La cronaca degli eventi di ieri, in attesa di aggiornamenti tra decisioni del giudice sportivo ed eventuali ricorsi, la conosciamo ormai tutti fin troppo bene. Ma al di là dei fatti (noti) e dello “spettacolo” andato in scena tra opposti estremismi (deprimente), vorremmo leggere l’intera vicenda alla luce di un semplice ma dimenticato concetto: responsabilità. Una qualità, apparentemente, sconosciuta ai vertici istituzionali nostrani. Esiste infatti un regolamento (approvato appena tre giorni fa dalla Lega Seria A, non nei mesi estivi del “libera tutti”), e da quello si deve necessariamente partire.

 

“Qualora uno o più calciatori dello stesso Club risultassero positivi al virus Sars-Cov-2 la gara […] sarà disputata secondo il calendario di ciascuna competizione, purché il Club” – e qui sta il punto –, “abbia almeno tredici calciatori disponibili (di cui almeno un portiere)”.

 

Quanto esplicitato nel punto uno, viene maggiormente spiegato nei punti tre e quattro: se la squadra, infatti, non è in grado di schierare tale numero minimo di giocatori «subirà la sanzione della perdita della gara con il punteggio di 0-3», ma con la possibilità di rinviare una volta la partita. A decidere il rinvio sarà il presidente della Lega Serie A per una questione di ruoli, di responsabilità appunto. Fino a qui è l’assurdità della regola a stupire, ma non ci addentreremo nel commentare la poca meritocrazia con la quale si conquisteranno i tre punti in questo campionato. Piuttosto, a sconvolgere è altro.

 

 

Tra le riserve che sono state adottate ce n’è una di fondamentale importanza. Le disposizioni sono subordinate (anche) a «eventuali provvedimenti delle Autorità locali statali o locali nonché della Federazione Italiana Giuoco Calcio». Di conseguenza è implicito come, nel momento in cui una disposizione regionale imponga a una società di non far partire i propri tesserati, le volontà del club contino quanto un due di coppe quando regna bastoni: niente.

 

Paolo Dal Pino, presidente della Lega Serie A dall’8 gennaio 2020

 

 

Le intenzioni della Lega Serie A sono chiare fin dal principio. La linea perseguita è, già a inizio pandemia, quella del voler giocare ad ogni costo. La Regione Campania (dopo indicazione dell’ Asl) forte della sua competenza esclusiva in ambito sanitario, ha applicato il protocollo di contact-tracing che prevede la quarantena per tutti coloro che sono stati a contatto con positivi.

 

Se il governatore Vincenzo De Luca parla di “vuoto legislativo tra norme sanitarie e quelle del gioco calcio”, quest’ultimo risponde attraverso un comunicato della Lega dove si dichiara che “al momento, le condizioni che possono portare al rinvio non si possono applicare al Napoli e non sussistono provvedimenti di Autorità Statali o locali che impediscano il regolare svolgimento della partita”.

 

Il resto sono inutili accessori, chiacchiere per lo più, che dimostrano tutta l’inadeguatezza delle persone competenti. Ci si è dati un regolamento appena 72 ore fa e già si è in preda al panico. Tra protocolli, circolari ministeriali e quant’altro non si capisce a chi appellarsi e chi abbia ragione. Si naviga a vista e si vive in uno stato di anarchia non sovversiva bensì statica, la peggiore di tutte. Ognuno fa come crede e porta a sua discolpa legittime giustificazioni, la sicurezza sanitaria quanto l’interesse di un’azienda: il Napoli applicando “il buonsenso” poteva anche avere ragione nel non voler disputare la partita, ma certamente la Juventus aveva tutto il diritto di esigere il rispetto del protocollo seguito fino a ieri.

 

 

Il Ministro della salute Roberto Speranza, interpellato sulla questione, da parte sua ha dato per ufficiale il non svolgimento della partita (“la priorità è la salute, non si gioca”), senza che questo comportasse delle conseguenze sul regolare svolgimento del campionato. Stessa posizione espressa dal Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, che si è spinto addirittura oltre affermando come «alle autorità sanitarie locali è demandata una chiara responsabilità e una precisa azione di vigilanza».

