A Napoli i sogni e gli incubi nascono e muoiono insieme. Al San Paolo, nello stadio dove la squadra della città esprime solitamente il meglio e non di rado il peggio, da sempre, lo strano “pasticcio” psico-onirico prende forma. La rappresentazione, a dire la verità, avviene anche altrove, lontano dal terreno amico. Prendete la partita dell’orgoglio partenopeo dopo lo schiaffo di un argentino: Juventus-Napoli 2-1. Sul campo torinese si sono materializzati tutti i sogni e gli incubi napoletani: la migliore partita degli azzurri dall’inizio del campionato, giocata malgrado le assenze di entrambi i centravanti (Milik e Gabbiadini) e del regista della difesa (Albiol), la più intensa partecipazione di tutti i reparti alla manovra collettiva, la speranza palpabile di uscire indenni da quella che per molti è una “fossa dei leoni”. Tre tiri in porta dei bianconeri, due gol. Uno, decisivo, dell’ultimo idolo di Napoli, l’argentino nato a Brest, cresciuto a Buenos Aires, maturato a Madrid, divenuto uno dei tre centravanti più forti del mondo alla scuola filosofica di Maurizio Sarri, in quel di Castel Volturno dove ha appreso i fondamentali della ragion pratica, e se n’è andato.

La più alta e sacra espressione dell'universo napoletano: il presepe

La più alta e sacra espressione dell’universo napoletano: il presepe

L’incubo ha riempito il sogno svanito. Il “nemico” ha rafforzato con l’arrivo del transfuga la sua linea offensiva; i soccombenti, come gli alfieri del Re alla difesa di Gaeta, hanno riempito le loro sacche di rimpianti e venduto cara la pelle, fino ad accarezzare la vittoria che per un certo tempo è sembrata a portata di tiro. Ma gli dèi non sempre accompagnano i temerari; quelli del fùtbol poi, quasi d’abitudine seguono gli invitti sul loro percorso di gloria, tranne quando qualche capricciosa divinità non decide di scendere al fianco degli avventurieri senza fortuna. Allora cambia la sorte. A Napoli, a dire la verità, è successo poche volte, come dimostra questa annata dannata. E ancor meno accadrà, presumiamo, per via di quella ragion pratica che nulla può sull’estetica e sulla morale. La filosofia del calcio è rigorosa come un teorema aristotelico, una tesi kantiana, un assunto hegeliano. E pure i sogni e gli incubi, non riconducibili alla sfera della razionalità, ma piuttosto ad un universo mitopoietico, nella fattispecie di conio leopardiano-partenopeo (non a caso il grande recanatese chiuse gli occhi davanti alla luce di Napoli che lentamente si affievoliva accompagnandolo nell’aldilà, estremo riguardo all’uomo che tra l’irato Vesuvio e la dolcezza del Golfo aveva deciso di lasciare i suoi giorni), fanno parte del calcio che è vita nella città dove la gioia e la miseria, il pianto ed il sorriso e le tempeste d’amore sono elementi dell’Essere nel Tempo, concluderebbe un Heidegger mediterraneo.

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Il più sudamericano degli stadi

Un universo unico in Europa, paragonabile forse, per alcuni aspetti, al “sentimento” sudamericano una volta in voga, quando – per essere chiari – i verde-oro, gli albiceleste, gli uruguagi erano reali eroi di saghe nazional-popolari e non merce d’esportazione sui mercati occidentali come “prede” da neutralizzare, acquistandole, nelle sontuose aste allestite per gli spettacoli televisivi. Sogni, incubi, drammi individuali e collettivi alla Bombonera, al Monumental, al Maracanà, al Centenario, all’Azteca: ricordiamo tutto come i canti omerici, intrecci di irreali proiezioni nelle festose guerre crudeli tra nemici implacabili dalle quale non sempre usciva vittorioso il migliore, ma quasi mai il vinto era lo “sconfitto”. Il fùtbol a Napoli (e dintorni), insomma, forse per un’eredità non totalmente dilapidata di provenienza greca ed ispanica, così somigliante a quella latino-americana, ripete uno schema classico al quale il football tecnologico e mercantile contemporaneo, prevalente ovunque o quasi (si salva, speriamo ancora per molto, la mitica Islanda), si ripropone come una “guerra” di sentimenti nella quale i sogni e gli incubi, naturalmente, si fronteggiano e si sovrappongono in uno strano gioco che non si saprebbe se più nobile o più selvaggio.

“Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg e i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare” (Pier Paolo Pasolini)

Nel mentre gli idoli dell’arena sputano sangue per arrivare alla meta, basta una disattenzione per far crollare il castello appena realizzato. E la danza macabra prende il sopravvento, non diversamente da quanto accadde in Brasile, al Maracanà, nel fatale 1950: gli uomini di Obdulio Varela misero in ginocchio una nazione con due centri degli uruguagi italianizzati, Ghiggia e Schiaffino che non vinsero soltanto la Coppa Rimet per la seconda volta, ma condannarono all’inferno l’incolpevole Barbosa, portiere eccelso, maledetto in vita ed in morte per per quel peccato (anzi due), che mai gli venne perdonato. Il sogno del primato e l’incubo dell’affondamento. Morti veri sugli spalti e nelle favelas, quando si dice che il calcio è la simulazione della guerra con altri mezzi. A Napoli non si arriva a tanto. C’è il fatalismo dionisiaco che accende e spegne gli entusiasmi.

Il "Comandante" Achille Lauro, fu presidente del Napoli Calcio negli anni Cinquanta e Sessanta

Il “Comandante” Achille Lauro, fu presidente del Napoli Calcio negli anni Cinquanta e Sessanta

Ed alla fine tutto viene metabolizzato, ma non il tradimento. È in questa dimensione che sogno e incubo si danno la mano. E riprendono a camminare insieme. Non è di uno scudetto mancato per l’ennesima volta che si tratta, ma di un sorriso rubato a lazzari e borghesi. I Cavani, i Lavezzi, gli Higuaìn passano, e perfino gli Altafini; non passano i Sallustro, i Pesaola, i Sivori, i Maradona e neppure i “faticatori” come Bruscolotti e Montefusco e Pogliana… ognuno ha il suo posto nel piccolo Pantheon partenopeo. Quel che rimane, al di là dei sentimenti e dei risentimenti, a Napoli è la disperante ricomposizione di un quadro vittorioso, scippato dalla storia, abbandonato poi agli angoli delle strade dove le mani più umili lo spolverano stagione dopo stagione. Ecco perché vincere il campionato a Napoli è un altro affare rispetto a Milano, a Torino, a Roma. Da quelle parti la storia è stata generosa. Tra i vicoli di Partenope ancora si cerca il sogno svanito di un regno antico ed i preziosi esempi di una storia nobile e sfortunata. “La volgarità della vita è, in parte, un riflesso della volgarità delle nostre anime”, direbbe Nicolás Gómez Dávila. Chi s’ingegna a comprare o depredare tutto ciò che è alla sua portata dimostra la volgarità dell’anima, come i saccheggiatori che hanno percorso nei secoli, fino ad oggi possiamo dire, Napoli. Ai napoletani non è rimasto altro che il pallone altrove smarrito come cimelio e riguardato quale innocuo ninnolo con cui passare il tempo, e se lo tengono stretto per quanto la sofferenza glielo consenta.

“Napule è nu Paese curioso, è nu teatro antico, sempre apierto. Ca nasce gente ca senza cuncierto scenne pe’ strate e sape recità” (Eduardo De Filippo)

Ad un passo dal traguardo è sempre caduto l’idolo amato. Il sogno s’è infranto tante volte, l’incubo s’è affacciato altrettante. Diceva Nietzsche: “Anche se non hai più felicità da dare, resta pur sempre il tuo dolore”. Quando il Napoli militava (non tanto tempo fa) in Serie C, ogni domenica era come se giocasse la Champions League. L’incubo ed il sogno, allora. E per sempre. Che cosa ne sanno americani, arabi, cinesi, thailandesi che acquistano ginocchia e piedi a buon mercato, da noi come nel resto d’Europa, di quegli Angeli dalla faccia sporca (per la storia erano Maschio, Angelillo e Sivori), che appaiono e scompaiono da uno stadio malmesso dove per poche ore o per l’eternità diventano eroi di un popolo che dopotutto cerca nient’altro che se stesso? Nulla. Assolutamente nulla. Ed i napoletani restano aristocraticamente indifferenti agli scippi come alle geometrie sofisticate. Aspettano la giocata magica, l’impossibile dribbling, magari perfino la “mano de Diòs” alla quale è inutile opporsi. Come al Destino.