Gli eroi del pallone hanno rappresentato per interi popoli veri e propri condottieri di società povere, stanche, disilluse da guerre e dittature. Piccoli uomini che hanno iniziato a tirar calci ad un pallone fatto di stracci, per poi ritrovarsi di fronte a migliaia di spettatori ad incarnare un sogno impalpabile ma eterno. Molti di loro finiranno a giocare nelle serie europee, il calcio dei soldi, per ritrovarsi più di una volta schiavi della loro immagine e della pubblicità. Basti pensare a quel genietto dalla statura bassa chiamato Diego Armando Maradona, simbolo dell’emancipazione proletaria dell’Argentina anni ’80 passato dall’Olimpo del calcio sudamericano agli scandali e all’incubo dei riflettori. Tuttavia le gesta, l’estro unico ed il talento carismatico hanno lasciato tracce indelebili non soltanto negli occhi dei tifosi, ma anche nei libri di professori, saggisti, poeti e perfino politologi. A questi accademici del pallone dobbiamo l’esistenza di una vera e propria letteratura del mondo del calcio, volta ad esprimere quell’essenza che a molti spesso è sfuggita. Non a caso il giornalista e professore universitario brasiliano Edilberto Coutinho accosta l’essenza della letteratura a quella del calcio, spiegando il concetto nel suo libro “Maracana addio”. 

«Il calcio, come la letteratura, se ben praticato è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno. Non lo dimentica nessuno».

Quello stesso Garrincha che verrà citato dal neo eletto presidente brasiliano Luiz Inacio ‘Lula’ Da Silva – ex operaio metallurgico proveniente dalla poverissima regione del Pernambuco e tifoso accanito del Corinthians di San Paolo – nel suo discorso d’insediamento come modello di umiltà e generosità, e della sinistra che aiuta i più deboli. Il calcio sarà pur nato in Inghilterra, ma si sviluppa in America Latina, laddove la vita vale meno e si apprezzano di più le piccole cose. Più precisamente,  il luogo che può considerarsi come la culla del calcio esotico, estroso, musicale, fuori dai ricatti tattici del suo ‘avo’ occidentale,  è il Brasile. Brasile che ha plasmato generazioni di fenomeni come Garrincha, appunto, ma anche Romario, Zico, Falcao, Pelè, Ronaldo. Campioni che non solo hanno entusiasmato interi popoli con le loro gesta dal carattere un po’ poetico e un po’ epico, ma che sono stati allo stesso tempo uomini simbolo di idee, reazioni al sistema di un mondo sempre più globalizzato ed ineguale, portatori di un sogno popolare fragile e dal futuro incerto. Basti approfondire la storia di quel ragazzo povero chiamato Mané Garrincha, di cui il poeta brasiliano Carlos Drummond de Andrade esalta le gesta e la naturalezza: «Mané Garrincha fu un povero semplice mortale che aiutò un paese intero a sublimare le sue tristezze. La cosa peggiore è che le tristezze ritornano e non c’è un altro Garrincha disponibile. Ne occorre un altro che continui ad alimentarci il sogno». Romantico a tal proposito è anche la descrizione che ne fa il giornalista e professore universitario Darwin Pastorin, ritraendolo come eroe epico del popolo e sottolineando come i poveri e i disabili si riconoscessero all’epoca in quel ragazzo con la poliomelite e le gambe storte; un eroe tragico (morì alcolizzato e solo in una casa di cura) ed epico al tempo stesso (il suo dribbling fermava letteralmente il tempo).

