Gli amanti di un certo tipo di calcio non potevano sicuramente chiedere di meglio. Vedere in finale due squadre della caratura internazionale di Ajax e Manchester United riporta sicuramente la mente indietro di alcuni anni: pochi, come nel caso dei Red Devils di Sir Alex Ferguson; più di 20 per i Lancieri, i quali hanno giocato la loro ultima finale europea nel 1996, perdendo contro la Juventus. Ad aggiungere un’ulteriore dose di vintage a questa sfida ci hanno pensato gli ospiti d’élite: partendo dallo stesso Ferguson, passando per Kluivert e Van Der Saar, la Friends Arena di Stoccolma pullulava di glorie del passato, abituate a calcare simile palcoscenici. Si scontravano ieri sera due mondi, se non due visioni del mondo: quella del calcio olandese (raffigurata oggi da una squadra di giovani talenti, abituati a giocare palla a terra) e quella del calcio inglese (rappresentata invece dallo United di Mou, un undici impostato sulla “pesantezza” dei singoli e su doti tipicamente britanniche, quali la forza fisica e, quando serve, l’intensità).

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Legge Mourinho  Una delle tante regole non scritte di questo mondo riguarda il feeling tra José Mourinho e le finali: il portoghese ha alzato la dodicesima coppa sulle quattordici che avrebbe potuto vincere, e restringendo il campo a Champions, Coppa Uefa ed Europa League il risultato è un perentorio 4/4. Quando si disputa una partita singola il lusitano non ha rivali come ha ampiamente dimostrato anche in questa gara, mostrando tutta la sua abilità nel distruggere le trame offensive avversarie al fine di creare occasioni vantaggiose per i suoi uomini. Mou ha chiuso ogni linea di passaggio, l’Ajax faticava a superare la propria metà campo e la scelta forzata – dettata da come lo United aveva occupato il campo – di far impostare il gioco al difensore centrale Sanchez ha fatto perdere tanti palloni agli olandesi. Lo Special One nelle gare ad eliminazione diretta è diventato ancora più Special, e la ‘Legge Mourinho’ ha colpito anche in questa stagione: tre trofei conquistati, seppur minori, rendono la stagione dei Red Devils agrodolce e permettono ai tifosi di guardare con fiducia al futuro. A fine partita il tecnico portoghese è esploso in un urlo di gioia: sono stati effettivamente anni molto difficili gli ultimi due e questo successo, condiviso con il figlio (che era con lui anche quando l’Inter vinse la Champions, seppur ben più piccolo) lo ripaga di tutte le critiche subite. Il nuovo capitolo della vita di JM, più maturo e forse meno arrogante, inizia con un trofeo internazionale: c’è di peggio.

STOCKHOLM, SWEDEN - MAY 24: Jose Mourinho, Manager of Manchester United celebrates victory with his backroom staff following the UEFA Europa League Final between Ajax and Manchester United at Friends Arena on May 24, 2017 in Stockholm, Sweden. (Photo by Alex Grimm/Getty Images)

La gioia liberatoria e fanciullesca di Josè alzato in trionfo

Forza fisica e intelligenza tattica  Come ha vinto il Manchester United? I Red Devils hanno sfruttato la loro caratteristica migliore che, casualmente, si accoppiava alla perfezione con le carenze degli avversari: la forza fisica. Non è casuale che tra i migliori in campo ci siano due dei giocatori più alti e possenti della rosa, Paul Pogba e Marouane Fellaini: il primo ha dominato il centrocampo giocando un calcio fatto di contatti e difesa del pallone, ancor prima che giocate di classe e tocchi di fino; il secondo invece è stato il faro nella notte, cercato costantemente dai difensori e da Romero con la palla lunga, e che in quasi tutte le occasioni ha avuto la meglio sui difensori avversari. Al resto ci ha pensato l’estro di Mkhitaryan e l’ubiquità di Ander Herrera, sempre più giocatore simbolo dell’avventura di Mourinho in quel di Manchester. La difesa non ha concesso nulla: Smalling e Blind sono stati impeccabili, Darmian ha giocato una gara difensivamente perfetta, Valencia è stato costantemente una minaccia per la difesa dei Lancieri mentre Romero (che a fine gara ha custodito gelosamente il pallone) non ha praticamente mai sporcato i guantoni, portando a casa l’undicesimo clean sheet (rete inviolata) sulle diciotto gare disputate. I meriti più grandi vanno però al direttore d’orchestra, José Mourinho, capace di far sembrare una vittoria di tale entità come una prestazione qualunque: Dolberg non è riuscito minimamente a replicare le grandi prestazioni realizzate durante l’anno, né a far intravedere il suo enorme potenziale, mentre Klassen ha risentito pesantemente della marcatura a uomo di Fellaini, che lo ha oscurato per tutto il corso della partita rendendo la manovra degli olandesi sempre macchinosa e mai fluida. Infine c’è quel pizzico di fortuna che non guasta mai: JM aveva cercato di impostare la gara sulle contromosse ma sbloccandola dopo neanche venti minuti ha trovato una strada in discesa che lo ha portato, transitando sulla carreggiata preferenziale, verso la coppa.

