Spiegare cos’è Bidon non è semplice. Il rischio è quello di non trovare parole adatte, rendere un’idea sbagliata: ancora peggio, sfociare nella retorica. Proprio per questo, lasciamo che siano i ragazzi della redazione a tratteggiare il profilo della loro creatura. Sul loro sito scrivono questo: “Noi la chiamiamo borraccia. Tutto il resto del mondo la chiama bidon, e grida queste cinque lettere goffe al passaggio di ogni corsa di biciclette: il bidon, che oggi è un banalissimo cilidretto di plastica industriale, finisce sempre vuoto, ma sempre magico, tra le mani di qualche spettatore”.

Allora ragazzi, prima di tutto vi chiederei com’è strutturata la redazione di Bidon.

In ordine alfabetico:

Francesco Bozzi, 29 anni, aretino trapiantato a Milano dove lavoro come video editor a il Post, anche se avrei studiato per diventare letterato, ma per questo c’è Bidon. Leonardo e Filippo mi hanno parlato dell’idea di far nascere Bidon e da lì a decide di imbarcarmi è passato pochissimo.

Filippo Cauz, nato cinque giorni dopo Voeckler e tre prima di Chavanel a pochi metri dal Vigorelli, che poi è dove vivo ora. Dopo una laurea sui vulcani e dei lavori come cartografo ho pensato bene che fosse meglio dedicarmi alle mie passioni: la musica e le biciclette. Ma non sapendo né suonare né pedalare forte ho preferito concentrarmi sullo scrivere e lo faccio ogni giorno.

Leonardo Piccione, 31 anni, nato e cresciuto nella Murgia barese ma ultimamente assiduo frequentatore dell’Islanda, dove raccolgo storie di vulcani e collaboro con un piccolo museo. Ho studiato per molti anni statistica, poi un giorno ho co-fondato Bidon. Scrivo di ciclismo (e altri sport) anche per Rivista Undici.

Riccardo Spinelli, 23 anni, milanese, studio astrofisica e gioco a pallone. Avevo mandato qualche pezzo a Crampi Sportivi, dove scrivevano di ciclismo (già meravigliosamente) Leonardo e Filippo. Quando è nata l’idea di fondare Bidon me ne hanno parlato e ho subito accettato.

Bidon: come, quando, dove nasce?

Cauz: C’era una volta Crampi Sportivi. O meglio, c’è ancora, ed è lì che ci siamo virtualmente incontrati. Tutti ci siamo candidati, in tempi diversi, per scrivere di ciclismo, e da queste (e altre) candidature si è costituita una redazione specifica che ha cominciato a raccontare le corse con il nostro stile. A un certo punto Leonardo ed io ci siamo accorti che un sito così vario aveva sì tante potenzialità, ma ci stava un po’ stretto e avevamo bisogno di qualcosa di “nostro”. Abbiamo passato una settimana a ipotizzare nomi (ho ancora l’elenco, alcuni erano sorprendenti), infine abbiamo scelto Bidon (per i motivi che spieghiamo qui) e siamo partiti coinvolgendo in primis Francesco e Riccardo, con cui già avevamo collaborato, e in seguito qualche altro appassionato che abbiamo incontrato per strada.

Bonjour Bidon, il podcast quotidiano che ha accompagnato il Tour de France 2017.

 

Dietro le quinte: come nascono le vostre rubriche, i vostri libri, più in generale i vostri lavori? Qual è il vostro ufficio, la vostra redazione?

Francesco: Il modus operandi all’interno della redazione di Bidon, innanzitutto non è un modus. Nel senso che i vari contributi nascono ognuno in maniera diversa senza una routine troppo schematizzata. In linea di massima per quelli che sono i racconti che pubblichiamo sulla nostra pagina Facebook dopo le corse, si tratta di un incrocio tra scrittura personale e scrittura collettiva che poi Leonardo taglia e cuce per dargli una fisionomia coerente. Il nostro ufficio e il luogo dove costruiamo tutti i nostri progetti è il gruppo redazionale che abbiamo su Facebook.