Brazil's Garrincha, dribbles to past an unidentified Soviet Union player

Le finte di Garrincha contro la rigidità sovietica, due mondi agli antipodi

Oppure pensiamo a Socratesche giocava senza palla e che durante la sua esperienza alla Fiorentina passava buona parte del tempo a parlare di Karl Marx e Che Guevara nei circoli comunisti di Firenze. Come Garrincha e Socrates tanti altri campioni hanno incarnato un sogno, un simbolo che non si ferma solamente al Brasile ma che rispecchia voglia di riscatto un po’ ovunque. Un sogno di protesta vissuto attraverso dribbling e veroniche. Quelli stessi dribbling che hanno perfino portato Pier Paolo Pasolini a distinguere tra un “calcio poetico” ed un “calcio prosaico“. Il calcio ha dunque la capacità di rappresentare non solo forza sociale, e dunque politica, ma è anche in grado di assumere una natura poetica. Non è tutto: esso cela una filosofia, che pensatori come Jean Paul Sartre e Sergio Givone accostano all’esistenza umana. È arte, l’arte espressa nei dipinti di Arrue volti ad esaltare la grandiosità dell’Athletic di Bilbao degli anni ’20, ma anche l’arte nei quadri di Arteta dove il calciatore è il protagonista dell’opera in tutta il suo maestoso eroismo. Riflettere sul ruolo e l’essenza che il calcio esprime in ciascuno di questi ambiti fa capire come uno sport da molti relegato negli scaffali della cultura bassa sia in realtà veicolo di emozioni, cultura, pensiero filosofico e politico, una disciplina dal valore inestimabile per la società e l’essere umano. Il calcio è lotta politica. Al di là dei singoli uomini (si pensi a Falcao) dagli ideali politici rivoluzionari, le squadre di calcio stesse rappresentano comunità dal forte senso nazionalistico. Manuel Vazquez Montalbàn illustrò come squadre tali il Barcellona e l’Athletic di Bilbao incarnassero un profondo senso di identità territoriale e politica. Tifarle ed identificarsi con esse ha rappresentato per molto tempo un impegno politico basato sul forte nazionalismo ed animo contestatario. Dalla fine della guerra civile spagnola e la caduta del regime franchista, i due club hanno costituito un vero e proprio modo di fare propaganda politica.

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Ogni partita al Camp Nou troviamo queste bandiere, e spesso messaggi simili

.In ogni caso, a parte le realtà locali, il calcio possiede un suo lato politico nel senso generale del termine. La semplice partecipazione ad una competizione internazionale rappresenta infatti opportunità non solo economica ma anche propagandistica. Lo conferma il giornalista sportivo Furio Zara il quale analizza come sia sbagliato considerare il Mondiale una competizione di maggior importanza rispetto all’Europeo.  Quest’ultimo, sebbene costituisca una competizione giovane (è nato nel 1960), si è sviluppato di pari passo con l’evoluzione dell’allora Comunità Europea. Più la Comunità si allargava, più cresceva il numero di squadre partecipanti all’Europeo. Oggi, come afferma Zara, partecipare all’Europeo è per molti paesi un’occasione economica ma soprattutto propagandistica. Uscendo però dal territorio politico e penetrando in quello ben più incontaminato della letteratura, troviamo moltissimi esempi di romanzo calcisticoCome già precedentemente menzionato, è in Sud America – continente dalle grandi contraddizioni sociali e politiche, dove la povertà si scontra con la nobiltà andandoci poi a braccetto – che la letteratura ha usato il pallone per dare un calcio a dittature e dispotismo. Letterati e scrittori hanno utilizzato il calcio per raccontare la realtà di quei tempi, fatta di ingiustizie e tirannia. Sono stati capaci di identificare il sentimento di ribellione e di rivincita con un dribbling o con i grandi bares dopo la partita. Scrittore indimenticabile è l’argentino Osvaldo Soriano, i cui racconti dai tratti drammatici e critici svelano i soprusi di politici e militari e usano il pallone come il giustiziere del popolo, in cui un rigore o una vittoria diventano simbolo di rivalsa e di opposizione. Sfortunatamente in più di un’occasione i regimi hanno invece approfittato del calcio come vera e propria maschera nelle competizioni internazionali, mostrando al pubblico accorrente da tutto il mondo un paese coeso e prospero e nascondendo uccisioni, imprigionamenti e barbarie. In questo contesto è altrettanto importante il contributo dell’uruguayano Eduardo Galeano, che attraverso la sua opera “Splendori e miserie del gioco del calcio” ci accompagna alla scoperta di quellaltra faccia della medaglia, la finta enfasi sulla retorica del pallone e dello show-business. Galeano così fa riferimento al Mondiale d’Argentina del 1978 – periodo della dittatura di Videla – e alle torture in quella che lo scrittore chiama la ‘Auschwitz argentina’, in cui gli aerei si disfano dei prigionieri politici gettandoli legati in mare non lontano dallo stadio Monumental di Buenos Aires, dove si disputa la partita sotto i riflettori delle tv internazionali.

