Il basket a Montegranaro: un affresco d’Italia e del ‘900.
“Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore”. (U. Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis)
Ci sono stagioni sportive che, ben al di là di trionfi e trofei, imprimono nella memoria collettiva l’anima di un paese, rendendo tradizione l’essenza di una comunità: la storia della Sutor Basket, in questo senso, ha per lunghi tratti più a che fare con l’epica che con lo sport, e rappresenta la capacità di una realtà sportiva di innervarsi con il proprio tessuto sociale, fino a diventare teatro di socialità, ambizioni, sogni.
Gli annali della Sutor sono l’album di famiglia di Montegranaro: il Campo dei Tigli, la Bombonera e anche il sangiorgese PalaSavelli rappresentano le tappe fondamentali della storia gialloblù, i luoghi profondi dell’identità montegranarese, sportiva e non.
Luoghi strapaesani, arcitaliani, metafisici, animati da volti, nomi e storie che nei decenni s’intrecciano, formando in un’unica trama la lunga storia montegranarese: ci sono i Pizzuti, i Gismondi, i Mazza, i Basso, famiglie e generazioni, identità e legami, in un’avventura iniziata quasi un secolo fa e forse mai davvero conclusa. Una lunga storia di famiglia, che dal campanile di San Serafino ha guardato fino all’America, portando Montegranaro in vetta alla pallacanestro nazionale.
Prende il via nel 1934 l’avventura della Sutor, quando il marchese Fernando Luciani, commissario prefettizio e segretario del PNF, importa dall’America – e dalla vicina Porto San Giorgio, già culla del basket marchigiano – la tradizione della palla al cesto, costruendo a sue spese un campo da gioco dietro la chiesa di San Serafino, patrono di Montegranaro e protettore dei ciabattini. Così, nasce quello che nel giro di quindici anni sarebbe diventato il Campo dei Tigli, culla del basket gialloblù e iperluogo per tutte le generazioni veregrensi a venire.
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