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Andrea Antonioli
30 Settembre 2019

Distruggiamo il giornalismo sportivo

Andrea Antonioli

79 articoli
Sempre meglio che agonizzare di superficialità.

Nell’imbarazzante vuoto del giornalismo sportivo tutti abbiamo responsabilità, noi compresi. Sì perché quando si entra in una narrazione, pur se la si vuole stravolgere, si rischia di esserne risucchiati: un po’ come accade per il Parlamento, un palazzo che ti avviluppa e ti svuota dell’originale carica incendiaria (con tutto che, qui, nemmeno ci arricchiamo). Sono i meccanismi che ti fottono, il funzionamento del sistema, e il giornalismo sportivo funziona che peggio non si potrebbe, sia nei modi che nei contenuti.

Non stiamo oggi a rimarcare per l’ennesima volta i giganteschi legami, rapporti e conflitti di interessi tra giornalisti e società, giornalisti e procuratori, giornalisti ed editori: quello lo sappiamo tutti abbastanza bene, e ne abbiamo già scritto abbastanza. Oggi vogliamo approfondire invece il linguaggio del giornalismo sportivo, soprattutto quelle de/per le nuove generazioni. Beh, direte voi, titoloni strappa-click, galleries di fidanzate dei calciatori bollenti, cronache esasperate, retorica da top player… avete già parlato anche di questo!

Ed è vero, ma dobbiamo ancora scendere sotto la superficie, sotto i ritornelli, sotto un anti-conformismo che rischia di diventare conformismo (di comodo) al contrario. È il linguaggio che ci interessa e con esso il pensiero, la capacità critica nel senso etimologico del termine, come predisposizione all’interpretazione; e ancora ci interessano il retroterra e le prospettive.

Le wags, avanguardia dell'odierno giornalismo sportivo
Tralasciamo le “wags”, che ormai abbondano su qualsiasi grande sito o giornale di sport (qui le compagne di non sappiamo neanche chi) / Immagine da Panorama, credits Ufficio Stampa Viacom /

La nostra è una generazione che non è più abituata a pensare, e nello sport questa inquietante tendenza è ancora più evidente che altrove: in fondo nel giornalismo di opinione si sa che dietro ci sono meccanismi, convenienze, visioni politiche, ideologie (?), programmi. Un minimo si è costretti a ragionare e a capire, mentre nel giornalismo sportivo questo non accade. Oggi si crede che lo sport sia una cosa leggera, uno dei tanti espedienti che questa generazione si è data per non accendere il cervello, per “seguire ciò che ci piace”.

Ecco perché tutti vogliono fare i giornalisti sportivi, e ci ritroviamo con un esercito di ragazzini omologati che aprono blog e pagine parlando di calcio esattamente come il pensiero dominante ha insegnato loro. Non possono andare oltre, nessuno glielo ha mai insegnato, i loro (cattivi) maestri sono stati giornalisti esaltati, social network, FIFA e Football Manager, ed è per questo che anche per noi è così difficile. Stiamo provando ad apprendere il mestiere da soli, con l’unico aiuto di alcuni giornalisti veri – perché ce ne sono di bravi che non si rassegnano, e che danno tanti consigli senza chiedere nulla in cambio.

Abbiamo imparato a ricercare le fonti, a spulciare i bilanci delle società, stiamo iniziando a capire quanto sia faticoso e complesso fare delle inchieste, o anche solo quanto impegno ci voglia per stendere un articolo avendo prima buttato giù una bibliografia: bisogna leggere libri, giornali, articoli italiani ed esteri, e spesso non è neanche così facile procurarsi il materiale. Siamo cresciuti (pur con tutti i nostri limiti) con le nostre forze, con la consapevolezza di dover fare il lavoro sporco, la parte più difficile ma anche più soddisfacente di questo “mestiere”, che per noi in realtà è ancora solo una passione.

