«Il baseball è ciò che l’America vorrebbe essere: la nonna, i bambini, la torta di mele. Il football è ciò che l’America è: una nazione in guerra» (Oliver Stone). Il football si conferma ancora una volta specchio fedele della realtà statunitense: segnata e spaccata da ondate ricorrenti di proteste e violenze scatenate dalle numerose uccisioni, da parte delle forze di polizia, di cittadini afro-americani. L’incubo della questione razziale, che si pensava superata, soprattutto dopo l’elezione alla Casa Bianca del primo Presidente di colore, ritorna invece sempre angosciante.

Il 26 agosto Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, durante l’amichevole contro i Green Bay Packers, al momento dell’esecuzione dell’inno nazionale statunitense, resta seduto. La protesta clamorosa è stata così motivata dallo stesso: «Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca». Molti hanno trovato il gesto di Kaepernick irrispettoso nei confronti del suo Paese e dei militari che difendono il suo diritto di protestare. Trump lo ha invitato a trasferirsi in un altro Paese. Altri lo hanno accusato di non poter rappresentare il disagio e la protesta della comunità nera, perché ricco, perché non è mai stato oppresso e perché non sarebbe abbastanza nero, essendo figlio di una madre biologica bianca ed essendo stato adottato da una coppia bianca (ma lui ha precisato che non parlava per sé ma per dar voce a chi non ce l’ha). Altri hanno lodato l’intento ma criticato la forma della sua protesta.

La polemica si è riaccesa quando Kaepernick, in vista delle elezioni presidenziali statunitensi di novembre, ha dichiarato che non avrebbe votato. Per i critici, infatti, la sua astensione non ha aiutato la sua causa, soprattutto in una tornata elettorale in cui la questione razziale è tornata alla ribalta. Tra un Trump protagonista di battute infelici sulle minoranze e una Clinton paladina del politicamente corretto, non sembrava ci fosse dubbio su chi avrebbe dovuto votare Kaepernick, che evidentemente non è stato dello stesso avviso.

Il suo gesto non è rimasto isolato. Molti altri atleti, non solo della NFL (la lega nazionale del football) hanno replicato la protesta. Due leggende dello sport mondiale, oltre che statunitense, come LeBron James e Serena Williams, hanno manifestato la loro preoccupazione perché i loro figli e nipoti possano incorrere nell’atteggiamento violento della polizia a causa del colore della loro pelle. Lo stesso Kaepernick ha ripetuto la sua protesta in altre partite, seppure inginocchiandosi e non più restando seduto, per non mancare di rispetto all’inno ed ai militari.

Tra i tanti sportivi a seguire il suo esempio c’è stato Brandon Marshall, linebacker dei Denver Broncos, che si è inginocchiato durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima della partita contro i Carolina Panthers dell’8 settembre scorso. Da quel momento si è visto recapitare numerose lettere di minacce e di insulti razzisti. A dimostrazione di come il clima di tensione razziale sia tutt’altro che sopito.

Se il gesto eclatante ha, quindi, sicuramente sortito l’effetto di attirare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, ha però rischiato di non accendere sufficientemente i riflettori sulla questione centrale, le continue discriminazioni subite dai cittadini afroamericani, essendo stato deviato il discorso pubblico sulla forma della protesta. Di più, mancare di rispetto all’inno e alla bandiera statunitensi ha prodotto accuse di antipatriottismo, soprattutto in un ambiente fortemente sensibile al tema come quello della NFL, alienando numerose simpatie. Kaepernick ha però chiarito che lui ama l’America e quello che sta facendo, lo fa per rendere l’America un posto migliore.

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Colin Kaepernick continua la sua protesta durante l’inno nazionale nei primi di settembre a fianco di un solidale Eric Reid.

La memoria di molti è tornata ad immagini in bianco e nero: il pugno alzato di Smith e Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico nel ’68; Muhammad Alì che rifiuta di andare a combattere in Vietnam per un Paese che lo discrimina. C’è, però, una differenza lampante con questi esempi del passato. Carlos, Smith e Alì pagarono cara la loro protesta: i primi due finirono fuori dal mondo dell’atletica, Alì fu condannato e allontanato per alcuni anni dalla boxe. Oggi Kaepernick sta continuando a giocare regolarmente, non ha subito alcuna sanzione né dalla sua squadra né dalla NFL, che ha precisato come i giocatori siano incoraggiati, non tenuti, a stare in piedi durante l’inno nazionale.

Segno sicuramente dei progressi fatti in tema di problemi razziali negli USA, ma la cui soluzione è però lontana se sono ancora necessarie proteste come quella di Kaepernick. La vicenda dimostra ancora una volta come lo sport sia molto di più che un gioco e ricopra un ruolo fondamentale nella cultura e nella società contemporanee. Gli sportivi sono divi seguiti ed idolatrati che possono smuovere le coscienze. Ipocrita chi chiede loro di gareggiare e basta, senza fare politica. La politica riguarda ogni cittadino. Col suo messaggio di inclusione lo sport può e deve attirare l’attenzione sui problemi razziali che insanguinano le strade negli U.S.A.

“Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca”