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Italia
28 Marzo

La disfatta dell’Italia senza un capro espiatorio

Valerio Santori

31 articoli
Perché la conferma di Mancini è una buona notizia per il movimento.

Mancini resta alla guida dell’Italia, contravvenendo così all’eterna legge della ricerca di un capro espiatorio. In questi giorni di accorata e necessaria riflessione successivi alla più grande tragedia sportiva della storia del nostro paese – sì, di questo si tratta se fra quattro anni i ragazzi di dodici non avranno ancora mai visto la loro nazionale a un mondiale -, tutti i giornalisti e gli opinionisti dello stivale stanno provando a elaborare varie ed eventuali teorie della disfatta: più o meno articolate, più o meno comprensibili, più o meno interessate, ma tutte alla ricerca di una soluzione alla ormai sdoganata crisi del calcio italiano.

Volessimo racchiuderle in maneggiabili categorie, potremmo definire queste teorie, a seconda del loro focus, come “campionatiste”, “nazionaliste” o “metodiste”.


IL CAMPIONATISMO


Tra le teorie campionatiste troviamo tutte le riflessioni che tendono a descrivere l’attuale Serie A come fattore prettamente negativo per la nazionale, a causa del suo basso livello qualitativo. “Il declino della nazionale è il declino del campionato”, sentenzia ad esempio il condirettore del Corriere dello Sport Alessandro Barbano, e in generale le soluzioni prospettate dai campionatisti spaziano dal taglio delle venti squadre a riforme economiche strutturali che impediscano quelle operazioni finanziarie sospette che contribuiscono a rendere il nostro sistema fragile, promuovendo al contempo investimenti in strutture e nuovi format per sedurre i broadcast televisivi.

Il modello indicato dai campionatisti è chiaramente la Premier League, che negli ultimi decenni è stata capace di attrarre investimenti e insieme crescere qualitativamente grazie a questi.



IL NAZIONALISMO


Le teorie nazionaliste, dal canto loro, tendono invece a porre l’accento sul generale disinteresse del paese verso la nazionale, nonché sull’assenza di “carica patriottica” (Italo Cucci) mostrata dai calciatori in campo. La soluzione prospettata in questo caso è presto detta: vanno perseguite politiche che rimettano la nazionale al centro del movimento e nel cuore dei tifosi, anche contro il volere dei club di Serie A.

Per i nazionalisti (tra cui Tavecchio, riabilitato fuori tempo massimo) il primato della selezione azzurra sui club deve essere perseguito per mezzo di nuovi regolamenti che impongano ad esempio l’utilizzo di una quota fissa di calciatori italiani sia nei campionati professionistici che nelle primavere, dove al momento gli italiani sono solo il 30% del totale, come ricordato dal presidente della FIGC Gravina. Sotto il punto di vista del gioco, poi, i nazionalisti prospettano il ritorno a una concezione più concreta anziché improntata sul possesso palla (si vedano a tal proposito le parole di Capello sulla necessità di non rifarsi più al tiki taka barcellonista).


IL METODISMO


Infine, le teorie “metodiste” accantonano parzialmente le riflessioni su Serie A e italianità per focalizzarsi sui metodi di allenamento promossi dalla federazione per formare le nuove leve di calciatori. Appartengono a questa categoria tutte quelle riflessioni che partono dall’assunto (difficilmente confutabile) che in fin dei conti l’attuale nazionale è composta da giocatori più scarsi rispetto a quelli delle passate generazioni, e quindi è probabilmente nelle scuole calcio del paese che da qualche tempo il gioco si insegna nella maniera sbagliata. Tra i metodisti potremmo mettere ad esempio Mario Sconcerti, che il giorno prima di Italia-Macedonia ai microfoni di Teleradiostereo aveva denunciato questa recente incapacità formativa con parole molto nette:

“Non siamo più in grado di costruire un campione, di pensare un campione, ormai da vent’anni. E non sappiamo perché. È successo qualcosa di incredibile, di veramente apocalittico, che ha interrotto la produzione di calciatori. La scelta di continuare a utilizzare calciatori anziani come Chiellini ad esempio è drammatica e patetica, soprattutto se pensiamo a quanto i difensori fossero un tempo il nostro pane quotidiano. Sento veramente un cambio di epoca”.

Indirettamente metodista potremmo considerare poi anche Ivan Zazzaroni, che nell’editoriale di ieri sul suo Corriere dello Sport ha riportato le impressioni di un anonimo operatore di mercato suo amico:

“Gli allenatori del settore giovanile non lavorano più con il fine di creare i nuovi Pirlo, ma con il solo obiettivo di divenire loro i nuovi Ancelotti o Guardiola”.

In generale l’impressione dei metodisti è che le nazionali successive a quella campione del mondo nel 2006 siano state via via sempre più composte da quelli che Max Allegri aveva definito a suo tempo “polli d’allevamento”, ovvero calciatori fisicamente prestanti e magari funzionali a idee di gioco imposte dall’esterno ma incapaci di pensare autonomamente in campo. Il rimedio prospettato diviene quindi innanzitutto il ritorno ad un allenamento costante del gesto tecnico, trascurato negli ultimi tempi a vantaggio delle esercitazioni tattiche e di decision-making, e poi una generale ridimensionamento del ruolo dell’allenatore.



Tra i tre raggruppamenti di teorie ci sono sicuramente punti di contatto e sovrapposizioni, ma ci è sembrato comunque importante operare questa rozza classificazione sperando possa in qualche modo essere utile al prosieguo del dibattito. Ci rallegriamo inoltre di una caratteristica comune a tutte le visioni prese in considerazione, e che il lettore avrà già notato: nessuna delle tre prospettive indica una personalità specifica come responsabile del disastro. Non Gravina, non Berardi, non Mancini, che è stato tra l’altro da poco confermato.

Insomma, magari hanno tutti ragione, magari hanno tutti torto, ma ciò che stupisce è che questa volta, a differenza del 2018, nessuno prende in considerazione l’idea di risolvere problematiche strutturali con un semplice avvicendamento ai vertici. Il successo recentissimo nell’Europeo sta rendendo impossibile l’individuazione di un capro espiatorio alla Ventura sul quale addossare ogni colpa, e non a caso le analisi effettuate vanno più in profondità che in passato, lasciando sperare in una riforma consistente del nostro calcio. Se il capro espiatorio non c’è, infatti, le mosse gattopardesche diventano impossibili, le riforme inevitabili e il silenzio sospetto. Nel momento più difficile della storia del nostro calcio, è importante che non ci sia più nessun alibi al quale aggrapparsi.

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