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Un’istantanea presa dal Mondiale ’78 in Argentina

.Non è da meno il grande saggista brasileiro Edilberto Coutinho, il quale fa uso del calcio come un pretesto per raccontare la vita vibrante ed accesa vita brasiliana ai tempi della dittatura brasiliana. In ‘Maracanà, addio’ Coutinho usa il calcio per raccontare le emozioni contratte di un popolo dalle nuances esotiche, e perché no, anche erotiche. Passione e ‘saudade’ vengono rivelate attraverso il pallone, mostrando come in contrasto con i regimi oppressivi il calcio incarni l’anima del popolo in tutte le sue emozioni. Tuttavia la letteratura non si è fermata solamente al rapporto tra calcio e società ma ha indagato l’essenza di questo sport nei singoli, l’effetto che ha avuto sugli uomini in periodi in cui le grandi costruzioni iniziavano a vacillare. Jean-Paul Sartre, sosteneva infatti che «il calcio è la metafora della vita», avendo in sé quell’insieme di elementi che costituiscono la vita odierna di ognuno di noi; il filosofo italiano Sergio Givone si spinse addirittura oltre, affermando che «la vita è una metafora del calcio»: nell’osservare una partita di calcio lo spettatore assiste in realtà ad uno spettacolo della vita fatto di sforzo, rivalità ed obiettivi che puntualmente ci ritroviamo ad affrontare ogni giorno. Il legame tra calcio e filosofia, da alcuni chiamato ‘calciosofia’, non è inesistente. Nel suo articolo su Repubblica del 1998 ‘Il dio mortale del palloneAntonio Gnoli espresse chiaramente questa relazione tra calcio e pensiero, spiegando come se nella filosofia antica di Aristotele e Platone questa incorpori il passaggio dal mito alla ragione, nel calcio tale procedimento sia rovesciato. Si ha infatti un passaggio dalla ragione al mito, dai canoni all’estro umano di pochi eletti che difficilmente può essere categorizzato.

È molto scomodo che Dio non esista, poiché con Dio svanisce ogni possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile; […] non sta scritto da nessuna pane che il bene esiste, che bisogna essere onesti, che non si deve mentire, e per questa precisa ragione: siamo su di un piano su cui ci sono solamente degli uomini. (J.P. Sartre)

Il calcio è uno sport praticato da ventidue giocatori su un rettangolo di prato, anche se ha la capacità di reinventarsi in ogni luogo e forse la sua essenza sta proprio lì. Dentro a quel rettangolo ci sono ventidue calciatori, e sotto a quelle divise ci sono uomini che nascondono convinzioni, ideali, identità individuali ma soprattutto collettive. Questo dà luogo al lato estetico del pallone, che lo rende un tema dalle sfumature poetiche e romanze, epiche ed artistiche. L’importante è che si svelino le comodità e le luci abbaglianti offerte dal calcio show e da un giornalismo sportivo sempre più autoreferenziale; in particolar modo, è fondamentale che non siano l’unica voce. In questo senso noi siamo tenuti ad andare all’assalto della grande narrazione sportiva e a strappare l’etichetta dal prodotto, raccogliendoci nell’essenza del calcio, rappresentazione sacra, linguaggio dei popoli.