Sono passate ormai due settimane dalla sua rielezione ed io mi rivolgo cortesemente a Lei per invitarLa ad una riflessione sulle condizioni del Calcio nel nostro Paese. Premetto che eviterò di dilungarmi sulla retorica del passato, sull’esaltazione delle maglie senza sponsor, della numerazione dall’1 all’11 e degli scarpini esclusivamente neri, ma è ovvio che il modello adottato dagli albori del ventunesimo secolo non sia più sostenibile. Sono consapevole che alcune proposte e critiche dovrebbero pervenire direttamente ai dirigenti delle singole società, ma mi appello a Lei in quanto vertice della Federazione. RingraziandoLa per l’attenzione, La prego quindi di munirsi di pazienza e di seguirmi in questa disamina che si propone quanto più possibile oggettiva, forse a volte esagerata, ma sicuramente appassionata.

I diritti tv.

Innanzitutto, trattiamo la primaria fonte di sostentamento dell’intero sistema italiano (e non): gli introiti derivanti dalla vendita dei diritti televisivi e multimediali. L’argomento è decisamente complesso, ma mi interessa soffermarmi su alcuni temi salienti. E’ forse superfluo ricordare che i “ricavi da tv” siano la voce nettamente preponderante del fatturato di una squadra, ma vorrei rimarcare la differenza tra un’oculata gestione di tale risorsa e un suo sfruttamento indiscriminato. Il punto focale, che ha incendiato il dibattito in Lega in questi giorni, è ovviamente la ripartizione degli introiti. Senza approfondire i canoni attuali è palese che si debba adottare un approccio più equo. Già, ma quali vantaggi per le compagini costrette a rinunciare alla loro “fetta”? In primis una distribuzione più omogenea incrementerebbe la capacità di spesa, magari oculata, dei club medio-piccoli alzando il livello tecnico dell’intero torneo. Un campionato più performante potrebbe da un lato accrescere l’interesse degli appassionati, dall’altro rappresentare un banco di prova più credibile e probante per le nostre squadre impegnate in Europa: le meste figure continentali raccolte da Inter, Fiorentina e Roma dovrebbero farci riflettere. Non a caso in Spagna ci si è mossi proprio in questa direzione, riducendo lo strapotere di Barcellona e Real Madrid ma favorendo un approccio di sviluppo per l’intero sistema.

L’enorme divario dell’attuale metodo di ripartizione (grafico da Gazzetta)

L’enorme divario dell’attuale metodo di ripartizione (immagine da Gazzetta)

L’enorme divario dell’attuale metodo di ripartizione

Una riduzione dell’importanza delle entrate televisive potrebbe essere un importante stimolo per il potenziamento di nuove fonti di reddito. Il tanto decantato, spesso a sproposito, “Modello Inglese” ci dovrebbe insegnare che la viziosa dipendenza dalle sole televisioni si scongiura concentrandosi su altre voci di ricavo, quali le “matchday revenues” e le attività commerciali. Nel dettaglio, con la prima definizione ci riferiamo alle entrate dovute al botteghino (biglietti ed abbonamenti), alle attività di ristoro ed ai vari servizi offerti per migliorare l’esperienza allo stadio dei tifosi; nel secondo caso trattiamo di sponsorizzazioni, ma soprattutto marketing e merchandising. In un Paese che fa del turismo una delle sue ancore di salvezza, è incredibile che sia trascurato il potenziale offerto dal richiamo della sua tradizione calcistica. Abbandonando una mentalità preistorica, i club dovrebbero interessarsi a conciliare l’esperienza artistica, culturale e culinaria garantita dalla propria città con l’offerta sportiva. L’esempio estremo delle affluenze del museo del Camp Nou, che superano quelle del Museo del Prado, ci invita a riflettere sull’attrattiva del legame tra squadra e territorio. In conclusione, riguardo al palinsesto, dribblando le sue innumerevoli problematiche, mi urge solo ricordare che anche i tifosi sono lavoratori, generalmente impegnati dal lunedì al sabato pomeriggio, e sarebbe opportuno tenere a mente le esigenze lavorative al momento di stilare i calendari futuri. Non di meno nel nostro Paese, tradizionalmente, le feste vengono santificate in famiglia da credenti e non, pertanto sconsiglierei di disputare gare proprio a Natale, Pasqua e Capodanno, scimmiottando modelli stranieri.

L’istantanea tratta da “Calcio e Finanza"

L’istantanea tratta da “Calcio e Finanza”

