Calcio
24 Luglio 2019

Gli Inglesi se ne fregano del fascio

In Inghilterra simboli e formule del mondo latino non causano dibattiti ideologici, ma sono lo spunto per immergersi nel fascino della tradizione.

In Inghilterra è un caso, il che già spiega la differenza di approccio con l’Italia: il libro “sportivo” dell’anno, insignito dal Telegraph quale vincitore del “Telegraph Sports Book Awards 2019”, è The beautiful badge di Martyn Routledge e Elspeth Wills. Un libro interamente illustrato dedicato ai loghi delle squadre e alle rispettive storie. Un viaggio nel fascino della tradizione, cosa che ai tipi di Pitch publishing, casa editrice specializzata nel genere, riesce piuttosto bene. Dunque, non il solito libro sulla squadra vincente o la biografia del campione del momento ma ben altro, come il mercato italiano – perennemente a caccia delle masse – non è in grado di pensare. Approcci diversi, bisogna farsene una ragione.

Quello che invece può sorprendere il lettore italiano che dovesse trovarsi a consultare le 224 pagine di The beautiful badge che tanto stanno facendo discutere in Inghilterra, è la mole di motti latineggianti e riferimenti alla romanità con cui le squadre inglesi, quasi tutte ottocentesche progenitrici del football, ostentano i propri quarti di nobilità. Avremo modo di parlarne, poiché in maniera nemmeno troppo occultata, a pagina 63 c’è un altro notevole spunto di riflessione, agli occhi del potenziale lettore italiano. Ovvero un fascio littorio, disegnato in bella mostra sul crest del Watford FC.

Il fascio littorio nello stemma originario del Watford

Il Watford, gli hornets, i calabroni gialloneri, la squadra che è oggi di proprietà di Giampaolo Pozzo, che è anche il patron dell’Udinese. Una squadra, il Watford, ricordata e in qualche modo resa storica per essere stata il club acquisito e portato a un certo grado di celebrità, e di gloria sfiorata, da Elton John. Che a fine anni Settanta la trasforma da squadra sperduta di quarta divisione inglese di un villaggetto della periferia a Nord di Londra, al club che arriva secondo in Prima divisione nel 1982-83, e poi finalista di FA Cup l’anno dopo (sconfitto dall’Everton).

«Il Watford mi ha dato più soddisfazioni di un successo discografico»,

fu il commento di Elton John nel bel mezzo della sua avventura da presidente. Con Elton John il Watford si rese altresì protagonista di un restyling grafico che gli addetti ai lavori ricordano, i match programmes, materiale per collezionisti, tutti a colori, con la riproposizione a fumetti di scene delle partite, una buona linea di materiale in vendita per il merchandising attraverso il “The Hornet shop”.

il catalogo “The hornet shop” tratto da un match programme del Watford

Dire che il cantante, tuttavia, non era proprio il prototipo di fascista perfetto, almeno stando a ipotesi prettamente estetiche e superficiali, se è vero che al culmine della sua presidenza del Watford e dopo avere dichiarato a Rolling Stone la sua omosessualità, durante una partita di Coppa di Lega contro il West Bronwich Albion si sentì urlare contro dai tifosi avversari: «Elton John è pederasta!». Cosa ci fa allora un fascio littorio nella storia del Watford?

È il simbolo del Watford Borough Council, l’ente locale per il distretto non metropolitano di Watford, che si trova nel Sud-Ovest dell’Hertfordshire, e il cui consiglio è localizzato nel municipio di Hempstead Road.
Lo stemma in questione è il primo emblema (che risale al 1881) associato al Watford FC. Le linee blu e bianche ondulate rappresentano il fiume Colne e le sue sponde. Le conchiglie d’oro sono state prese dall’emblema del conte di Clarendon, il primo sindaco di Watford.

Il fascio, con tanto di ascia al centro, rivendica l’autorità magisteriale e la stazione romana che si dice sia stata a Watford. Il cervo è il simbolo dell’Hertfordshire. Il motto, in latino, è Audentior, che gli inglesi traducono con “bolder”, cioè audace.

