Nessuno pensa mai che la parabola di un grande atleta si possa concludere nel modo più anti-epico immaginabile. Siamo ormai abituati, anche a causa di una narrazione sportiva che pone la sua lente focale solamente sui grandi successi, a identificare lo sport con la paginetta di un romanzo che sfogliamo distrattamente la domenica pomeriggio, creandoci aspettative e sognando finali, dimenticando la presenza di uno spazio non-scritto, assegnato all’imprevedibilità e percorribile dalla tragedia. È solo attraverso un filtro di questo tipo che possono acquistare un senso le accuse rivolte da molteplici figure appartenenti all’ambiente bianconero nei confronti dell’arbitro Oliver, reo di non essere stato in grado di comprendere “il momento della partita” Real Madrid – Juventus e colpevole di aver negato, con una decisione che appare comunque comprensibile, una degna conclusione alla storica impresa di cui la Vecchia Signora si stava rendendo protagonista. L’emblema, suo malgrado, di una tragedia sportiva che ormai sfuma i propri contorni e si confonde, nella narrazione juventina, con il diversissimo concetto di ingiustizia – quasi che sia diventato più dignitoso venir derubati, anziché perdere con onore – è ovviamente Gianluigi Buffon.

 

Apparso di fronte ai microfoni in chiaro stato di sconvolgimento emotivo – condizione comprensibile, al di là delle personali valutazioni sulla decisione arbitrale – l’icona bianconera ha preso parte, nel ruolo di protagonista – e senza che nessuno della dirigenza avesse la lungimiranza di precludergli, almeno quella sera, i microfoni – a uno psicodramma televisivo da cui non è potuto che emergere, oltre alla furia evidente, il doloroso rifiuto di un nuovo fallimento sportivo. Nelle parole di Buffon non c’è solo l’esibita noncuranza per l’essenziale ruolo dell’arbitro ma, fatto ben più grave, anche un’accusa che – oltre a essere mossa da una delle figure più divisive e moralmente oscure della recente sportività italiana (evitiamo di rispolverare vecchie questioni come quella del diploma comprato e del calcioscommesse) – travalica il campo della sportività per penetrare in quello della moralità personale dell’arbitro, con il rischio di minare la fiducia di buona parte dei tifosi italiani verso una figura che, nella precarietà che la contraddistingue ai giorni nostri, risulta oggi ancora essenziale.

Buffon alle prese con l’arbitro. (Photo by Matthias Hangst/Bongarts/Getty Images)

La tragedia vissuta al Bernabeu non ha solo significato la definitiva e assoluta sconfitta di Buffon, incapace di conquistare in una carriera eterna quel Trofeo tanto ricercato, ma ha evidenziato il modo in cui lo stesso numero uno bianconero sia alla lunga diventato vittima della retorica juventina per cui vincere è l’unica cosa che conta; una retorica che, impegnata in una costante autocelebrazione di sé, annulla ogni avversario confondendolo in un gorgo oscuro di nemici da superare senza mai contemplare, nell’ampio spettro delle possibilità, quella di una sconfitta. Per questo non può tollerare la tragedia e, quando quest’ultima irrompe fatalmente nella storia, insorge contro di essa, dimenticando con una destrezza intellettuale inumana di aver generato gli stessi drammi a quell’informe moltitudine di avversari.

.

Non fu forse lo stesso Buffon a vantarsi della propria onestà intellettuale affermando, in occasione del contestatissimo gol annullato a Muntari, che se avesse visto la palla varcare la linea non l’avrebbe comunque mai confessato all’arbitro? Potremmo legittimamente chiedere a Buffon quanta “umanità” percepisse quel giorno nelle proprie parole ma, in realtà, non stupisce la prontezza con cui la retorica juventina mostra la sua duplice capacità di minimizzare da un lato le recriminazioni avversarie – in squisita continuità storica nei confronti dei dogmi dell’avvocato Agnelli, per cui lamentarsi dell’arbitro era da poveracci – e, dall’altro, di lagnarsi con forza impareggiabile di fronte a una presunta ingiustizia subita, generando peraltro un assoluto – e inquietante – accordo nella stampa sportiva italiana.

 

Questo gravosissimo imperativo morale alla vittoria ha permesso a Buffon di continuare a ritardare, con la scusa della conquista di quell’ultimissimo Trofeo sfuggente e nonostante gli scricchiolii sempre più evidenti nelle prestazioni del muro bianconero, l’inevitabile momento dell’addio al pallone. Probabilmente, dal suo alto scranno, Buffon non poteva osservare il disastro che stava contribuendo a creare con il suo perenne rifiuto di abbandonare quella posizione di potere acquisita e mantenuta nel corso degli anni, trasformandosi in una presenza tanto ingombrante da influire sulla crescita delle generazioni di portieri successive alla sua. Sono numerosi i portieri dal talento cristallino che, come violinisti di un’orchestra con un primo violino intoccabile, hanno dovuto fare i conti prima con la sua scomoda presenza e, qualora le prestazioni fossero abbastanza accettabili da poter azzardare un confronto con il numero uno, con l’insostenibile peso della sua eredità.

.