 

Il ministro Speranza, dal principio per la linea dura. Il punto, che nessuno vuole affrontare, è dato da una contraddizione di fondo: il sistema calcio ha altre regole rispetto a quelle valide per i comuni mortali, e questo non detto rischia di creare enormi incomprensioni. (Ph Franco Origlia/Getty Images)

 

 

Insomma, per il mondo del calcio si sono adottate delle misure estreme, diverse da quelle in vigore per il resto della popolazione. Una persona che è stata a stretto contatto con un positivo deve rimanere in isolamento fiduciario e, una volta terminata la quarantena, essere sottoposta a tampone. Per le squadre di calcio al contrario i tempi sono accorciati, a rischio di non riuscire a prevenire e a diagnosticare il contagio come si dovrebbe. Si è sorvolato su tanti aspetti ed eccoci qua: alla terza giornata, già ci si domanda come il campionato possa o debba finire, mentre sempre più persone si interrogano su una sua possibile sospensione.

 

Eppure, esiste un regolamento voluto da tutti e ci sono delle leggi che dovrebbero subordinare le prese di posizione dei singoli.

 

Per la Lega Serie A, l’Asl non rientrerebbe tra le “autorità locali” con il potere di porre il veto su una partita di campionato. Oltre a essere incuriositi da chi, allora, avrebbe tale competenza, la Serie A sta ritrattando una norma da lei stessa approvata pochi giorni fa. Ci si è resi conto che se si vogliono rispettare le norme di prevenzione e mettere la salute prima di ogni interesse, allora, banalmente, questo campionato non s’ha da fare. Inutile girarci intorno: con le leggi valide per i cittadini comuni la Serie A verrà presto interrotta perché casi come quello del Napoli e, prima ancora, del Genoa saranno (purtroppo) all’ordine della giornata.

 

Oggi tocca al Napoli, ma la situazione riguarda già altre squadre. O il calcio diventa un’eccezione tollerata da “leggi speciali”, oppure dovrà fermarsi. Non sappiamo quale opzione sia migliore ma abbiamo una certezza: servono decisioni e protocolli chiari, e soprattutto qualcuno che si assuma la responsabilità di metterci la faccia, in un senso o nell’altro. (Ph SSC NAPOLI/SSC NAPOLI via Getty Images)

 

 

A mancare come detto è la responsabilità (e quindi la chiarezza). Le decisioni autonome prese di fronte a un vuoto normativo – e pensare che di tempo ne abbiamo avuto e molto per programmare – possono creare dei precedenti poi difficili da giustificare. Non si tratta tanto di applicare quel buon senso che chiede De Laurentiis, l’ultimo in grado di dare lezioni sul rispetto delle normative anti-Covid, quanto piuttosto di rispettare tutti coloro che quotidianamente sono costretti a fare dei sacrifici.

 

 

Se il calcio ha regole diverse rispetto a quelle valide per migliaia di piccole e medie aziende, è bene avere il coraggio di dirlo; anche a chi, ad esempio, ha dovuto chiudere la propria attività per non infrangere misure quanto mai stringenti. Non si tratta di demagogia ma di rispetto e di chiarezza, soprattutto da un mondo che ha manifestato sempre di più la sua lontananza dai naturali fruitori (i tifosi e gli appassionati) e la sua dipendenza pressoché integrale da sponsor e televisioni.

 

 

Ma attenzione, non stiamo suggerendo qui di bloccare il campionato. Se si vuole continuare a giocare in una situazione di precarietà, come quella che stiamo vivendo da febbraio, ben venga purché qualcuno ci metta la faccia. Che si giochi, allora, ma senza ascoltare nessuno. Seguendo solo un protocollo e anche un po’ il modello adottato da alcune grandi aziende, che hanno anteposto a tutto il profitto chiudendo più di un occhio sul rispetto delle procedure anti contagio.

 

Perché il calcio altro non è che questo, una grande azienda.

 

Ce lo state dimostrando in tutte le maniere; e va bene, a condizione che abbiate il coraggio di affermarlo chiaramente. Altrimenti, sostenere che sia possibile andare avanti col campionato purché venga rispettata la salute dei singoli… beh, diciamo che è un controsenso lapalissiano di difficile spiegazione. Per usare un eufemismo, e per non dire altro.