Fermiamoci qui un attimo. Quel che esce da Bidon colpisce per originalità: idee, titoli, immagini. La creatività e l’originalità sono doti innate oppure si possono coltivare? Se sì, in che modo secondo voi?

Leonardo: Come (quasi) tutto nella vita, anche la creatività si può coltivare. È un esercizio di affinamento dello sguardo, innanzitutto: l’esperienza ti insegna i particolari di un’immagine a cui prestare maggiore attenzione, o quali parole di un’intervista mettere al centro di un pezzo. Quando mi capita di rileggere alcuni articoli del primo Bidon, o dei tempi di Crampi Sportivi, non posso non notare l’evoluzione che ha avuto la nostra scrittura. Poi, certo, esiste anche una componente di sensibilità che è innata: nessuno ti insegna ad emozionarti durante una gara di biciclette, e per determinati passaggi di una gara di biciclette. Ed è proprio quest’input emozionale a generare per primo i collegamenti e le metafore.

Perché è così difficile scrivere di ciclismo parlando soltanto di ciclismo?

Riccardo: Perché le corse in bicicletta non sono racchiuse in uno stadio o in un ring. Il ciclismo attraversa i luoghi, e i luoghi, insieme alla loro storia, diventano parte di esso. Questo, giornalisticamente parlando, è un vantaggio enorme. Anche nelle tappe più noiose c’è sempre una storia, un evento, qualcosa a cui aggrapparsi per raccontare. E poi il ciclismo è la migliore rappresentazione sportiva di quello che è la vita. Anzi, come ha detto Donald Antrim, è la vita ad essere una metafora della corsa, non viceversa. La corsa polverizza e sintetizza tutto, e di conseguenza di tutto si deve parlare.

I vostri riferimenti: sportivi, letterari, musicali, giornalistici.

Francesco: Riferimento sportivo direi per il ciclismo Vincenzo Nibali, per la capacità di fare cose da campione senza necessariamente avere tutte le doti naturali per esserlo. Per quanto riguarda i libri io sono sempre stato un grande amante della letteratura anglofona del primo ‘900, per la capacità di rompere le regole, quindi segnalerei James Joyce e William Faulkner. Musicalmente starei in Italia, invece, citando Lucio Dalla, perché è riuscito a cantare il nostro paese con poesia, ma senza retorica. Giornalisticamente cito Claudio Gregori, perché è da sempre vicino a Bidon e perché è un esempio di una dote fondamentale per fare bene questo lavoro: l’entusiasmo bambinesco che genera curiosità.

Cauz: Quella sullo sport è una risposta difficile, perché è difficile scindere le persone dai risultati o dalle imprese, e infine dalla passione che hanno saputo comunicare, magari senza mai eccellere nemmeno. Potrei citarti un’infinità di ciclisti, da Bartali e Anquetil, di cui ho solo letto, a Bugno, Jalabert, Vandenbroucke e Nys, che ho potuto ammirare. Ma dovendo scegliere dico Graeme OBree, un genio. La letteratura è il mio tallone d’Achille, citerò Kurt Vonnegut e P.K. Dick perché sono coloro che mi hanno formato in gioventù, e Lewis Carroll in assoluto. Per quelli musicali dovrei scriverti altre 10 pagine, e non basterebbero: soprattutto amo la musica dal vivo, le mie esperienze più importanti sono legate a concerti più che a dischi. Purtroppo l’età mi ha impedito di vedere Zappa, i Kinks, Ligety, Coltrane, Mingus o i Ramones del ’79, però il mese scorso ho visto sia i Necks che Colin Stetson e sono ancora in sollucchero. Sui giornalisti molto banalmente direi Lester Bangs, ma restando al ciclismo credo non si possa non partire da Gianni Brera.

Leonardo: Riferimento sportivo, rimanendo nel ciclismo, direi l’ultimo Contador, per la capacità di uscire (e con successo) dagli schemi. Letterario Jón Kalman Stefánsson, romanziere islandese, che guarda con intensità grandiosa ai dettagli delle vicende umane. Musicale i Baustelle, perché in questi giorni sto ascoltando moltissimo il loro ultimo disco, e perché mi sono sempre piaciuti un certo citazionismo e la fusione di alto e basso. Riferimento giornalistico, anche se è riduttivo considerarlo solo giornalistico, Dino Buzzati: i suoi resoconti dal Giro d’Italia dovrebbero essere il punto di partenza per qualsiasi narratore ciclistico.

