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Italia
28 Novembre

La normalità di Simone Inzaghi

Lorenzo Santucci

44 articoli
L'allenatore dell'Inter non fa notizia, ed è un bene.

“Fare delle scelte qui non è semplice”. È, come al solito, un afono Simone Inzaghi quello che si presenta davanti ai microfoni dopo la vittoria sullo Shakthar, valsa il primo obiettivo stagionale. Portare l’Inter agli ottavi di Champions League è un’impresa che nessuno, nei dieci anni prima di lui, era riuscito ad ottenere. Dovrebbe festeggiare, ricordare a tutti che gli era stata affidata una squadra privata ad agosto dei suoi migliori interpreti. Potrebbe, perché no, andare a cercare quegli scettici che in lui, di Antonio Conte, rivedevano a malapena la capigliatura. Eppure non lo fa e parla di scelte.

Quelle che deve compiere ad ogni partita, come d’altronde il suo ruolo richiede. A volte forzate, altre rivedibili, spesso decisive. E lo fa con la faccia di chi è convinto di quello che dice. Ogni sua dichiarazione potrebbe essere sintetizzata così: ho una squadra forte, sta a me porli nelle condizioni di rendere al meglio. Ringrazia i giocatori per la prestazione qualunque sia il risultato, la dirigenza per il sostegno e la vicinanza, i tifosi per la presenza. Analizza i dettagli in maniera oggettiva, conosce i tanti punti di forza della sua squadra e prova a correggere quelli di debolezza (come la gestione degli ultimi venti minuti di gara). Poi saluta tutti e arrivederci alla prossima conferenza. Fino ad allora, silenzio.

La normalità che è entrata nel mondo Inter non è affatto roba da poco. La differenza è evidente, dopo i due anni turbolenti, chiacchierati e pieni di emozioni vissuti con Antonio Conte in panchina.

Vittoria o sconfitta erano ormai diventate quasi secondarie perché il match, spesso, si giocava fuori dal campo; o meglio, non terminava al triplice fischio ma continuava anche nei post partita, dove se ne giocava un altro non meno importante. Non è esagerato sostenere che spesso le parole dell’allenatore leccese pesassero più dei risultati della squadra – che pure nelle ultime due stagioni ne ha ottenuti anche di molto positivi. La soddisfazione, però, non è mai entrata nel vocabolario e nella testa di Antonio.



Niente riusciva a placare un uomo alla continua ricerca di un qualcosa che, ormai dovrebbe essere noto a tutti, non esiste. Per raggiungere la perfezione l’ex allenatore nerazzurro monopolizzava la scena, dimostrando al pubblico che a lui non bastava vincere, doveva stravincere, sentire l’odore del sangue dell’avversario, annichilirlo e surclassarlo sotto ogni piano, ad iniziare da quello psicologico. Peccato che l’avversario spesso e volentieri non era quello che si frapponeva tra l’Inter e la vittoria, ma quello rappresentato da tutti coloro che avevano avuto anche il minimo tentennamento nel dargli fiducia.

In tal senso anche la crescita di Romelu Lukaku non ha rappresentato una buona notizia per l’Inter, quanto piuttosto una rivincita di Antonio Conte: lui che lo aveva sempre voluto, a differenza di chi credeva che il belga non fosse in grado di prendere la numero 9 abbandonata da Icardi e replicarne i numeri. Così come la sconfitta di Dortmund, costata la qualificazione agli ottavi di Champions, non ha rappresentato l’occasione per un mea culpa collettivo utile per maturare, ma l’ennesima opportunità per ricordare alla società l’inadeguatezza dei mezzi messi a disposizione.

Poco importa che gli stessi giocatori (più Christian Eriksen) nella stessa stagione siano stati in grado di riportare l’Inter in una finale europea dopo dieci anni. Anzi, quello è stato il palcoscenico perfetto per sfogarsi dopo un anno intenso, lungo e logorante. Lui, abituato a vincere, che arriva secondo, che parla solo di sé mentre il tifoso, da un decennio, non aspettava altro se non sentire parlare di Noi. Ecco cosa tanti tifosi nerazzurri hanno sempre rimproverato all’allenatore salentino: di essere lui, così ingombrante, il soggetto della storia, anche a discapito della stessa Inter.