Ci si può seriamente stupire che i vari Marchetti e Perin, cresciuti nelle più floride aspettative, non siano stati poi in grado di rispondere in campo e di avere carriere al livello delle proprie potenzialità? Persino un esempio fuori dal normale come Gianluigi Donnarumma deve ritenersi fortunato, essendo giunto alla ribalta solo nel momento in cui il peso dell’eredità aveva raggiunto il minimo storico per la contingente esigenza di trovare un successore. La parabola di Gianluigi Buffon può creare o meno empatia. Quello che conta, tuttavia, è che essa si stia finalmente concludendo, imponendo l’addio a una figura che, per quanto sia stata indubbiamente un perno centrale della storia sportiva italiana, ha fatto il suo corso.

Addio. (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Con leggero anticipo rispetto al siparietto televisivo di Buffon, un altro atleta italiano, Valentino Rossi, è tornato a mettere in mostra tutti i problemi che sorgono durante l’estremo tentativo di concludere la propria narrazione in linea con le aspettative creare da una carriera come la sua. Al contrario di quanto avvenuto in Real Madrid – Juventus, crediamo che quella subita da Rossi sia stata una vera e propria ingiustizia conclamata. Al contempo, tuttavia, la reazione del vecchio campione delle folle – un tempo simbolo di un motociclismo se non spericolato almeno arrembante – è stata talmente fuori luogo da manifestare con evidenza la necessità del pensionamento. È impossibile, infatti, non provare almeno un vago senso di nostalgia, nel momento in cui si confrontano le accuse rivolte a Marquez con le manovre che lo consacrarono come il pilota più forte di tutti, come quando a Jerez, dopo una battaglia culminata con un incidente molto simile a quello con il pilota catalano, conquistò la vittoria costringendo Sete Gibernau a cambiare traiettoria e ad assaggiare il sapore del terriccio fuoripista.

 

Anche in questo caso la grande epopea dell’eroe è stata eccessivamente stiracchiata, culminando per Rossi in una situazione frustrante, oltre che ingestibile. Una narrazione alternativa è stata sovrapposta alla sua, sancita dal sorpasso su quello stesso cavatappi di Laguna Seca dove il nostro idolo aveva consacrato la sua con l’arditissimo sorpasso a Stoner – una sorta di passaggio di testimone percepito dal pilota italiano come una violazione, un taglio a una storia che non aveva ancora finito di essere raccontata. Difatti, quello che Rossi sembra non sopportare più non sono le manovre e le forzature caratteriali di Marquez, ma il fatto che il catalano abbia reciso le sue ultime effettive possibilità di conquistare il suo decimo titolo mondiale, condannandolo a un’incompletezza auto-proiettata, in grado uscirsene di fronte ai microfoni con affermazioni come quelle che stiamo esaminando. Valentino Rossi ha segnato la storia del motociclismo in misura infinitamente maggiore di quanto Buffon abbia fatto con quella del calcio ma, di fronte a certi paradossi, sembra impossibile non considerare che anche per lui sia giunto il tempo di scendere dalla sella.

Rossi non vuole ascoltare, ma ormai i segnali sono inequivocabili. (Photo by Mirco Lazzari gp/Getty Images)

In questo clima di vecchiume che esala i suoi ultimi sbuffi marci, un esempio positivo per il calcio nostrano sembra essere, ironicamente, proprio la squadra dove l’anno scorso si è consumato il tragico addio a un’altra ombra lunghissima, quella di Francesco Totti. La Roma, priva del Pupone, arriva finalmente in semifinale di Champions League con una prova dalla tremenda forza morale, dopo aver perso la più importante guida iconica e assiologica degli ultimi decenni. Quello su cui non è stata posta l’evidenza, tuttavia, è il fatto che l’affrancamento dell’ambiente romanista dall’ingombro di una figura destinata a popolare l’immaginario dei tifosi per anni avesse i suoi prodromi nell’ultima gestione di Spalletti, in cui nonostante la furia del popolo l’allenatore impose a Totti un nuovo ruolo da comprimario. Questi – grazie alla consapevolezza di essere diventato un’appendice, una carta spendibile negli ultimi minuti di una partita – è stato in grado di regalare ancora lampi di classe cristallina, giocando quelle frazioni di gara che gli erano concesse con un una leggerezza e una tranquillità forse in passato a lui sconosciute.

 

ROME, ITALY – MAY 28: AS Roma players hold up Francesco Totti after his last match after the Serie A match between AS Roma and Genoa CFC at Stadio Olimpico on May 28, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

 

Quando gli eroi vengono trasformati in idoli con colpevole anticipo rispetto alla definitiva apoteosi, sono costretti, nel momento in cui l’accumulo degli anni comincia a prefigurare l’eventualità del pensionamento, a confrontarsi con l’impossibilità di una conclusione degna della restante carriera. Allora non resta loro altra scelta che quella di un mesto congedo, accompagnato dalla consapevolezza di essersi negati il finale desiderato per la propria parabola proprio attraverso il continuo rinvio dell’inevitabile. Francesco Totti ha dato il via; Gianluigi Buffon si appresta; ci si augura che Valentino Rossi ricordi come era solito gareggiare. Il tempo di farsi da parte è giunto.

.