Riccardo: Riferimento sportivo per il ciclismo Marco Pantani, per le emozioni che riusciva a trasmettere correndo in bicicletta. Letterari Hemingway e Roberto Arlt, scrittore argentino che solo recentemente è stato riscoperto e tradotto in italiano. Musicale Enzo Jannacci, per la costante volontà di raccontare gli emarginati e per la capacità di dire cose serie senza essere pesante. Giornalistici in generale Matteo Nucci, per lo sport Gianni Mura: “La Fiamma Rossa” è un libro che tutti gli amanti dello sport e soprattutto del ciclismo dovrebbero leggere.

Bidon al gran completo durante una presentazione de “Il Centogiro” (si ringrazia l’associazione Circola di Saronno per le foto).

 

Perché, secondo voi, l’attualità viene denigrata e vituperata in maniera così massiccia? Sembra sempre che il bello e l’interessante risiedano nel passato.

Riccardo: Si chiama nostalgia, ed è un sentimento umano ineliminabile. Piangeva di nostalgia Ulisse sull’Isola di Ogigia, e anch’io che ho 23 anni vorrei averne 16 e andare al liceo. Il problema è che la nostalgia modifica il passato rendendolo migliore di quel che era. Fin quando si è consapevoli di ciò si riesce a filtrare le sensazioni che il passato provoca; quando la nostalgia è inconsapevole e la si usa come chiave di lettura del presente. Fausto Bertoglio diventa migliore di Vincenzo Nibali, e Sandro Cois migliore di Leo Messi. Bidon nasce anche per opporsi a questa tendenza eccessivamente celebrativa del passato e denigratoria del presente.

E ancora, perché dal vostro punto di vista ci si esalta molto spesso per il nulla, o comunque per normali dinamiche di corsa, arrivando a mitizzare i “bei vecchi tempi”, dove tutto era più semplice, genuino e spettacolare? La volontà di ammantare il tutto di eroismo, direi.

Cauz: Credo che il ciclismo stia pagando un po’ lo scotto di un’epoca non troppo fortunata, forse povera di campionissimi, e di una difficoltà ad adeguarsi alla sua stessa evoluzione. Ciò non toglie che i raffronti con il passato lasciano sempre il tempo che trovano, e proprio per questo andrebbero accantonati. Il presente deve scrivere la sua storia. L’esaltazione o il desiderio di eroismo sono sicuramente dei problemi diffusi, ma non credo siano specifici del ciclismo. La stessa esaltazione sul nulla si riscontra nei racconti di altri sport, nel gridare al capolavoro su dischi che vengono dimenticati un mese dopo, persino nel dibattito politico. Probabilmente dobbiamo solo imparare ancora a maneggiare l’enorme universo di informazioni che abbiamo a portata di mano, e a gestirlo come una risorsa e non come un ostacolo.

Come si suscitano emozioni nel lettore senza cadere nella facile retorica?

Leonardo: Credo che il punto di partenza sia proprio liberarsi dall’ansia di suscitare emozioni. Le emozioni quasi sempre le ha già suscitate la gara, quindi chi scrive non deve creare nulla da zero, ma “semplicemente” provare a rievocare con la giusta scelta di verbi e aggettivi un sentimento che chi legge ha già vissuto. Quando lo scrittore di sport si pone invece l’obiettivo di provocare un’emozione nuova nel lettore, allora la retorica (intesa come artificiosità) è inevitabile. Il ciclismo è già pieno di per sé di contenuti emotivi molto forti: chi scrive il più delle volte dovrebbe sottrarre, non aggiungere.

Il giornalismo del futuro, a pedali e più in generale sportivo, riuscirà a mantenere quest’aura letteraria oppure sarà costretto ad arrendersi a questo nuovo linguaggio fatto di termini estremamente scientifici e specifici (freddi, purtroppo)?