Per Antonio Conte, lo scontro è il motore della crescita. Per Simone Inzaghi, la calma è la virtù dei forti. L’Inter contiana era una squadra molto forte, completa e con la giusta mentalità, che rifletteva lo stato d’animo dell’allenatore salentino: forsennato, spasmodico, incontentabile. Spesso l’Inter si ritrovava a subire perché correva a mille all’ora e i cambi, quando arrivavano, erano sempre gli stessi e a pochi minuti dallo scadere. In pochi gli credevano quando riteneva tutti titolari, dato che i suoi tredici-quattordici fedelissimi rubavano la scena agli altri. Inzaghi, invece, cambia eccome; sintomo di come ritenga tutti, nessuno escluso, al centro del progetto. Anzi, al termine della partita contro gli ucraini è sembrato quasi scusarsi con chi sta avendo meno spazio, promettendo di riportare ognuno al livello che merita.

«Ho provato a trasmettere delle idee e i ragazzi sono eccezionali. Stiamo sviluppando un grande calcio, in campionato ci dobbiamo riprendere qualche punto. E non lascio indietro nessuno, si allenano tutti al meglio».

Indirettamente riconosce che ci siano degli uomini imprescindibili nella sua squadra ma, allo stesso tempo, sa quanto la corsa sia lunga e quanto avrà bisogno di ognuno per vincere le tappe che lo dividono dal traguardo. Se nessuno è infatti più bravo di Conte nella tappa singola, Inzaghi sembra dare garanzie sulla corsa nel medio-lungo termine (i cinque anni con Lotito, in tal senso, devono essere stati una bella scuola di vita). Nel frattempo l’ex Lazio sta facendo quello che all’Inter non accadeva da anni: comportarsi come un normale allenatore.

Riascoltando le sue interviste e dichiarazioni, non si trova mezza parola fuori posto. Dopo la sconfitta con la Lazio ha concesso il giusto spazio alle lamentele interiste per la poca sportività degli avversari, senza cavalcarle per nascondere il problema principale di quella partita: averla buttata quando si era in pieno controllo. «Abbiamo fatto la miglior partita delle ultime giocate», aveva detto non senza risparmiare una critica costruttiva ai suoi: «Una squadra come la nostra, in vantaggio di un gol, deve gestire meglio l’ultimo passaggio e segnare il raddoppio». Aveva un’occasione d’oro per ricordare a tutti che, se la squadra davanti alla porta non segnava, al gioco imposto dall’allenatore si potesse rimproverare ben poco.


La scusa era lì, pronta. QuaIora avesse rimarcato l’addio improvviso di un attaccante da 47 goal in due stagioni, sostituito da uno sette anni più vecchio che ne aveva fatti meno della metà, in quanti avrebbero osato criticarlo? Simone, invece, quell’alibi non lo ha mai tirato in ballo. Come un normale allenatore, ha guardato in faccia la realtà senza gridare a promesse non mantenute o di come sarebbe potuto andare.

Dopo cinque stagioni di Lazio – che sommate a quelli da calciatore fanno ventidue in biancoceleste – Simone Inzaghi ha invece sentito il bisogno di nuove emozioni, nuove sfide per mettersi alla prova. L’occasione si è presentata quando sembrava ovvia la sua permanenza nella capitale, rischiando pericolosamente di buttare all’aria più di un ventennio d’amore con la tifoseria – la quale avrebbe potuto non comprenderlo ma che, invece, lo ha in larga parte capito. Certo, ha accettato di andare ad allenare una squadra già in confidenza con la vittoria, raggiunta per di più con il suo modulo preferito. Eppure poteva rimanere nella sua comfort zone senza mettersi in gioco, evitando così di subentrare a colui che aveva vinto (di nuovo) e riportato l’Inter sul tetto d’Italia.

