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25 Giugno

Óscar Freire

Davide Bernardini

21 articoli
Il ritratto di uno squalo, un predatore da volata: annusa, attende, attacca. Sbrana.

L’arrivo di Óscar Freire alla Vitalicio Seguros, e quindi nel professionismo, non può essere definito casuale, bensì curioso. Nel 1997, la squadra non esiste ancora. Aprirà i battenti l’anno successivo, ma intanto Javier Mínguez, che di quella realtà sarà il direttore d’orchestra, gira in lungo e in largo in cerca di giovani rampanti da tesserare. Uno dei più interessanti è Pedro Horrillo. Mínguez lo va a vedere dal vivo in occasione del Memorial Valenciaga, la classica più importante del panorama dilettantistico spagnolo. Il suo uomo, però, chiude secondo. Dietro di lui, una sfilza di coetanei (o quasi) che nel decennio successivo riporteranno la Spagna sul tetto del mondo: terzo Astarloa, quarto Mancebo, nono Sastre. Ha vinto Freire, che di lì a qualche mese firma il suo primo contratto da professionista per la Vitalicio Seguros insieme a Horrillo. Il giorno più importante della sua vita è distante soltanto due anni.

 

Freire si presenta al mondiale di Verona del 1999 da autentico signor nessuno. Una vittoria negli ultimi diciotto mesi abbondanti, nessuna nella stagione in corso. E’ per questo che, quando scatta a poche centinaia di metri dall’arrivo, nessuno gli va dietro. Non sanno come comportarsi con quell’oggetto-non-identificato, lo stupore di chi non si rende conto di cosa sta realmente succedendo. Qualche pedalata e fa il vuoto. La televisione spagnola è incredula: signore e signori, Óscar Freire è campione del mondo. Lo annunciano come una notizia di cronaca, storditi da tanta apparente casualità, con la verve di un necrologio. E dire che lui non ci doveva nemmeno essere, a quel mondiale. Un infortunio al ginocchio gli aveva sciupato l’intera annata, appena diciannove giorni di corse nelle gambe. Dopo l’arrivo, il giovane rivela che a lui piacciono molto di più Indurain e Jalabert che Poblet: la sua carriera lo porterà sul binario che in quel momento lui allontana. Merckx era un corsaro, fiero e battagliero: per conoscere si trovava costretto ad attaccare. Freire è un bandito, attacca solo se conosce. Azzera il rischio. Fa perdere le sue tracce nei momenti più importanti per poi ricomparire in quelli decisivi. Si fa ammirare per la sua efficienza.

 

 

Tre campionati del mondo, tre Milano-Sanremo, una Classica di Amburgo, una Gand-Wevelgem, una Parigi-Tours, quattro tappe al Tour de France con maglia verde finale nel 2008, sette tappe alla Vuelta a España, undici tappe alla Tirreno-Adriatico più la classifica generale nel 2005, tre volte la Freccia del Brabante: all’appello mancherebbe ancora qualche altro successo, ma insomma, ci siamo capiti.

 

La vita e la carriera dello spagnolo svoltano definitivamente. Firma per la Mapei, inizia a vincere con costanza, non è più uno sconosciuto. “Prima del mondiale, ad esempio, ero costretto a lanciare le mie volate da posizioni scomode: quelle migliori, nella prima parte del gruppo, erano riservate ai nomi più importanti”, ha raccontato Freire a Maillot. “Dopo, invece, è cambiato tutto. I miei compagni credevano in me e lavoravano solo per me, ero finalmente rispettato e potevo impostare la volata come meglio credevo. Se venivo inavvertitamente tamponato o disturbato, arrivavano subito anche le scuse. Nel 1998, al primo anno da professionista, partecipai al Fiandre. Mi sentivo bene quando ad un certo punto forai: nemmeno una delle moto dell’assistenza, quelle neutre per intenderci, di fermò. Ero spagnolo e correvo per una squadra spagnola: cosa avrei mai potuto fare in quelle corse? Questa era la considerazione di cui il nostro movimento godeva all’epoca”. Freire non è un pioniere: non è il primo spagnolo ad affermarsi nel ciclismo, non scopre niente di nuovo. Coltiva, nelle gambe e nella testa, un talento che non si è scelto. Ha il merito di far riscoprire alla Spagna rotte ormai dimenticate: volate e classiche. Fa rivivere il mito di Poblet e accende la speranza in Flecha, Valverde, Rodriguez. A Claudio Gregori bastano poche parole per descrivere Freire:

“In corsa non lo si vedeva praticamente mai, eppure ha vinto tre Mondiali e tre Sanremo”.

