Il Futurismo ha bisogno di poeti dall’anima libera e di atleti dai muscoli possenti. […] Ci sorride la speranza di vedere i nostri nuovi canti aleggiare sopra una selva di braccia nerborute e violente. (F.T. Marinetti, Gli sports e il futurismo, ne La Gazzetta dello Sport, (1910), 4 marzo)
Miopi letture e uno stato di partigianeria perenne hanno sempre relegato, in Italia, il futurismo a bizzarria ideologica, superomismo cieco e onanismo scoppiettante. La prima avanguardia d’Europa, lungamente incompresa soprattutto in patria, è stata quindi ridotta ad un fenomeno unicamente contiguo e propedeutico al fascismo, una sorta di fanatismo belligerante. La parzialità di lettura è evidente, errata e contraddittoria – si pensi al futurismo antifascista di Leda Rafanelli, a quello egualmente antinazionalista del marchigiano Ivo Pannaggi –, e impedisce di cogliere i connotati di uno slancio vitale, culturale ed estetico unico nel suo genere, fertile di intelligenze, stili e tendenze ancora oggi innovative.
Ivo Pannaggi, Ratto d’Europa (1965)
Dalla moda alla cucina, passando per lo sport, la poesia e l’arte, il futurismo rappresentò un fenomeno totale. Nell’Europa del primo Novecento, l’estasi industriale doveva rappresentare l’alba di una nuova umanità, capace di demolire il vecchio mondo per farne uno nuovo. La velocità, nella “magnificenza del mondo”, costituiva una nuova dimensione esistenziale tutta da cantare e glorificare: primo ad intuirlo fu ovviamente Filippo Tommaso Marinetti, in Lussuria-Velocità, raccolta di poesie (1916) da cui All’automobile da corsa:
“Veemente dio d’una razza d’acciaio, Automobile ebrrra di spazio, che scalpiti e frrremi d’angoscia rodendo il morso con striduli denti […] io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente, scateno i tuoi giganteschi pneumatici, per la danza che tu sai danzare via per le bianche strade di tutto il mondo!…”
L’elogio del dinamismo e del pericolo, della potenza e della forza, è una costante delle opere futuriste, così come il rimando ai miti della classicità europea: l’opera marinettiana, originariamente scritta in francese, aveva per titolo À mon Pegase – “al mio Pegaso” –, in riferimento al meraviglioso cavallo. La velocità segnava un inedito e liberatorio rapporto con lo spazio-tempo, nuova dimensione esistenziale capace di generare significati fino ad allora inespressi: una dimensione pressoché mitica e generatrice, che spiega il legame con la mitologia classica, anch’essa serbatoio atavico di significati originali e profondi.
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