Soprattutto, ha accettato con la consapevolezza che sarebbe cambiato tutto di lì a poco. La partenza del miglior terzino destro al mondo – o giù di lì – era ormai messa in preventivo, così come il dover fare a meno di un talento del calibro di Eriksen per volontà extracalcistiche. L’addio di Lukaku è stato però un fulmine a ciel sereno e la paura che potesse avere ripercussioni sulla squadra era una possibilità molto concreta. Partito quest’ultimo in fretta e furia per Londra il 9 agosto, l’Inter appena dodici giorni ha rifilato quattro goal al Genoa, mentre una settimana dopo ha rimontato lo svantaggio a Verona con (guarda caso) Lautaro e un doppio Correa, all’esordio.

«Come ho detto alla vigilia col Genoa, sono soddisfatto di quello che vedo tutti i giorni. Hakimi so che è fortissimo ma non l’ho mai allenato. Con Lukaku ho lavorato una settimana: è un giocatore impressionante, ha fatto una scelta che ci ha spiazzato ma alle spalle ho una società che è riuscita a intervenire immediatamente prendendo tre giocatori in dieci giorni».

Toni radicalmente differenti da quelli del suo predecessore, che durante il primo ritiro in nerazzurro sottolineava la lentezza dei dirigenti nel soddisfare le sue richieste per migliorare una rosa “incompleta”. Nonostante la confusa estate interista, Inzaghi si è rimboccato le maniche e ha modellato a sua immagine e somiglianza l’ottimo materiale (o comunque il migliore possibile) messo a disposizione dalla dirigenza. Senza dubbio un grande aiuto è arrivato dai suoi giocatori, come ripete ogni volta se ne presenti l’occasione, ai quali si è acceso un sentimento di rivalsa e la voglia di dimostrare che i campioni d’Italia – al contrario di quanto qualcuno voleva lasciar intendere – non erano solamente due o tre.

Simone Inzaghi e i suoi ragazzi

L’esperienza romana d’altronde gli ha insegnato che tutto e subito non si può avere, che bisogna sapersi accontentare per poi, al massimo, riscuotere tassa. L’eccezionalità di Simone Inzaghi sta tutta qua, nella sua normalità. Anche perché le condizioni finanziarie dell’Inter, e quindi le limitazioni, erano ben note a tutti: in un simile contesto nessuno gli chiedeva di vincere subito, ma di continuare il percorso di crescita; stessa cosa che era stata chiesta a Conte. Insomma, dopo lo strappo violento di chi lo ha preceduto, Inzaghi ha avuto l’intelligenza di ricucire lontano dai riflettori e di farsi benvolere da tutti. L’ultima dichiarazione d’affetto è arrivata dall’ex presidente Massimo Moratti, poco prima che la squadra battesse il Napoli riaprendo il discorso Scudetto.

«È molto perbene, totalmente diverso come carattere da Conte. Poi mi piace come fa giocare bene l’Inter: ha il sostegno illimitato della società».

Massimo Moratti su Simone Inzaghi

Simone è un allenatore conciliante, disponibile, ma al contempo arrogante al punto giusto, tanto da farsi rispettare da una squadra appena diventata campione d’Italia. Le lunghe corse per raggiungere i suoi e festeggiare un gol, gli incitamenti continui e l’agitazione con cui vive le partite sono molto simili a quelle di Conte, ma lo spirito è diverso. I treni non passano quasi mai due volte, però si fermano ad ogni stazione. C’è chi decide di scendere e fermarsi un po’, stanco dal viaggio, e chi lo prende al volo.

Questioni di scelte, sempre, grazie a cui l’Inter è tornata a giocare dopo tanti un grande calcio, divertente e soprattutto moderno. Non ci saranno più la fame e la frenesia degli scorsi anni, ma l’intensità si fonda adesso su uno spirito differente con cui scendono in campo i calciatori: concentrati ma anche spensierati, probabilmente più liberi nella testa così come di spaziare in campo. Che poi questa Inter sia anche vincente, è tutto da dimostrare. Per ora Simone Inzaghi ha mantenuto fede alla promessa fatta il 7 luglio scorso, alla sua prima conferenza stampa in nerazzurro: «sarebbe un grande desiderio riportare l’Inter agli ottavi di Champions». Obiettivo raggiunto, per di più senza impedire a nessuno di salire sul “suo” carro.

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