca su tutti, a causa del poco minutaggio. L’impressione è che la fiducia su alcuni (Immobile, Cristante) non sia a tempo indeterminato, che altri (Retegui, Orsolini) non colmino le esigenze del ct, che altri (Politano, Raspadori) vivano della rendita delle esperienze precedenti con Spalletti e che altri ancora (Zaniolo, Gnonto) siano ostinate scommesse da cui si pretendono passi in avanti, di personalità e tecnici.

Un solo giro di convocazioni e due partite, per giunta vissute in un contesto a tratti drammatico, sono nulla per trarre considerazioni degne di nota. Ne sapremo di più dopo Malta e Inghilterra. Ma possiamo trarre indicazioni importanti dallo spirito che Spalletti, da buon vignaiolo, sta cercando di piantare nei campi di Coverciano. Alla conferenza d’insediamento ha sì spiegato commosso che da bambino chiese a sua mamma di cucirgli un’enorme bandiera tricolore dopo la semifinale dell’Azteca, ha sì battuto sulla felicità che i giocatori devono provare vestendo la maglia azzurra, ma anche ricordato come

«è una maglia importantissima, che non tutti possono vestire.

La maglia del club la mettiamo sopra, quella azzurra ci resta sempre addosso, non la togliamo mai. In un mondo dove le poste italiane ci consegnano ogni cosa a casa sembra facile arrivare a tutto, ma per la maglia della nazionale non è così». Ha ribadito che non farà convocazioni numericamente esorbitanti, e che il ritmo partita è imprescindibile per esser presi in considerazione. Insomma, sembrano già lontani i tempi dell’ultima confusionaria fase di gestione Mancini e di raccapriccianti convocazioni stile Pafundi. Il punto finale di questi giorni azzurri Spalletti l’ha messo rispondendo all’ennesima domanda su Donnarumma, stavolta inerente ai fischi con cui il Meazza ha accolto il portiere, per l’occasione capitano azzurro.

«A volte si può reagire con gli atteggiamenti, altre volte con le parole. Altre volte si sta zitti e si lavora ancora meglio. E non mi stanno bene quelli che poi reagiscono sui social con delle frasettine. Noi abbiamo il dovere di comportarci come professionisti, non come bambini viziati. Si sta zitti».

Detto da uno che ha allenato piazze esigenti quanto isteriche (Roma, Inter, Milan) e gestito l’ego di calciatori ingombranti come Totti e Icardi, il messaggio dovrebbe risultare forte e chiaro. La Nazionale è un punto d’approdo e merita di essere onorata con il massimo impegno. Dire che nella storia recente della Nazionale italiana non sempre chi ha avuto l’onore di mettersi il tricolore sul petto ha rispettato tale compito con totale abnegazione, è un eufemismo. Ma la sensazione è che d’ora in avanti tali omissioni di energia non passeranno impunite. Il 17 ottobre in quel di Wembley avremo un’ulteriore banco di prova per capire se e quanto il messaggio sarà stato recepito dalla ciurma.

Per ora si può dire che un messaggio c’è, è abbastanza chiaro e tocca la testa e l’anima di un gruppo non certo scarso come piace dipingerlo, ma tremendamente fragile. Il compito di Spalletti è indicare la strada che porta a trovare la forza dentro di sé, ma è dovere dei suoi calciatori imboccare quella strada e seguirla. In cerca, tutti assieme, di un destino forte, di un destino degno di una Nazionale come quella azzurra. E rispetto a qualche mese fa, è di per sé un enorme passo in avanti.


Foto di copertina: Nazionale Italiana (Twitter)


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