Per una nuova/vecchia forma del giornalismo sportivo
Da una vecchia foto, parte del kit del giorno zero di Contrasti

In questi nemmeno tre anni hanno scritto per Contrasti più di 130 collaboratori e avrebbero potuto farlo in altrettanti. Tutti vogliono scrivere di sport, e noi stessi per coprire dei “buchi” – o per seguire le tendenze – abbiamo a più riprese pubblicato articoli di una banalità sconcertante: di questo ci scusiamo. Una volta ad esempio arrivò in posta la mail di un ragazzo il cui obiettivo nella vita era “fare il giornalista sportivo”: incollò come pezzo di presentazione (ovviamente, almeno questo, che non ha mai visto la luce) un articoletto sul resoconto di Chievo Verona – Napoli con l’elogio di Mertens, Insigne o chi per loro.

Certo un caso limite, e parlando di linguaggio inquinato ci riferivamo ad altro, però la tendenza non è così isolata.

Pensavamo in ogni caso, e più in generale, a tutti quei ragazzi che ci hanno scritto per collaborare forti già della “loro idea” di storytelling sportivo. Abbiamo accumulato in posta decine se non centinaia di articoli sostanzialmente uguali su singoli giocatori: il modello è sempre lo stesso, un nuovo giornalismo più internazionale e aperto sul mondo, ma privo di un retroterra e di un pensiero critico. Ecco dunque che abbiamo perso il conto di simil-marchette accumulate su Mbappé, Havertz, Sancho, De Ligt e Neres, Jovic, Sarr, Hudson-Odoi e Alexander-Arnold, Gabriel Jesus e compagnia cantante.

Articoli ottusi, smielati, una via di mezzo squallida e posticcia tra i contenuti del modello Fox Sports e lo stile del modello Buffa, scimmiottando molto male entrambi. Storie strappalacrime costruite sul web, tutte uguali e scritte da ragazzi tutti uguali, magari incentrate su giovani giocatori che venivano dalla periferia e ora grazie al calcio sono icone di successo e redenzione: ah, il lieto fine delle favolette, che Dio lo benedica!

Tutti parlano di Mbappè eroe delle banlieu, dell'uno su mille che ce la fa, del calcio come strumento di redenzione. Quasi nessuno tratta degli altri 999, dei sogni spezzati e dei ghetti a cielo aperto, di cui il giornalismo sportivo si ricorda solo per scrivere la storia a lieto fine.
Tutti parlano di Mbappè eroe delle banlieu, dell’uno su mille che ce la fa, del calcio come strumento di redenzione. Quasi nessuno tratta degli altri 999, dei sogni spezzati e dei ghetti a cielo aperto (di cui ci si ricorda solo per scrivere la storia a lieto fine).

Ma il problema non sono loro, è il “sistema” che li mastica e sputa senza pietà, alimentando una generazione di precari nella testa ancor prima che nella condizione effettiva. Questi ragazzi sono disposti a subire soprusi e umiliazioni pur di ottenere un tesserino di pubblicista (e poi?), pur di avere l’illusione di entrare nel magico mondo di chi viene pagato per scrivere di sport – il sogno di tutti, detta così! Basta vedere i loro profili social, tanto curati quanto imbarazzanti, per capire dove (li) tira il vento: sballottati da una parte all’altra, costretti a scrivere del tutto e del niente e anche di fretta, convinti per giunta che questa sia gavetta!

Con magari un Gianluca Di Marzio, personaggio da Prima Repubblica, che fa battere loro una stronzata di articolo al giorno pur di godersi i frutti dei suoi click: ecco il prezzo di non aver avuto maestri, credere che con il mini-ritratto mellifluo sulla nuova stella emergente del 2001 che fa rap si stia già facendo “giornalismo”. Veramente poco si muove in questo mondo, tranne rare eccezioni: e la nostra non è una critica ideologica, perché il meglio del giornalismo sportivo online degli ultimi anni è venuto fuori ad esempio dall’Ultimo Uomo, un progetto che parte da presupposti radicalmente opposti ai nostri, e che porta avanti una narrazione incompatibile con la nostra idea stessa di calcio come fenomeno sociale ancor prima che sportivo, ma che certamente ha meritato tutti i riconoscimenti ottenuti.