Elton John con il suo Watford nel 1978

Nonostante le intenzioni di Oswald Mosley, che negli anni Trenta fu leader di una formazione politica chiamata British Union of fascists, il fascismo in Inghilterra non ha mai attecchito. Come è noto, piuttosto, l’Inghilterra ha combattuto e vinto la seconda guerra mondiale. Senza addentrarci in questioni storico-politiche, sorprende ancora l’assenza di polemiche malgrado il riferimento a una simbologia così fortemente connotata.

Non un’associazione che insorge, una petizione di chi ne chiede la rimozione, parlamentari indignati, né la messa in stato di accusa del libro per apologia del fascismo. Chissà quali reazioni susciterebbe in Italia la rievocazione del fascio littorio sulle maglie , tra le tante, dell’Ambrosiana Inter, o della genovese La Dominante, una sorta di “Sampdoria ante litteram” voluta dal regime.

In questo caso, in Inghilterra, non ci sono state neppure sperticate indagini per giungere alla dimostrazione della continuità storica tra il fascio di epoca classica e la sua rielaborazione rivoluzionaria in Francia. Come nel caso, per esempio, del fascio di San Gallo in Svizzera, che campeggia sulla bandiera del cantone dal 1803 e che vuole significare l’unità dello stato, insieme al verde del drappo, che attesta l’influenza degli ideali di libertà ispirati dalla Francia giacobina della fine del XVIII secolo.

Il fascio littorio nel drappo verde del Cantone San Gallo

Ma c’è un ulteriore dato su cui riflettere. I riferimenti latini: Audere est facere motto del Tottenham Hotspur, Superbia in proelio del Manchester City, Consectatio excellentiae del Sunderland e via discorrendo. Gli inglesi traducono quest’ultima espressione con “in pursuit of excellence”, alla ricerca di eccellenza. Per andare verso l’eccellenza, si guarda all’antica Roma. Nei motti e nei loghi, poiché nelle storie ufficiali si fa qualche resistenza in più.

Lo aveva notato Enrico Lazzeri, disk jockey e conduttore radiofonico, che insieme a Tommaso Lavizzari e Alessandro Polenghi, per sette stagioni è stato uno degli animatori della trasmissione radiofonica C’era una volta o rei, una miniera di creatività in cui il calcio veniva trattato come elemento di costume e cultura popolare, immeritatamente sospesa nel 2018, in attesa di qualche editore “illuminato” che si accorga che il dibattito sul calcio non può morire di calciomercato.

Enrico Lazzeri, durante una dissertazione storica sul Tottenham – squadra di cui è tifoso – e sui suoi simboli, ha riferito di una versione sulla fondazione degli Spurs che in Gran Bretagna circola quasi come una leggenda semiclandestina: le origini italiane del Tottenham, volutamente occultate da qualche dirigente del club, perché non fa cool che una delle squadre principali della Premier League, nel Paese che ha inventato il football, abbia parentele anche lontane con l’Italia. Sono inglesi, del resto, pur sempre figli della perfida Albione.

Lo stemma allo “Stadium of Light”, con l’immancabile motto in latino nella parte superiore: quando si cercano l’eccellenza o la vittoria, non si può fare a meno di tornare a Roma (Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Eppure i motti latini stanno lì. E ricordano anche che in seno al dibattito storiografico sul calcio, diverse perplessità suscitò il primo volume – dedicato e curato da Giorgio Tosatti – nell’Enciclopedia dello Sport (2002) dell’Istituto Treccani.

«Novecentocinque pagine – ha notato Sergio Giuntini nel suo Calcio e letteratura in Italia (1892-2015) – bersaglio di svariate critiche specie da parte degli storici inglesi. A indispettirli la vecchia teoria, sposata dal fascismo e nella fattispecie rilanciata da Adalberto Bortolotti, sulla derivazione del football dall’harpastum romano. Contro questa ipotesi si scagliarono, il 6 dicembre 2002, il Times e la BBC contestandone ogni fondamento. Insomma, come dire: «siamo inglesi, dateci pure dei fascisti, non degli italiani».


Immagine di copertina tratta da www.watfordobserver.co.uk


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