C’è solo un modo per tradurre ai telespettatori il racconto del campo: non dire niente di più. E’ questa la filosofia di Lele Adani, ex calciatore e apprezzato opinionista di Sky Sport, che per tenere fede alla sua mission ricorre ad una tecnica infallibile: “stare sempre un passo indietro al gioco”.

Lele, vorrei partire da una frase: “Se la mia mente può percepirlo e il mio cuore può crederlo allora io posso compierlo”. Chi ti ricorda…

Eh, il più grande. Credo che tutti coloro che si sono avvicinati allo sport e legano allo sport i valori debbano avere come esempio Ali. Credo che la figura di Muhammad Ali sia stata nella storia quella che più ci ha dato dal punto di vista del rapporto “ciò che faccio è ciò che sono”. Ali tutto ciò che aveva e molto altro ancora lo ha fatto e messo a disposizione di tutti coloro che l’hanno seguito, e ha tirato fuori attraverso il suo sport, la boxe – che lui cita come strumento per farlo vedere e conoscere al mondo –, tutto ciò che aveva da dire: la lotta per i propri ideali, la libertà, la rivendicazione di uno spazio nel mondo, la giustizia, l’uguaglianza. Per cui ripeto: chiunque ami lo sport e lo associ a dei valori ha dentro di sé qualcosa di Muhammad Ali.

Una volta che si viene toccati spiritualmente dal mito di Muhammad Ali si sente il bisogno di trasmettere, in qualche modo e nel proprio piccolo, i suoi valori?

Sì, non puoi farne a meno. Perché non vedi più un atto o un gesto o un’azione quotidiana in maniera superficiale. O meglio, non è che ogni cosa debba aver per forza un valore alto, ma insomma l’approccio nel guardare le cose non è più superficiale, questo sì. Diciamo che ad ogni atto o azione che compi cerchi di dare sempre un’impronta nobile, perciò quando vieni toccato dal mito di Ali e ne segui lo spirito diventi necessariamente un uomo migliore.

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“Credo che tutti coloro che praticano sport ed intravedono in esso dei valori debbano avere come esempio Muhammad Ali”. Parola di Daniele Adani.

Alla base della tua scelta (di circa tre anni fa) di declinare l’invito di Roberto Mancini a diventare il suo vice sulla panchina dell’Inter, oltre al rapporto che ti legava e ti lega alla famiglia Sky, c’era anche la necessità di avere più tempo per trasmettere tutto il tuo bagaglio di esperienza (tecnico e umano) ad un pubblico più vasto? Quello dell’allenatore, anche in seconda, in fondo è un mestiere totalizzante, no?

Allora, secondo me non c’è da vedere un passaggio professionale come una scelta di vita o di morte. Non è una cosa che può essere esclusa in futuro rispetto a qualsiasi altro ruolo, anche rispetto a quello che faccio adesso “al servizio del calcio”, mi piace dire; perché le cose cambiano e la bellezza del calcio è proprio quella di poterlo vivere a 360°, e con la passione e la competenza puoi dare il tuo contributo sotto tanti punti di vista. Però, io credo che se tu rispetti la gente che ti segue da casa, se riesci ad arrivare al cuore della gente, se cerchi di scuotere il pensiero, le coscienze, allora è disposta a seguirti. Anche perché non è vero che le persone da casa si fanno andar bene tutto ciò che racconti solo perché sei tu dall’altro lato: è molto più avanti chi ascolta e chi riceve, rispetto a chi ha da dare. Quindi devi stare tu al passo loro, e stare al passo loro richiede passione, rispetto, capacità di analisi, comunicazione. E’ un cammino profondo e impegnativo che a me piace fare, ed è un cammino necessario per il rispetto delle persone.

Un’altra tua fonte d’ispirazione è Marcelo Bielsa. Lo citi spesso riguardo all’importanza della “nobiltà dei mezzi utilizzati per arrivare alla vittoria” più che della vittoria in sé; e però nel corso di una puntata de “L’Originale” hai affermato che non si gioca per partecipare, ma per vincere. Le due cose sono in contraddizione oppure bisogna allargare il concetto di vittoria?

Secondo me uno sportivo deve possedere dentro di sé lo spirito competitivo e cercare di arrivare alla vittoria e raggiungerla per lasciare un segno e dare continuità a questa, e non fermarsi né accontentarsi. Né, come dire, essere un fuoco di paglia. E per sentirla più sua diventa importante anche la forma. In generale credo ci sia una sottile differenza tra una vittoria e una sconfitta, però quanto tu più cerchi la nobiltà del percorso, la crescita, e sai dare il giusto valore a quel percorso, tanto più la tua vittoria diventerà grande e più significativa del risultato in sé. Perché a restare non è più il risultato, ma uno stile, un pensiero. Sempre se hai utilizzato dei mezzi sani, giusti. E questo vale in ogni ambito della vita, perché è la nobiltà dell’approccio a dare più consistenza ai risultati che si raggiungono.