In mezzo al gruppo assume un atteggiamento camaleontico, è di gran lunga il più abile nel leggere le traiettorie scegliendo spesso quella giusta. Si comporta come un cecchino: scruta, mira, attende. La pazienza è sua preziosa alleata, la furbizia compagna inseparabile. Ha un dono raro: quello della lucidità. In un mare di pescecani, Freire si muove con l’esperienza del predatore consumato. La sua freddezza verrà ricompensata con una carriera sontuosa.

Il doping gli balla intorno senza mai esserne però abbracciato. La Rabobank, a seguito delle dichiarazioni di Dekker, Boogerd e Rasmussen, ha avuto il suo bel da fare. Freire viene tirato in ballo soltanto una volta, nel novembre 2013, nel corso di un’intervista rilasciata proprio da Rasmussen alla televisione pubblica danese. Secondo la sua versione dei fatti, l’intera squadra fece uso sistematico di sostanze dopanti al Tour de France 2007. Freire, che in quell’edizione si ritirò dopo sei tappe per problemi al soprasella, minacciò subito di agire per vie legali. Il giorno dopo, il danese ritrattò affermando di non aver mai visto il compagno di squadra fare ricorso ad una qualsiasi forma di doping. Stessa benevola sorte capitò anche a Flecha.

“Ho vissuto la peggior epoca”, confessa a Maillot. “Più volte sono stato battuto da atleti che qualche giorno dopo sono risultati positivi. Adesso c’è un ciclismo migliore, più limpido. Me ne rendevo conto già negli ultimi mesi di carriera”.

C’è stato un periodo, però, nel quale Freire ha dovuto puntare i piedi ed esporsi seriamente sulla questione. Era il 2005. Tre tappe più la generale della Tirreno-Adriatico, quinto alla Milano-Sanremo, vittoria alla Freccia del Brabante, quinto anche alla Freccia Vallone e decimo all’Amstel Gold Race. Problemi fisici lo limiteranno e terranno fuori per il resto della stagione, resta però una primavera importante. Il contratto con la Rabobank sarebbe scaduto a fine stagione ma la squadra si tenne distante dallo spagnolo, spiegandogli come non fosse arrivato, da parte sua, un successo di prestigio. Freire non ebbe dubbi: prese una foto della Freccia Vallone, ultima curva, e invitò il suo team a far firmare uno qualunque dei corridori che si vedevano nelle prime file. Praticamente ognuno di loro aveva avuto problemi col doping. I vertici ritornarono sui loro passi, lo spagnolo rimase alla Rabobank fino al 2011, penultimo anno di carriera. L’avrebbe chiusa dodici mesi più tardi con addosso la casacca della Katusha. Secondo ad Harelbeke e alla Freccia del Brabante, quarto all’Amstel Gold Race e alla Gand-Wevelgem, settimo alla Sanremo, decimo nella prova su strada del mondiale, due vittorie tra Down Under e Vuelta a Andalucía: per un trentaseienne sono risultati di tutto rispetto, non raccontano di un corridore in disarmo.

 

Óscar Freire e Robbie McEwen, ricordi di volate francesi

 

