Tralasciando I Furiosi di Nanni Balestrini ed il filone Headhunters di John King trainato da quello straordinario cult-book che è Fedeli alla Tribù, la banalmente etichettata narrativa “da stadio” con dicitura “romanzo” in copertina ha sempre fatto fatica ad emergere nel piatto bacino degli adepti, figurarsi negli impervi fiumi letterari che contano. Decine e decine di biografie non hanno mai saputo strabordare strutture episodiche abbozzate ed una “certa” stucchevole smania da supereroi. Niente di lontanamente approfondito o ispirato.

 

 

Per questo elementare motivo, constatare la validità di un romanzo inerente il mondo del tifo estremo suscita interesse e gioia. Almeno negli avidi lettori frequentatori abituali di curve. È il caso di Hool di Philipp Winkler, pubblicato in Italia dalla casa editrice romana 66thand2nd.

 

 

Insieme a Kai, Ulf e Jojo, Heiko fa parte dell’ala giovane di una frangia degli hooligans dell’Hannover 96. A dirigere la falange è lo zio, Axel, il fratello maggiore del padre. Se alcune parole richiamano inequivocabilmente certe rappresentazioni ormai marchiate a fuoco nell’immaginario collettivo, è bene chiarirlo subito: lo stadio e le curve, nel suddetto romanzo, c’entrano solo in parte.

 

“Doveva succedere in fretta da morire per forza, perché se è vero che eravamo dentro un bosco, eravamo anche in mezzo alla città. Una camionetta della polizia poteva saltare fuori dai cespugli in ogni momento”.

 

Il microcosmo tratteggiato da questo giovane autore tedesco, artisticamente modellatosi tra letture targate Alan Moore e Breece D’J Pancake, è quello di una specifica parte di hooligans popolanti città e periferie nord-est europee. Scontri organizzati nei boschi, 15 contro 15. Niente armi, solo paradenti. Basterebbe questa piccola introduzione a suscitare in veri addict, poser o semplici appassionati del genere una curiosità smaniosa, per non citare spedizioni punitive ad hooligans avversari, bicchierate su crani di naziskin, biker spacciatori di droga, ma sarebbe tutto ingiusto, pura e mera perfidia da sinossi spicciola.

 

 

La vera forza di questo romanzo, come di ogni opera che vale, non si può riassumere. È scavata di bisturi nella psicologia schiacciante dei personaggi, ribelli affamati di azione. Winkler ci fornisce quello che è sempre mancato alla maggior parte dei riferimenti in materia: la profondità. Una profondità che si trascina inevitabilmente dietro una blanda forma d’interclassismo socio-parentale, tassello capace di spostare non pochi equilibri, considerando ciò che molto conta nella formazione di un essere umano: la famiglia.

 

Proprio per le strade di Hannover ha fatto le prove il movimento HoGeSa (Hooligans Gegen Salifisten – Hooligans contro i salafiti). Foto Alexander Koerner/Getty Images

 

 

È bene sottolineare, come esposto nel Dalla Lambretta allo Skateboard di Roberto Pedretti e Itala Vivan, e nel La Sindrome di Andy Capp di Valerio Marchi, due tra i tanti saggi interrogatisi sul mondo delle controculture, che lo stadio, così come la pista da ballo, rientra in quei luoghi capaci di unire in gruppi organizzati i giovani, abbattendone le differenze di classe tipiche delle sottoculture del dopoguerra.

 

 

A tal proprosito, una delle figure più centrali del romanzo è sicuramente Kai, il migliore amico del protagonista, studente universitario con in testa progetti vagheggianti tirocini all’estero, esempio lampante di come l’hooliganismo e le sue derivazioni attecchiscano in chiunque covi dentro un ideale di ribellione, sacro, puro, non per forza sobillato da particolari disagi tanto cari ai sociologi, che anche esistono. Ne sa qualcosa, Heiko. Lui e Kai sono cresciuti insieme, ma la vita del protagonista è indirizzata su altri binari: “segato” due volte alla maturità, una madre andata via di casa e mai più tornata, un padre alcolizzato, un lavoro più che precario, un appartamento condiviso con un trafficante di animali da combattimento.