Il punto non è la visione del calcio, su quella possiamo scontrarci in duelli rusticani fino all’alba.

Il punto è la mancanza di interpretazione, l’incapacità di pensare oltre i soliti clasutrofobici schemi, il rifiuto di confrontarsi con il lato sporco, faticoso ma più nobile del giornalismo, quello che approfondisce e (si spera) fa le pulci al potere, alla FIFA, alla UEFA, al CONI, alle proprietà e ai procuratori, a giornalisti conniventi e a dirigenti incompetenti. Il giornalismo nasce per questo mentre oggi è nient’altro che una gigantesca marchetta a qualcuno o qualcosa, costretto per rimanere in vita a correre dietro allo spettacolo, a piazzare in prima pagina il faccione del nuovo bomber, a pompare all’ennesima potenza il top player per poi inchiodarlo appena cala di rendimento.

Uno dei tanti casi in cui la narrazione da top player del giornalismo sportivo provoca danni alla salute, anche al giocatore stesso
Uno dei tanti casi in cui la narrazione da top player provoca danni alla salute, anche al giocatore stesso

Un dibattito psuedo-sociologico di costante attualità riguarda proprio il ruolo dei media: alimentano essi stessi la disgregazione culturale o invece, rendendosi conto dell’aria che tira, ci soffiano su sfruttandola per i loro scopi (tanto, ormai, il danno è fatto)? Insomma, è nato prima l’uovo o la gallina? Ebbene forse nessuno dei due; probabilmente è lo scenario storico a prediligere un certo tipo di narrazione, più funzionale agli smartphone, ai tablet, alla fretta motore della nostra società – che poi qualcuno, un giorno, ci dovrà spiegare dove cazzo stiamo andando.

È un tutt’uno legato insieme, concatenato. Ma se l’80% di traffico proviene da mobile, come si può ancora concepire un long-form? Come sperare che dallo schermo di un cellulare si possa vivere un’esperienza di lettura lunga e approfondita? Siamo impiegati della tecnica e della velocità, questo ha decretato lo spirito del tempo. Venirne fuori è probabilmente impossibile, ma ciò non significa che i media debbano accelerare o ancor peggio cavalcare la situazione.

Almeno a livello deontologico, o di metodo, si devono fornire gli strumenti del mestiere (libero poi chi vuole di non impiegarli): la consapevolezza che si stia andando a grandi passi verso la semplificazione non implica che debba mancare la cultura di base, il dilagare dell’analfabetismo funzionale non comporta che la scuola debba rinunciare al suo ruolo, o cedere alla legge della giungla. Poi, appunto, a ciascuno la scelta, e anzi una narrazione semplificata è forse anche più utile e coerente.

Altrimenti sposiamo l’“accelerazionismo”, una filosofia dell’automazione che riduce il ruolo dell’uomo fino a renderlo interamente dipendente dalle macchine: degli articoli, solo online, scriveremo unicamente i titoli eliminando il corpo del testo. Una via di mezzo tra la reazione e l’accelerazione rimane oggi deleteria, e causa il vuoto radicale delle nuove generazioni né carne né pesce.

Il punto centrale resta però uno: ai giovani che si approcciano a questo mondo non possiamo lasciar credere che il giornalismo sportivo sia affare di storielle, social network o collages improvvisati ricavati dal web. È in quel momento che viene meno il margine stesso per la scelta, e anche chi è predisposto a un altro tipo di racconto verrà risucchiato e schiacciato dal modello dominante. Non si tratta dei contenuti, quelli sono l’effetto; il problema non sta nemmeno nei giornalisti compiacenti a editori e procuratori, ma sorge ancora prima.

Riguarda il metodo, le cause, il pensiero, l’educazione, gli strumenti: qui c’è un rischio ancora maggiore che nei conflitti di interessi e nella narrazione pilotata. Senza capacità critica il giornalismo sportivo sta inevitabilmente agonizzando e finirà presto, come il vecchio e stanco dio nietzscheano, per morire di buoni sentimenti e compassione.

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