BUCHAREST, ROMANIA - MAY 09: Athletic Bilbao Coach Marcelo Bielsa looks on during the UEFA Europa League Final between Atletico Madrid and Athletic Bilbao at the National Arena on May 9, 2012 in Bucharest, Romania. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

El Loco, Marcelo Bielsa: maestro calcistico e morale per Adani

Tu sei stato un ottimo difensore, i dodici anni di serie A e le convocazioni in Nazionale parlano per te. Appese le scarpette al chiodo, sei però diventato il fuoriclasse assoluto dell’analisi calcistica, e non solo tattica. Ti chiedo: quando hai iniziato a concepire il calcio come materia di studio? Perché spesso un passato da calciatore, ancorché ad altissimi livelli, non garantisce un futuro da esperti di calcio, no?

Questa è un’ottima osservazione. Allora, il punto è questo: proprio per dare continuità a quanto si diceva prima, se tu fai una cosa e la pensi questa cosa, la vivi, la senti dentro, ti cambia un po’ il modo di essere e di ragionare. Io il calcio l’ho sempre amato sin da bambino, e ho cercato di comprenderlo, di spingermi oltre le cose mi chiedeva di fare in campo l’allenatore. Ho sempre cercato di capire il calcio mentre lo praticavo. Ho sempre maturato una grande passione per il pensiero del calcio. Avendo, noi che abbiamo giocato, la grande fortuna di aver fatto tante esperienze, imparato qualcosa da ogni allenatore, dando un valore a tutto ciò abbiamo un grosso vantaggio rispetto a chi non ha mai giocato. Quando però finisce il calcio giocato, se tu lo ami davvero riesci a vederci dentro tutte le pieghe della vita. A me ha fatto questo effetto: non potendolo più praticare – negli ultimi anni della mia carriera ero un po’ demotivato, facevo fatica – ho finito, osservandolo nella sua complessità, per amarlo ancora di più. Mi è venuto naturale dare continuità ed espandere le conoscenze che avevo acquisito mentre giocavo, e questa curiosità mi ha accompagnato lungo tutto il mio percorso, al punto che quando ho smesso mi è piaciuto talmente di più che mi è venuto naturale unire i puntini.

Con l’approfondimento tattico hai colmato un gap importante nel giornalismo sportivo italiano. Ma volevo chiederti, non rischia questa di essere un’arma a doppio taglio? Mi spiego: guardandosi in giro si stanno moltiplicando analitici estremisti, che spesso tralasciano il lato umano (che nelle tue analisi c’è sempre) per basarsi sulle sacre leggi causali della tattica. Solo che poi in campo ci vanno pur sempre i giocatori, che ancor prima di essere calciatori sono uomini. O sbaglio?

Allora, sono due cose distinte. La componente umana all’interno del gioco non può essere trascurata. Nessuno riesce a coprirla, a farla passare in secondo piano. Il calciatore è un uomo. E’ fatto di passioni, sentimenti, debolezze, crisi, così come avviene nella vita in generale. Queste situazioni non riesce a nasconderle un narratore, uno che racconta il calcio. Quello che tu dici è una cosa che io reputo diversa: la gente che parla e scrive di calcio molte volte lo banalizza riducendolo alla tattica, non capendo che la cosa importante del calcio non è la tattica intesa come figura geometrica, ma è la dinamica del calcio che viene data dal tempo di gioco. Mi spiego: secondo me la tattica, così come viene intesa in Italia nei racconti e nelle descrizioni, si ferma alla numerologia del sistema di gioco. Spesso si attribuisce un ruolo a un giocatore senza spiegare il movimento all’interno del ruolo. Su questo aspetto c’è molta confusione, secondo me. Il valore del calciatore, il ruolo, il ruolo dentro un reparto, e il reparto all’interno di un sistema di gioco non è calcio: questa è la partenza del calcio. Molte volte il calcio lo si descrive così e ci si ferma lì. Mentre quello, come detto, non è che il punto di partenza. Sono poi la dinamica e il tempo di gioco che fanno il calcio e che danno lo svolgimento della partita. Questo è diverso dall’aspetto umano, che non va in discussione con la tattica: sono due cose diverse. Nessuno può svilire e sminuire il cuore e la mente del giocatore, secondo me.

Si dice spesso che in Italia ci sono 60 milioni di commissari tecnici, per cui nel conto entrate anche voi addetti ai lavori, è un fatto matematico. Come si tiene a freno il proprio ego quando si raggiungono oggettive vette di competenza e soprattutto come gestire quelle discussioni in cui il tuo interlocutore non è al tuo livello? Qualche scivolata nella presunzione è fisiologica?

Secondo me la garanzia è far parlare sempre il gioco. Secondo me se riesci a mettere il gioco un passo avanti a te stesso sei a buon punto. Il campo è la garanzia di competenza e di credibilità. Perché attraverso l’analisi, la preparazione, il saper tradurre il messaggio, il non metterti minimamente in mezzo tra chi ti ascolta e ciò che succede, ed essere realmente vicino a quello che tu vedi ti porta alla verità. E’ la verità che ti rende libero. Più togli te stesso e più riesci ad essere fedele a ciò che vedi: è questa la vera forza. Non solo. Il risultato di tutto ciò è difficile da riscontrare. Molti parlano senza aver visto la cosa, o avendola vista parzialmente o distrattamente, oppure mettendo se stessi davanti alla cosa. Allora vuol dire che trascuri ciò che vedi perché ti interessa mettere in mostra te stesso. Se invece ti attieni a ciò che vedi è molto probabile che ti si generino delle intuizioni che puoi sfruttare in futuro per fare la differenza rispetto ad altri ed indovinare, ad esempio, una svolta tattica che più riguardare un giocatore piuttosto che un altro. Ma è sempre il campo a suggerirti l’intuizione. Bisogna stare sempre un passo indietro a ciò che succede.

“Tutto il mondo osserva il calcio di Sarri, certe azioni prima si vedevano solo al Camp Nou”. Lele Adani sul calcio del Napoli.

“Tutto il mondo osserva il calcio di Sarri, certe azioni prima si vedevano solo al Camp Nou”. Lele Adani sul gioco del Napoli e la bellezza estetica del calcio sarriano.

Nella postfazione di Locos Por El Futbol, il libro di Carlo Pizzigoni sulla storia del calcio sudamericano, esprimi tutta la tua passione per il calcio sudamericano attribuendo grandi meriti al potrero. Si può dire che quei virtuosismi e quel senso del bel gioco così naturale siano per te una sorta di ‘vacanza’ dall’analisi razionale del calcio?

Diciamo che sono due cose che ti completano. Come dico in quella postfazione il calcio non può fare a meno di due cose: il talento e la passione. Il talento è il primo fattore che ti emoziona. Il talento è una cosa che va sempre esaltata e messa in luce. E l’abilità del giocatore che ti entusiasma è quasi consequenziale alla passione che scatena. Perché il giocatore deve essere appassionato per fare certe giocate. Ci sono tanti aspetti che devono andare assieme. Diciamo che servono il talento, la passione, il gioco del potrero, il virtuosismo, l’uno contro uno, ma serve anche l’organizzazione. Il calcio è uno sport che richiede anche il gioco d’insieme, l’equilibrio. Io credo che sta solo a noi cercare di capire la diversità dei vari tipi di calcio, a seconda dei paesi, delle culture. Così come In Sud America, anche se non è così curata e metodica, stanno iniziando a darsi un’organizzazione di gioco, in Italia, terra di maestri della fase di non possesso, arriviamo sempre più a richiedere talento e creatività. Quindi diciamo che molti aspetti cambiano a seconda delle culture, ma il calcio è sempre uno.

Un aforisma di Nietzsche dice che bisogna diventare ciò che si è. Un calciatore forse è obbligato a diventare se stesso due volte: dopo aver trovato il suo posto nel mondo, deve trovare il suo posto nel campo, ovvero il ruolo in cui rende meglio. Secondo te ci sono calciatori che hanno avuto una carriera non esaltante solo perché non sono riusciti – o non sono stati aiutati – a trovare il proprio ruolo ideale?

Secondo me, no. E’ impossibile. Ci sono giocatori che non sono riusciti ad esprimere in campo tutte le loro potenzialità, ma non per il ruolo. Perché, come dicevamo in precedenza, il ruolo è un discorso un po’ banale. Il ruolo è il principio, mentre è il compito a fare la differenza. L’interpretazione del ruolo e le consegne danno vita al ruolo e ti fanno fare la differenza. E per dar vita al ruolo bisogna fare tante cose che differenziano un giocatore da un altro. Per cui credo che i giocatori che non sono riusciti ad esprimersi è perché durante il loro percorso hanno avuto dei problemi non legati al ruolo, ma alla pressione, all’incapacità di gestire i momenti della partita e di fare le scelte giuste nel campo. Quindi è il mix tra deficit caratteriali e scelte calcistiche errate che non ti consentono di esprimerti, non il ruolo.