Freire, oggi, fa un sacco di cose. Organizza la cicloturistica che porta il suo nome, il Desafío Óscar Freire, costruisce mobili in legno (ha imparato tutto da solo), ed è appassionato di tecnologia e fotografia. Dice che finalmente può recuperare tutto il tempo che fino a qualche anno fa dedicava al ciclismo, e visto che può permetterselo preferisce trovarsi un nuovo hobby, piuttosto che un nuovo lavoro. In seguito ad un’intervista realizzata con Sporza nel settembre 2017, lo spagnolo ha diviso il mondo del ciclismo per aver sottolineato la facilità con la quale corre e vince Peter Sagan. “E’ spesso il favorito e nei percorsi non troppo duri è il migliore. Credo sia dovuto al fatto che non ci sono tanti corridori di prima fascia, una cosa impensabile fino a sei/otto anni fa. Ce ne sono molti buoni e nulla più. Lui risulta essere quasi sempre il più forte anche perché il livello non è così alto”. Il confine tra intervento arrogante e cruda verità è, in casi come questo, impercettibile. Questa dichiarazione, però, può essere interpretata anche come un fastidio nel rivedersi. Non che Sagan sia una copia di Freire, soltanto il modo di correre li differenzia in maniera netta: sotto molti punti di vista, però, i due si assomigliano e non poco. Rapidi, resistenti, vincenti: qualcosa in meno di un puncher e qualcosa in più di un velocista. E difficilmente si va d’accordo con una persona che ci ricorda così tanto noi stessi.

Pedro Horrillo si è ritagliato un ruolo valoroso, quello di gregario fidato di Freire. La maggior parte dei tifosi lo ricorda per l’agghiacciante incidente che lo vide involontario protagonista nel corso dell’ottava tappa del Giro d’Italia 2009, la Morbegno-Bergamo: cadde nella discesa del Culmine di San Pietro, il corpo venne ritrovato sessanta metri più in basso rispetto alla bici. Privo di sensi, un ammasso di fratture. Dopo essersela vista brutta, si riprese del tutto ma decise di smettere con le corse in bici senza nemmeno disputarne un’altra. Freire lo ricorda ancora oggi come uno dei compagni più importanti della sua carriera, tanto da inserirlo nella squadra ideale che Cycling News gli ha permesso di stilare. I due uomini fondamentali, appunto, Horrillo e Flecha. L’apripista per le volate, Elio Aggiano: “uno dei pochissimi che aveva le palle di rimanere con me fino alla fine”. I faticatori: nella prima parte di corsa Maarten Tjallingii, nell’ultima Robert Hunter. A Mathew Hayman, invece, il ruolo di jolly, mentre Juanma Gárate sarebbe il capitano in corsa: esperienza ma anche qualità per vincere e umiltà per aiutare tanto lo scalatore quanto il velocista. Vice capitano Paolo Bettini, e non dobbiamo spiegarvi il perché. Nessun direttore sportivo in particolare, ricorda con piacere Mínguez ma crede che alla fine, la corsa, sia una questione tra compagni di squadra. Il capitano, ovviamente, Óscar Freire: perché quando c’è la vittoria in ballo bisogna andare sul sicuro.

 

Óscar Freire, oggi.

Horrillo è, ancora oggi, di vitale importanza per Freire. Quando non è impegnato a scrivere per uno dei tanti giornali coi quali collabora, è il co-pilota del suo storico capitano (pensandoci bene, per niente storico: una certa gerarchia, dentro alla macchina, c’è ancora). La passione per i motori che accomuna entrambi è spiegata in un bellissimo pezzo che Rouleur ha affidato proprio a Pedro Horrillo. Era il 1998, primo training camp della stagione, Javea, Costa Blanca. Durante una delle prime uscite in bici, vengono rapiti da un Maggiolino bordeaux parcheggiato a bordo strada. E’ in vendita, e i due lo comprano. Nonostante abbia più di quarant’anni, va ancora che è una meraviglia. La passione di Freire viene da lontano. Da giovanissimo si laurea campione nazionale di macchinine su pista elettrica e la sua auto preferita è l’Opel Corsa che gli regalò suo zio quand’era poco più che un ragazzo. Anche questa esiste ancora, i soldi comprano ma non cancellano. I due ricordano ancora la faccia che Michele Bartoli fece quando Freire, girando intorno alla Ferrari del toscano ai tempi della Mapei, lo incalzò così:

“Non ho una macchina per gli eventi speciali, faccio tutto con la mia Corsa. Che ad occhio e croce sembra molto più pratica di questo bolide. Voglio dire, se hai bisogno di caricare una bici, come fai?”.

Prima il ciclismo, oggi il rally, ma è come se non fosse cambiato nulla. Óscar Freire vive ancora di frammenti memorabili. Come la DeLorean, squarcia la realtà scomparendo nel nulla.

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