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14 Ottobre

Giro Covid

Luca Pulsoni

80 articoli
8 positivi alla Corsa Rosa. Perché la bolla anti Covid non funziona.

La bolla del Giro d’Italia rischia di scoppiare. O forse è già scoppiata. A poco sono serviti i circa 1.500 tamponi effettuati dagli organizzatori, così come previsto dal protocollo Uci. Il Covid-19 non risparmia nemmeno la Corsa Rosa. Il risveglio di ieri mattina è stato tra i più caotici della storia recente. 8 persone, tra corridori e membri dello staff, sono risultate positive al coronavirus in seguito ai tamponi eseguiti tra domenica e lunedì, nel corso della prima giornata di riposo.

 

Nomi pesanti colpiti dal virus: Steven Kruijswijk, terzo al Tour de France 2019, e Michael Matthews, in lotta per la maglia ciclamino. Positivi anche 6 membri degli staff al seguito dei team: 4 della Mitchelton-Scott, 1 dell’Ag2r e 1 di Ineos Grenadiers. Risultati che sorprendono considerando i protocolli adottati per tenere chiusa la bolla, oltre al fatto che tutti i test prima della partenza della corsa avevano dato esito negativo. Chi è risultato positivo ha contratto il virus immediatamente prima del via da Palermo o nel corso del Giro. Nessuno lo sa.

 

Una visuale sul passaggio del Giro tra Valdengo e Plan di Montecampione, maggio 2014 (Ph Harry Engels – Velo/Getty Images)

 

Ma non finisce qui. Poco prima del via della decima tappa da Lanciano a Tortoreto arriva la mazzata: la Jumbo-Visma (la squadra di Kruijswijk) e la Mitchelton-Scott salutano il Giro. Gli australiani abbandonano in accordo con gli organizzatori di RCS Sport; gli olandesi, al contrario, non si presentano al foglio firme. Una vera e propria fuga. Inaspettata.

 

Già nei giorni scorsi era risultato positivo al Covid-19 il capitano della Mitchelton, Simon Yates. Dopo la notizia della positività di Yates, la squadra australiana è stata sottoposta ad un ciclo di test rapidi con esiti negativi. Lunedì la sorpresa (?): 4 positivi. Un disastro che si specchia nell’aumento dei contagi registrato nelle ultime settimane. La bolla anti-Covid, evidentemente, non è riuscita ad isolare la carovana rosa dalla seconda ondata del virus.

 

Un danno d’immagine per il Giro e per l’Italia, ma anche una batosta sotto il profilo tecnico. La Corsa Rosa, piazzata nel mese di ottobre in favore di sua Maestà Tour de France (che ha potuto scegliere la propria collocazione in calendario senza alcuna pressione), si presentava azzoppata già dalla partenza di Palermo. Pochi campioni al via e una risalita verso Milano che si preannunciava complicata, vuoi per la minaccia maltempo sulle montagne, vuoi per il temuto (e prevedibile) aumento dei contagi.

 

Una splendida panoramica del tratto Gemona del Friuli – Trieste, giugno 2014 (Ph Bryn Lennon – Velo/Getty Images)

 

Gli addii di Kruijswijk e Yates, due tra i pretendenti alla vittoria finale, hanno tolto qualità alla corsa. Se ai casi Covid ci aggiungiamo anche il ritiro del super favorito Geraint Thomas, caduto nel corso della terza tappa con arrivo in cima all’Etna, il quadro che emerge è quello di un Giro anonimo, piegato dal virus e da una voglia smisurata di ripartenza che fa a cazzotti con una realtà dura da accettare. Doveva essere il Giro della rinascita, sulla falsariga di quello del 1946 dopo il secondo conflitto mondiale, ma è stato il Giro della resa. Vada come vada.

 

La bolla, dicevamo. RCS Sport aveva studiato una campana di vetro attorno a corridori, squadre, addetti ai lavori e giornalisti. Non ha funzionato. I 9 contagi in 10 giorni di gara parlano chiaro, forse più di quanto ci si potesse aspettare. Un’altra bocciatura è arrivata dal ritiro di Jumbo-Visma e Mitchelton-Scott. Il motivo? Il Giro non ha recepito il rigido protocollo adottato dal Tour, che prevedeva l’esclusione di una squadra al secondo contagio registrato al proprio interno. Si è proceduto per selezione naturale: le stesse Jumbo e Mitchelton hanno annunciato di aver abbandonato “per tutelare la salute dei corridori”. Come a dire: se non lo prevede il regolamento, facciamo da noi.

