La Corte sportiva d’appello della FIGC ha respinto il ricorso presentato da Claudio Lotito e ha decretato il rinvio di Lazio-Torino. Il presidente biancoceleste aveva chiesto la vittoria a tavolino in seguito alla non-partenza per Roma del gruppo squadra granata. Il Toro non era potuto partire, almeno secondo le disposizioni ASL, a causa degli otto calciatori positivi, cui si erano aggiunti due membri dello staff. Questi i fatti, più o meno noti.

 

Non era l’unica partita che si stava giocando tra Lazio e Torino. Negli stessi giorni, infatti, già si vociferava di ammende, multe e dulcis in fundo punti di penalizzazione (con lo spettro della B, qualcuno ha scritto) per la Lazio, a causa però della partita d’andata. Concluso il processo tamponi di Torino-Lazio, il 30 marzo il collegio presieduto da Piero Sandulli ha confermato la precedente sentenza del giudice sportivo Gerardo Mastrandrea a proposito di Lazio-Torino, affermando che la Corte

 

“non può disapplicare i provvedimenti amministrativi, adottati da un’autorità statale o, come nel caso di specie, territoriale; trattasi, invero, di atti amministrativi di fonte superiore rispetto alle norme federali, che cedono di fronte ai medesimi”.

 

Insomma, le Asl hanno la priorità. Nella sentenza, però, nel dar quindi ragione alla squadra di Urbano Cairo in virtù della decisione del Collegio di Garanzia del Coni che annullò il 3 a 0 a tavolino della Juventus sul Napoli, il giudice Sandulli non ha avuto peli sulla lingua:

 

“non vi è dubbio che la società F.C. Torino S.P.A. abbia tratto profitto dal provvedimento adottato dall’autorità sanitaria torinese“, adottando “comportamenti […] che sembrano finalizzati, invece, all’unico fine di ottenere, nell’ipotesi di calciatori risultati positivi al Covid-19, il rinvio della partita”. Un modo d’agire caratterizzato da “una sorta di furbizia […] in alcun modo in linea con i principi di lealtà, probità e correttezza”.

 

 

La sfida dell’andata, decisa da una zampata del solito Caicedo (Marco Rosi – SS Lazio/Getty Images)

 

 

Tradotto, il Torino ha ragione ma ha agito in modo scorretto, è stato assolto ma il suo comportamento è in malafede. “Se io fossi nel Torino, pur avendo avuto ragione impugnerei la sentenza, perché non puoi dirmi da una parte che sono vincolato e dall’altra che sono stato furbo”, ha suggerito l’avvocato Enrico Lubrano, che insieme a Mattia Grassani difesero il Napoli in quella circostanza. Per ora, il Torino non ha proferito parola.

 

A proposito di parole, sempre ieri è arrivata la squalifica di un turno per Gianluigi Buffon in riferimento alla (presunta) bestemmia lanciata durante Parma-Juventus del 19 dicembre scorso. Inizialmente si era optato per una multa di 5mila euro, in quanto l’arbitro non aveva scritto nulla sul referto e dalla prova tv non era emerso nulla.

 

La decisione della Procura Federale arriva però attraverso un video che ha cominciato a girare sui social dove, pare, la bestemmia rimbombi per i seggiolini vuoti dello stadio. Il deferimento deciso in prima battuta aveva comunque alzato un polverone, perché proprio qualche giorno prima Cristante (Roma) e Lazzari (Lazio) erano stati squalificati. Probabilmente l’avranno scandita meglio di Buffon, al quale è stato comunicato che salterà il derby nel week end e siamo sicuri che, in quel momento, non sarebbe servita alcuna prova ulteriore per procedere alla squalifica.

 

La nostra non è la solita polemica per ribadire la sacralità della bestemmia in campo, né vogliamo essere così ingenui da credere che al Torino, vista la situazione dei positivi, non sia convenuto non giocare la partita piuttosto che affrontare un avversario senza mezza squadra.

 

Piuttosto, la domanda viene posta sul ruolo della giustizia sportiva, che a volte si ricorda di esistere dimenticandosi di quanto espresso giusto qualche mese addietro.

 

Se a inizio stagione il Genoa ha subito un’ingiusta sconfitta a tavolino per via di un regolamento scriteriato, dal caso Juve-Napoli bisognava aggiornare la procedura. O quantomeno non puntare il dito contro terzi, come il Coni.

 

Se una bestemmia viene pronunciata a dicembre, non può essere condannata ad aprile. Con le discrepanze tra una sentenza e l’altra, che decidono e poi si rinnegano, potremmo scrivere un almanacco che parta dalla fondazione della giustizia sportiva. Un’istituzione fondamentale diventata una chimera, che ogni tanto emette un suono. Quasi sempre difforme da quello che lo ha preceduto.