La forma del campionato

Oltre alla già citata ridistribuzione nell’ottica di innalzare il tasso tecnico dell’intero torneo, vorrei soffermarmi sulla formula della nostra Serie A, divenuta ormai da diverse stagioni terribilmente scontata, prevedibile e soporifera. Sì, ultimamente il girone d’andata è sufficiente alla Juventus per ridurre in fin di vita il campionato, ma anche la lotta per la salvezza è sempre meno accattivante, così come di conseguenza risultano imbarazzanti le prestazioni delle squadre che languono a metà classifica, con la pancia piena. Tra i capisaldi del suo secondo mandato c’è la proposta di mantenere venti squadre e di ridurre a due le retrocessioni, ebbene io dissento fermamente! Non posso proprio digerire questa formula che ammiccherebbe alla Lega NBA con un quadro fisso di compagini, perché “non siamo mica gli Americani!”, se mi permette la citazione mutuata dal primo Vasco Rossi. D’altro canto io rilancio con un passaggio a 18 squadre, che preveda ancora 3 retrocessioni, magari con uno spareggio tra terza e quartultima. Inoltre, dal 2018/19 le prime quattro classificate accederanno alla Champions, ma io cercherei di ampliare la contesa per i rimanenti piazzamenti in l’Europa League con un playoff dal quinto all’ottavo posto. Poi, ancora, chissà se riusciremo un giorno a restituire senso e fascino alla nostra bistrattata Coppa Italia, la cui conquista è considerata più un onere che un onore. Sempre riguardo alla nostra realtà, a prescindere dai risultati della Nazionale, invoco nuova linfa per gli investimenti nei settori giovanili. L’Italia non è un Paese per giovani e nemmeno il suo campionato, che tradizionalmente presenta l’età media dei giocatori più alta, tra quelli europei. Tranne qualche eccezione, appare eloquente anche la difficoltà con cui vengono impiegati dalle “Grandi” i giovani provenienti dai vivai. Se è vero che la sopravvivenza delle imprese è legata agli sforzi nelle attività di “Ricerca e Sviluppo”, come può il Calcio, tra le prime dieci industrie del nostro Paese, rinnegare tale logica? Impossibile chiedere un torneo “autarchico”, ma ci si può interrogare su quanto sia redditizio acquistare copiosamente giocatori stranieri, piuttosto che credere nel lancio dei virgulti germogliati nel proprio “orto”. La rivoluzione tedesca, innanzitutto culturale, può essere difficile da implementare nello Stivale, ma non trascuriamo la preparazione che può essere impartita ai ragazzi dai nostri Mister, forse il più grande vanto del nostro movimento! Un pugno di sementi tecnici, tattici e comportamentali che rischiano di essere dispersi nel vento, se le società continueranno a ricercare talenti “esotici”, invece che aspettare “il ragazzino della porta accanto”.

Linea verde ? (Grafico tratto dalla Gazzetta dello Sport)

Linea verde? (grafico tratto dalla Gazzetta dello Sport)

Lo scenario degli stadi

La dialettica usata per descrivere questa desolante prospettiva è in grado di accomunare addetti ai lavori, dirigenti, giornalisti e politici, dando un quadro dell’ottusità imperante. “Riportiamo le famiglie allo stadio!”, “Avanti con il modello inglese!”, oppure “ Ci vogliono stadi nuovi ed accoglienti come teatri!” sono solo alcune delle tante banalità che vengono proferite ogni volta che si entra in merito alla questione. Certo, sono tutti sillogismi condivisibili, ma a mio avviso non individuano il vero nocciolo della questione, ovvero l’umiliazione del “Dodicesimo uomo”! Stadi vetusti, metodi cervellotici di vendita dei biglietti, prezzi degli stessi da strozzini, calendari impossibili, nonché la repressione di tutti gli strumenti di tifo che hanno ormai vessato l’appassionato.

Media di spettatori e riempimento degli stadi dei cinque grandi campionati europei

Media di spettatori e riempimento degli stadi dei cinque grandi campionati europei

Se per quanto riguarda le arene bisogna appellarsi alle iniziative dei club, ormai stanchi di aspettare un assist dal Parlamento, invece si può e si deve intervenire per rendere nuovamente la domenica allo stadio una festa. Rivogliamo le famiglie allo stadio? Avanti allora con politiche di fidelizzazione, senza tessere ed ammennicoli vari, bensì con settori loro dedicati e prezzi agevolati. Cifre popolari in settori riservati a genitori con figli al seguito, dove far scoccare la scintilla della passione. Inoltre il costo spesso esorbitante dei tagliandi non colpisce solo questa categorie a rischio, ma tutti i tifosi, così come i calendari che fissano le sfide nei giorni più disparati della settimana. Infine Presidente, mi appello alla sua pazienza e mi permetto un’ultima riflessione prima di giungere alla conclusione. Divieti ridicoli, coreografie e striscioni introducibili solo in seguito al permesso delle questure, megafoni, tamburi ed aste dei bandieroni vietati, così come la pirotecnica: lungi dal fare un’apologia della violenza, ma gli stadi sono diventati un mortorio! Dov’è finito il folclore che garantiva spettacolo sugli spalti, quando questo latitava sul rettangolo verde? Non è forse un paradosso vedere in televisione gli spot pubblicitari abbelliti dalle riprese di torce e fumogeni, sapendo poi che chiunque li utilizzi, a scopo esclusivamente coreografico, rischia multe, diffide e detenzione? Preserviamo il tifoso come patrimonio e protagonista del “meraviglioso gioco”, non solo come un cliente da sfruttare.

Il circolo virtuoso del modello inglese (da globoesporte.com)

Il circolo virtuoso del modello inglese (da globoesporte.com)

La conclusione vuole rimarcare la sottovalutata correlazione tra la percentuale di riempimento degli impianti e ed i contratti televisivi. La Premier League e la Bundesliga infatti non solo presentano le arene mediamente più gremite, in rapporto alla capienza, ma sono anche in grado di siglare gli accordi più remunerativi, come se l’affluenza e l’elevata media di spettatori incrementassero il loro potere contrattuale. Ancora, riflettiamo sul fatto che mentre all’estero gli investimenti portano a stadi più capienti, oppure all’ampliamento di quelli già esistenti, nello Stivale i diversi progetti avviati prevedono la drastica riduzione dei posti a sedere. Proprio in questi giorni la Gazzetta riporta la notizia di una continua fuga dagli stadi da un lato e di una diminuzione degli abbonamenti televisivi dall’altro. Quale futuro si prospetta per il pallone in Italia? AugurandoLe un secondo mandato saggio ed illuminato, La ringrazio per l’attenzione. Cordialmente, A.F.