 

Gli esiti degli ultimi test non danno garanzie per il futuro. Tutto è in evoluzione. Il Covid sta a ruota e rilancia nel momento opportuno. Come un velocista che salta dalla ruota del treno e si invola al traguardo. Per il Giro d’autunno la linea d’arrivo è più lontana di quanto dicano i chilometri. Milano è un miraggio. E non solo per Appennini, Alpi e Dolomiti che i girini dovranno affrontare. Quanto per un caos che rischia di implodere di giorno in giorno, se non di ora in ora. Il secondo ciclo di tamponi è in programma lunedì a Udine, nel secondo e ultimo giorno di riposo. Quali garanzie abbiamo che la corsa non venga stravolta di nuovo? Nessuna. Il direttore generale Mauro Vegni ha annunciato che verranno eseguiti test rapidi tra i team che hanno avuto casi di positività. Ma la sostanza non cambia.

 

Questo Giro non ha i tratti della solita grande festa italiana (Photo by Bryn Lennon/Getty Images)

 

Cosa è andato storto, allora? Jos Van Emden, che ha salutato l’Italia insieme alla sua Jumbo-Visma, ha puntato il dito contro l’organizzazione, rea di non aver saputo tutelare la sicurezza dei corridori. L’olandese ha ammesso a The Cycling Podcast di aver visto troppe persone esterne frequentare gli alberghi in cui soggiornavano le squadre tra una tappa e l’altra. Incursioni nella bolla confermate anche da alcuni corridori della Deceuninck-Quick Step (che non ha avuto positivi al suo interno).

 

Secondo VeloNews, già dalla partenza in Sicilia molti corridori si sarebbero lamentati delle scarse condizioni di sicurezza. “Troppa gente agli arrivi e alle partenze”, era trapelato da più parti del gruppo. I ciclisti sono i primi a porsi degli interrogativi:

 

“Il Covid è l’argomento principale delle conversazioni a tavola ogni sera”, hanno rivelato alcuni corridori alla stampa estera.

 

Deluso per i controlli anti Covid anche Brent Bookwalter, compagno di squadra di Simon Yates. A VeloNews Bookwalter ha detto che la Mitchelton-Scott ha soggiornato in un albergo siciliano pieno di turisti e ospiti estranei alla bolla. Testimonianze che rimbalzano sui giornali stranieri ma non in Italia. Da RCS nessuna replica.

 

L’incertezza sulla conclusione del Giro viene alimentata dalle recenti cancellazioni dell’Amstel Gold Race e della Parigi-Roubaix. Alcune indiscrezioni vedono a forte rischio anche la Vuelta a Espana, in partenza settimana prossima. Al Tour de France la bolla ha retto (nessun corridore positivo fino a Parigi), poi la situazione è peggiorata. La risalita dei contagi in tutta Europa ha colto in contropiede il mondo del ciclismo. Il Giro, suo malgrado, si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato.

 

Il virus, come i ciclisti, non ferma la propria volata (Ph Bryn Lennon – Velo/Getty Images)

 

Facile parlare col senno di poi, ma ridisegnare l’intera stagione a cavallo tra l’estate e l’autunno ha complicato le cose. La famigerata seconda ondata di coronavirus era più di uno spauracchio e l’Uci non ha mai dato la sensazione di avere in pugno la situazione. La fuga in avanti del Tour e il sacrificio del Giro (oltre che di Vuelta e Roubaix) testimoniano il vuoto di potere che aleggia nei piani alti della federazione.

 

Una stagione convulsa che ad oggi ha mietuto un’unica vittima: il Giro d’Italia. Scampati pericoli sia al Tour che al mondiale di Imola, la Corsa Rosa è l’unica colpita dal Covid. Ora che la tappa (bellissima) di Tortoreto Lido ha complicato anche i piani di Jakob Fugslang, la lotta per la Maglia Rosa ha assunto contorni drammatici: vince chi resta indenne. Alle montagne, alla cadute e anche al virus. Chiudiamo con un barlume di speranza. Nel giorno più nero, Peter Sagan ha vinto la sua prima tappa al Giro d’Italia.

 

“Ho vinto alla mia maniera, dando spettacolo”, ha detto il tre volte campione del mondo dopo l’arrivo.

 

Un arcobaleno che spunta dalle nubi. Un attimo di respiro in un Giro che pare un’agonia. E Milano è ancora lontana.

 

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