Leonardo: Io credo che la scientificità spinta che ha invaso il giornalismo sportivo negli ultimi anni non avrà vita lunga, o almeno non riguardo tutti gli sport. Il basket, quello sì, è uno sport perfetto per l’analisi numerica: è impensabile oggi poter parlare a certi livelli di una partita di basket senza un’adeguata conoscenza statistica. Già il calcio si presta molto meno a questo tipo di discorsi, anche se qualcosa si sta provando a fare – fin troppo, per i miei gusti. Il ciclismo invece credo sia lo sport meno adatto di tutti al “racconto scientifico”. Sia ben chiaro: personalmente sarò sempre a favore del progresso e della trasparenza, e trovo giusto che un numero crescente di dati sulle prestazioni dei corridori venga messo a disposizione di chi voglia analizzarli. Ma davvero esistono appassionati interessati durante la diretta di un tappone alpino a sapere qual è il wattaggio di Nibali minuto per minuto? Sul serio ci sono dei lettori che vorrebbero fosse dato più spazio nei commenti post-gara della Parigi-Roubaix al confronto tra la potenza espressa da Sagan e quella di Dillier allo sprint? Per carità, c’è posto per tutti. Ma non può essere quello il futuro del racconto ciclistico. Il ciclismo l’hanno inventato dei giornalisti che volevano vendere più copie dei loro giornali raccontando storie che coinvolgessero i lettori come romanzi d’avventura, non come pubblicazioni accademiche.

Come dovremmo considerarvi? Giornalisti, scrittori, menestrelli? O nessuno di questi?

Cauz: Credo che ognuno sia libero di considerarci come preferisce. A me piaceva l’idea del cantastorie, forse il menestrello ci si avvicina.

Leonardo: Non credo che le categorie abbiano ormai troppo senso. Diciamo che ci piace scegliere le parole, quando scriviamo, e ascoltare come suona un periodo. Tutto qua.

Il Centogiro“, uno dei loro migliori lavori.

 

Se affermassi che tendenzialmente, da qualche anno a questa parte e limitandosi al ciclismo, si trova più qualità sul web che sui giornali, sbaglio secondo voi? Qual è la vostra opinione in merito?

Leonardo: In Italia c’è da anni una penuria di pubblicazioni ciclistiche “di qualità” su carta, è vero. Fino a qualche anno fa la Gazzetta rimediava grazie a firme come Pastonesi e Gregori, ma è finito anche quel tempo. In compenso all’estero, specie nel mondo anglosassone, questo sembra un momento positivo per le belle riviste di ciclismo. Mi vengono in mente, ad esempio, “Rouleur” per la parte un po’ più narrativa e “ProCycling” per quella più strettamente giornalistica. Sul web, come sempre, si trova di tutto. Ci sono progetti interessanti ma anche pagine che ancora chiamano Sagan “il bomber”. In questo mare magnum, la carta può ancora in qualche modo fungere da spartiacque. Mi piacerebbe ci fosse più carta nel futuro di Bidon.

Cauz: Diciamo che anche in questo ambito c’è un “problema” generale che riguarda il mondo dell’informazione. La carta costa, e i costi in qualche modo vanno coperti, col costante rischio di “svendersi”. Il web è gratis, ma fatica a “professionalizzare” chi vi scrive, vuoi anche qui per un discorso economico vuoi per le difficoltà ad acquisire autorevolezza. Credo che la qualità si possa distribuire equamente in entrambi i fronti. Restando all’Italia io ricordo con piacere la bellissima esperienza cartacea di “Cycle! Magazine”, che nonostante fosse italiano sembrava godere di maggiore stima all’estero che qua. Purtroppo molto spesso la qualità finisce per restare confinata alle nicchie. Da questo punto di vista penso che chi ha gestito la comunicazione mainstream su stampa e TV nell’ultimo quarto di secolo abbia delle colpe che pesano come dei macigni, e abbia commesso errori che purtroppo richiederanno tempi lunghissimi per essere rimediati.

Bidon alterna con un bel successo online e cartaceo, usando il secondo come raccolta del primo: cosa avete raccolto da entrambe le esperienze? Che differenze avete riscontrato? Si legge ancora, quindi?

