Disastro Nazionale: un vizio umano prima che tecnico.
Sono gli uomini, lo abbiamo scritto più volte, a fare i calciatori. Ce ne rendiamo conto forse tardi, a fattaccio ormai compiuto (l’ennesimo), ma prima che il sinedrio calcistico torni con le sue ridondanti e sterili keywords – giovani, settori giovanili, riforme, stranieri – la constatazione, amarissima, precede e annulla ogni possibile analisi tecnica. D’altronde, nel già mestissimo post partita un “sottolineiamo il monte talenti della Bosnia”, da parte dei cronisti Rai, aveva definitivamente annichilito ogni residuale anelito azzurro.
Sono gli uomini a fare i calciatori, e noi non ne abbiamo: non abbiamo uomini, non abbiamo calciatori, non abbiamo più, da anni, una Nazionale.
La conferma arriva nella delirante conferenza stampa di Gravina (l’ennesima, anch’essa), che riprendendo le parole di Gattuso definisce “eroici” questi ragazzi: ma “eroici” de che? Che c’è di eroico nel perdere con una squadra a dir poco modesta, capitanata da un quarantenne che il nostro calcio lo ha dovuto abbandonare anni fa? Ci hanno sconfitto, ci hanno menato e ci ha portato a spasso un tamarro di diciott’anni coi pantaloncini calati: eroici, caro Gravina? Siamo sul tetto del mondo in una serie di gloriosi quanto sminuiti movimenti – “dilettantistici” – e l’Italia del calcio sconfitta, fuori dal mondiale per la terza volta consecutiva, è eroica? Federica Brignone è una “dipendente dello Stato” e Dimarco, con la sua ebete (!) esultanza, è “eroico”?
Gravina e la sua incancrenita supponenza saranno oggetto di apposita analisi, rimanete sintonizzati
Sono gli uomini a fare i calciatori. E avremmo dovuto capirlo quando il terzino titolare della nazionale e della squadra attualmente prima in Serie A (sic!), descritto dalla stampa italiana come un top player internazionale e martedì in totale balìa dell’ala avversaria, osserva rapito lo spareggio tra Galles e Bosnia, come a dover temere una delle due. Ma davvero l’Italia, con una storia di quattro mondiali e due europei, con giocatori che di questo sport son stati divinità, deve ridursi a temere una tra Galles e Bosnia? E poi, dopo l’esultanza sguaiata – che in fin dei conti può anche starci, per ragioni ignote e forse comprensibili – arriva coerente la viziata replica: “è stato poco rispettoso essere ripreso”. Che strano, effettivamente, che nell’epoca dell’infodemia un calciatore venga filmato dopo una partita: tradotto, non sapevo di essere un professionista.
Avremmo dovuto capire di non avere uomini sentendo parlare Bastoni, prima ancora di vederlo all’opera in una partita decisiva. Ospite del podcast di Cattelan, il difensore nerazzurro si autoproclamò “tra i primi al mondo ad interpretare il ruolo così” (quale ruolo, poi?), prima di lanciare una stoccata di raro qualunquismo: “i sacrifici sono anche dei calciatori, non solo degli operai o dei muratori”. Tra autocommiserazione e sfacciataggine, Pasquali Squitieri e un qualsiasi millennial viziato.
Avremmo poi dovuto capire di non avere uomini guardandolo esultare per l’espulsione di Kalulu, contro la Juventus: non per quello che Bastoni ha fatto, perché chi lo critica (l’abbiamo scritto) è anche peggio, facendo da sempre la furbizia parte del gioco – e noi abbiamo amato la mano de Dios, figuriamoci. I comportamenti in campo e fuori, tuttavia, collimano perfettamente per superficialità e presunzione, mostrando l’inconsapevolezza del ruolo di titolare della Nazionale e quindi esponente del calcio italiano: abbiamo per caso memoria di simili scemenze commesse o dichiarate da suoi predecessori? Spoiler, no.
Inoltre, l’esultanza di un Bastoni ingiustamente crocifisso rappresenta una grave tara culturale e strutturale, che a sua volta pregiudica il livello del calcio nostrano. L’Italia del pallone è infatti una repubblica fondata sul VAR, sulle polemiche da esso derivanti, sui vantaggi che dalle interpretazioni si possono e devono ottenere. Al netto di certi futili stratagemmi, resta ineludibile un calcio scadente, morto e finito: non per nulla, da cinque anni a questa parte la Serie A – ospizio del pallone europeo – è un campionato a perdere, in cui lo scudetto è assegnato più per demeriti altrui (vedasi l’harakiri di Inzaghi nel 2022) e mancanza di rivali che per un’effettiva superiorità della squadra vincitrice.
Avremmo dovuto capire di non avere uomini dal clamore suscitato intorno a Pio Esposito: il ragazzo è forte, potenzialmente molto (poi chissà), ma la risonanza mediatica che dall’esordio lo tormenta lascia intendere un sistema alla frutta, che vede in un potenziale giocatore un fenomeno provvidenziale e non il prodotto naturale di una filiera. E non può avere futuro una nazione in cui il talento – ammesso che lo sia – è una miracolosa apparizione e non la regola, un’inspiegabile manna dall’alto anziché un risultato sistematico.
Sono gli uomini a fare i calciatori, e noi non ne abbiamo. Non si parla di morale dei singoli – ricordiamo che i Mondiali del 2006 coincisero con Calciopoli e il Mundial dell’82 servì da condono per le condanne legate al Totonero – ma di etica sportiva, di temperamento, di fame. Hanno vinto i bosniaci perché hanno avuto più voglia, più coraggio, più decisione, più sfrontatezza, e per una volta sembra più che un luogo comune la visione secondo cui i nostri calciatori sono viziati, da ogni punto di vista, impreparati a giocare le partite che contano. Timorosi, passivi, privi di carattere, incapaci di reagire all’abisso in cui hanno contribuito a far sprofondare il calcio italiano.
I giocatori in Italia idolatrati, i cui cartellini singoli valgono metà rosa della Bosnia – Dimarco, Bastoni, Barella, Calafiori, etc. – non solo sono modesti (eufemismo), se comparati ai fenomeni di caratura internazionale, ma, peggio, non hanno fame e trovano pure chi li definisce eroici. E forse, sempre colpevolmente tornando alla conferenza stampa di Gravina, fa male anche la “sintonia” nello spogliatoio nel dopo partita. Ma quale sintonia dev’esserci dopo una figuraccia del genere? Ma davvero dobbiamo credere, come in politica, che non perda mai nessuno? In uno spogliatoio di “eroici”, di uomini, ad un’umiliazione del genere sarebbero volati stracci, schiaffi e tavoli. È di certo preferibile un caos da cui niccianamente partorire una stella, piuttosto che il solito immobilismo stantio, conservatore e gattopardesco, in cui tutto rimane com’è purché nulla cambi a beneficio dei soliti noti.
Il calcio italiano è finito, il re è nudo, dio è morto. Ai giovani che un mondiale non l’hanno mai visto non restano che i trend di Instagram sugli anni ’90 e il marketing della nostalgia su calciatori spesso neanche visti giocare. Non è la sconfitta di una nazionale ma di un’identità, di una cultura radicata e popolare, che s’avvia verso il definitivo tramonto. Il buio è solo all’inizio ma s’avverte già urgente il bisogno di un’aurora di speranza e di eroi: tutt’altro che beato, a differenza di quanto scriveva Brecht, è il popolo che non ne ha.