E tu quando ritieni di essere diventato compiutamente Lele Adani?

Io in realtà penso sempre di essermi svuotato e consegnato totalmente a seconda della richiesta che mi è stata fatta. Sono sempre stato io. Sai, quando mi chiedono se avrei potuto fare qualcosa in più, da un lato è vero che quando giocavo io c’era moltissima concorrenza e parlo dei vari Maldini, Costacurta, Nesta Cannavaro, e dall’altro però mi ricordo sempre che io sono partito da un paese di 5000 abitanti (San Martino in Rio, ndr.), e quando parti da così lontano non dimentichi da dove sei venuto. Per cui per essere riuscito a vestire maglie importanti come quelle di Fiorentina e Inter, aver giocato la Champions ed aver vestito la maglia della Nazionale vuol dire che ho dato tutto me stesso. Diciamo che è bello lasciare agli altri tutto ciò che hai da dare o da dire, perciò in questo ruolo mi gratifico molto, dai. Però c’è ancora tanto da fare, eh. C’è tantissimo margine di crescita nella divulgazione dello sport italiano e, secondo me, il motivo per cui questa cosa non è creduta allo stesso modo in cui invece ci credo io è dovuto al fatto che c’è poca fiducia verso chi ci ascolta. Io penso questo: chi ci ascolta ha voglia di essere guidato con passione, con amore ed è molto più avanti rispetto a chi parla. Noi parliamo perché c’è chi ci ascolta, e spesso questa cosa si dimentica.

Lele Adani con la maglia della Nazionale.

Adesso voglio parlare di una cosa che ti sta particolarmente a cuore: il regista. Che tu, sia attraverso le lezioni tattiche che tieni su Mondofutbol sia su Sky, definisci un compito, non un ruolo. La stessa questione l’hai affrontata con Daniele De Rossi nello splendido speciale che avete realizzato (L’uomo e il suo calcio, ndr.). Ti chiedo: quanto hai goduto, in quei momenti, a stare sulla stessa lunghezza d’onda di De Rossi? Ad un certo punto ti sei come liberato esclamando: “oh, questo è parlare di calcio!”

Sì, e torniamo al discorso precedente. Il calcio devi guardarlo in profondità in maniera seria ma non seriosa. Veramente ha tante pieghe da studiare e da analizzare. E molte volte ci affidiamo a slogan per banalizzarlo, per chiuderlo, per finire una discussione ancor prima di cominciarla. Invece è talmente profondo, ha così tanti risvolti, che trovare una persona come Daniele e confrontarsi a un livello che a me è piaciuto tanto – considera che De Rossi sarà il centrocampista della storia della Nazionale con più presenze e più reti –, perché è un giocatore che sta vivendo il calcio nella sua totalità, e unire i due pensieri e confrontarsi in una maniera così naturale mi ha dato una gratificazione che raramente trovo. Ed è bello a volte trovare persone con le quali c’è talmente tanta intesa che in modo semplice riesci a parlare di cose profonde come il calcio, come il gioco e come la specificazione del ruolo (anzi, del compito) del regista.

Nelle tue analisi è centrale il concetto di rispetto. In tutte le sue declinazioni quella che trovo più interessante riguarda non tanto il rispetto dell’avversario, quanto il rispetto della superiorità dell’avversario. Mi vengono in mente due imbarcate clamorose: Italia-Spagna del 2012 (0-4) e Roma-Bayern del 2014 (1-7). Si può dire che in quei casi sia l’Italia che la Roma non rispettarono la superiorità degli avversari?

Allora, ci sono dei giocatori e dei gruppi calcistici che sono stati e sono di una superiorità incredibile, come appunto la Spagna e il Bayern a cui ti riferivi. Però la sfida è bella anche cercando di colpire in quelli che sono i loro punti deboli. Io dico sempre che il calcio è dei calciatori, e noi abbiamo la fortuna di vedere molti gruppi composti da calciatori fenomenali, e diventa difficile analizzare, in certe occasioni, punteggi così eclatanti. Perché quando la differenza è così netta sei costretto ad adeguarti e prendere atto di far parte di un disegno più grande di te nel quale sei costretto a subire ed esaltare le qualità degli avversari. Tutto qui. Io credo che molte volte si cerca il titolo per esaltare o condannare, mentre la verità è che molto più semplicemente una partita di calcio prende una piega ed esalta il bello e chi ne è complice in negativo, come lo furono la Roma e l’Italia, devono accettare che di fronte ci sono giocatori in grado di far saltare qualsiasi schema, qualsiasi organizzazione, qualsiasi strategia, più forti di ogni studio e che quindi vincono le partite.