 

 

Ad unirli è qualcosa che travalica lo status sociale, qualcosa che si annida nel non detto, nella quotidianità, nel sapersi fianco a fianco quando si sfonda in avanti. Probabile prossimo leader della falange, tra i suoi amici Heiko è quello che più crede negli scontri, vero e proprio motore pulsante in un corpo cementificato da anni e anni di dure realtà, l’unico scatenante in lui surrogati di ambizioni necessari alla sopravvivenza. Effetto e non causa di un’esistenza ai margini di un sottoproletariato urbano, dove la fratellanza, miscelata alla territorialità, trasforma giornate grigie in danze frenetiche pullulanti vita verace.

 

Un ideale ingingantito, fatto più che proprio, poiché teso a compensare tre dei quattro pilastri esistenziali: famiglia, lavoro e amore.

 

Già, amore. I ricordi dei due anni con Yvonne pulsano ancora sotto pelle come ferite aperte. E come spesso accade, mancanze profonde possono trascendere, colmandosi in uno splendido e solido appiglio: l’amicizia, il quarto pilastro esistenziale. Tema più che centrale, “forse” incosciamente ereditato da un ormai peso massimo della letteratura tedesca: Clemens Meyer. Come in Eravamo dei Grandissimi, romanzo dai toni marcatamente più epici di Hool, l’amicizia è la vera arma, la spada con cui si affronta a muso duro il disagio.

 

 

Nel caso di Heiko, quello che condivide con i suoi fratelli è un cameratismo fondato su pratiche estreme, forte come una roccia ma al contempo fragile che, alla stregua di patti di sangue simbolicamente inscindibili, rischia di sgretolarsi se la sacralità di certi riti viene a mancare. E cosa succederebbe in quel caso? Forse gli rimarrebbe solo sua sorella. Manuela, unico personaggio “positivamente” caratterizzato, inequivocabile e canonico esempio di come anche tra le crepe di sdruciti massi possa nascere un fiore, ci prova a rimediare agli errori di genitori indifferenti, ma il risultato è solo un quadro rappezzato col fil di ferro, che si lacera ad ogni minimo movimento.

 

L’autore del libro Philippe Winkler, classe 1986.

 

 

A differenza sua, Heiko sembra accontentarsi della vita che ha, sforzandosi, almeno negli intenti, di plasmare gli eventi sotto il suo naso in continue occasioni per emanciparsi dallo zio, Axel, ingombrante padre putativo. Il risultato è una giostra pericolosa e continua che volteggia tra due cieli: osare e obbedire. Una bilancia esistenziale che appesantisce la mente. La voglia di spingersi oltre, la frustrazione pulsante e il desiderio celato di essere amato si fondono in Heiko, troncando pensieri e parole, soprattutto, parole, quelle che servono quando l’ultimo sorso di birra fallisce il colpo, lasciando in bocca niente altro che un sapore amaro di polistirolo bruciato.

 

 

La Bassa Sassonia aleggia nella mente del lettore come una nebbia brodosa che attorciglia tutto: pub, palestre, cimiteri. Difficile davvero staccarsi dalle pagine, ognuna intrisa di una prosa gergale, scarna, ma vivida, che evoca situazioni e immagini in modo chiaro, quasi suggestivo, rigettando categoricamente qualsiasi forma di moralismo:

 

“Ci schieriamo di fronte a loro. Il rombo profondo che srotola sull’asfalto il nome della nostra città diventa un grido. Centinaia di pareti di cemento rigettano indietro l’eco. I nomi delle città si mescolano nell’aria.

 

Ondeggio avanti e indietro sulle suole: punte, talloni, punte. Guardo la nuca rasata di mio zio, poi passo in rassegna la schiera avversaria. I volti sopra quei corpi che, ai miei occhi, sembrano essersi fusi in un solo organismo. Un mostro con trenta teste”.

 

 

Terminato, non stupisce sapere come questo libro sia stato finalista al Deutscher Buchpreis, il più importante premio letterario tedesco. Philipp Winkler ha appiattito il protagonista in maniera troppo negativa, forse. Avrebbe potuto giostrare certe reazioni con maggiori sfumature. Un paio di sequenze sembrano spruzzate lì, così, soltanto per suscitare clamore.

 

 

Tuttavia, nel complesso, ha regalato una piccola perla, e non solo agli amanti del genere; qualcosa che emozionerà, in positivo o in negativo, variegati lettori, un romanzo che va a piazzarsi proprio lì, a metà strada tra l’Inghilterra di King e l’Italia di Balestrini, pennellando nel panorama letterario ribelle, la faccia nord-est europea di uno dei fenomeni sociologici più controversi e affascinanti di tutti i tempi.