Cauz: Guardando alla nostra esperienza, direi che si legge eccome, forse anche più di quanto ci aspettassimo. Poi i libri non si vendono più di tanto, ma dal quel punto di vista i numeri contano poco. I nostri “racconti” hanno sempre superato i confini della narrazione sportiva trovando lettori ed estimatori anche in lettori che di ciclismo ne sanno poco o nulla. Si tende sempre a sottovalutare la curiosità di chi legge, accomodandosi su formule e temi noti per paura di scontentare il pubblico. Ma il pubblico non è tutto uguale. I lettori della nostra pagina Facebook sono diversi da quelli del sito e diversi da quelli dei libri. Noi proviamo a proporre contenuti analoghi in cerchie differenti, e in definitiva ad incrociarle. È una contaminazione tanto per noi quando per chi ci legge.

Leggendo i commenti ai vostri post, uno in particolare letto diversi mesi fa mi colpì: “vorrei aver fondato questa pagina”. Sentite la responsabilità di dover sempre dire qualcosa di godibile, fresco, anche di un certo livello se vogliamo?

Leonardo: Sì. Con la crescita della pagina è cresciuto questo sentimento di responsabilità. Diversi lettori ci scrivono cose tipo “era dalla fine della corsa che aspettavo di leggere il vostro pezzo”, oppure “più che il Tour de France, mi mancherete voi”. A me poi colpisce sempre la quantità di lettori che taggano nei commenti alcuni loro amici e amiche che di solito non seguono il ciclismo, nella speranza di coinvolgerli. “Leggi qua!”, scrivono. Tutto questo è molto bello e molto impegnativo, nel senso che provare a mantenere costantemente alto il livello di quello che si propone significa sacrificare un pezzo della propria passione, perché un conto e guardare la corsa “da tifosi”, un altro “da addetti ai lavori”. Il rischio è diventare meccanici ed esaurire la carica innovativa. Sarebbe un tradimento. Per questo credo che Bidon non avrà vita molto lunga (detto con simpatico realismo, ndr).

Il pubblico del ciclismo li ascolta sempre molto volentieri.

 

Come guardate a voi stessi? Come un qualcosa di nuovo oppure come una bella riproposizione del giornalismo sportivo che fu?

Francesco: Per quanto mi riguarda, e credo di parlare anche per i miei compagni d’avventura, non mi considero né qualcosa di nuovo né una replica di un giornalismo che non c’è più. Molto semplicemente scriviamo di uno sport che seguiamo con passione e interesse cercando di farlo nel modo in cui ci piacerebbe leggerne. Siamo lettori prima di tutto, e le cose belle da leggere si trovano nel passato così come nel presente, basta cercarle bene.

Cosa c’è nel vostro futuro? Progetti, sogni, ambizioni: personali e redazionali, ovviamente.

Cauz: Fatico a immaginare dove sarò tra un mese, figuriamoci in futuro. L’unica speranza è che ci siano sempre un divano, qualche birra e una bella corsa da guardare, e magari da raccontare. Il terzo punto non dipende da me, ma sugli altri due sono ottimista: alla peggio il divano sarà solo un materasso abbandonato sotto un ponte.

 

Francesco: Sarebbe bello riuscire a vivere di solo Bidon, ma ancora non è possibile, e non è detto che lo sia mai. Detto ciò, un anno fa chiesi a Gianni Moscon dove si vedeva tra 15 anni, e ora me lo chiedo da solo: sinceramente non lo so, spero che sia in un posto dove possa scrivere o parlare di ciclismo, di film e di libri.

 

Leonardo: Vivere in Islanda mi ha insegnato una cosa fondamentale: l’unico futuro possibile da immaginare è la prossima ora. Quindi sì, mi piacerebbe scrivere – e scrivere di ciclismo – ancora per un po’, però poi chissà. Mentre rispondo, tutto questo è ancora e solo una passione; provare a farla diventare un mestiere è insieme speranza e timore.

 

Riccardo: Non ho progetti futuri, a parte terminare gli studi. L’ambizione è sempre la stessa: vincere al Superenalotto e vivere di rendita, viaggiando e scrivendo.