 

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Ajax, una tantum?  All’ombra dell’Amsterdam Arena staranno già programmando le prossime stagioni, ma un dubbio deve essere sciolto: riusciranno i Lancieri ad entrare a far parte stabilmente delle prime quattro forze dell’Europa League? Difficile immaginarlo, e ad Amsterdam anche il presidente dell’Ajax non si sbilancia: l’Eredivisie infatti porta introiti millesimali rispetto a quelli della Premier League, ed è un campionato utilizzato dai giocatori non come punto d’arrivo bensì come trampolino di lancio, per il salto nel calcio che conta; è dunque arduo pensare che, soprattutto nel presente momento storico, dominato dalle plutocrazie e dalle proprietà multimilionarie, un club olandese riesca a restare ad alti livelli nelle competizioni internazionali. La politica del club, confermata da Henrichs, è quella di cedere le pedine più richieste per migliorare un settore giovanile già oltre l’avanguardia: ciò può suonare quasi paradossale, se si pensa che la formazione scesa in campo questa sera era composta per 10/11 da giocatori Under 25; Amsterdam tuttavia è un mondo a parte, e programmare il futuro con larghissimo anticipo è l’unica strada per essere maggiormente competitivi nel presente.

during the UEFA Europa League Final between Ajax and Manchester United at Friends Arena on May 24, 2017 in Stockholm, Sweden.

I giovani finalisti usciti sconfitti: avranno tante occasioni, e tani anni, per rifarsi

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MVP  Nell’NBA, al termine delle finali, si dà un premio molto simile a quello che nel calcio è il titolo di migliore in campo, anche se nel basket ha decisamente un peso diverso: nel palmares di LeBron James subito dopo la voce ‘titoli vinti: 3’ si trova quella ‘MVP Finals: 3’. Tutto questo perché certe prestazioni dovrebbero essere maggiormente sottolineate e ricordate anche nel mondo calcistico: qualora esistesse una riconoscenza del genere stasera la meriterebbe Paul Pogba. Non per il gol, né tanto meno per la vendetta alle male lingue, quanto per il dominio e l’onnipotenza in mezzo al campo che ha trasmesso allo spettatore: quando la palla si avvicinava nell’orbita del francese, infatti, si aveva la certezza che in un modo o nell’altro sarebbe terminata sui piedi dell’ex Juventus, e così è stato. Personaggio istrionico e sopra le righe ma calciatore dal talento indiscutibile e dal grande carisma, se c’era un giocatore che meritava il gol quello era proprio lui: sia per le eccessive critiche che ha ricevuto – d’altronde non deve essere facile a ventitré anni gestire il peso di un cartellino da oltre cento milioni, né il francese ha colpe per quanto altri hanno deciso di pagarlo – e per rendere ancora una volta orgoglioso suo padre (a cui ha dedicato il gol) scomparso neanche due settimane fa.

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Il futuro dei diavoli  La vittoria dell’Europa League è il punto di svolta non tanto di questa stagione, quanto della prossima. Giocare la Champions League permette infatti di coniugare alla perfezione i fattori che hanno più appeal tra i calciatori di talento: disputare la massima competizione europea e vivere il fascino di un campionato come la Premier League (se poi lo si fa con la casacca di un club che ha la storia dello United è ancora più affascinante). Il prossimo anno i Red Devils non potranno più nascondersi: questo ‘mini-Triplete’ ha reso felice la società ma da adesso bisogna migliorarsi. Al termine della gara Mourinho ha dichiarato che la sua squadra è ancora lontanissima dalla vittoria del ‘grande-Triplete’, ed ha assolutamente ragione: una campagna acquisti, per quanto faraonica potrà essere, potrebbe non bastare a colmare il gap dalle primissime – soprattutto considerando il maggiore impegno che lo United dovrà fronteggiare durante la settimana, in Inghilterra si disputano infatti due coppe nazionali – ed è inimmaginabile pensare che un allenatore con la tenacia di JM si rassegni a fare la comparsa in Champions League. Per affrontare al meglio una stagione del genere servirà quindi certamente mettere mano al portafogli, ingaggiando giocatori che alzino notevolmente il livello, ma sarà poi imprescindibile la mano di José nell’amalgamare una squadra di stelle, come riuscito a fare nella seconda metà di questa stagione. In quest’ottica il successo in Europa League, oltre a garantire l’accesso alla fase a gironi di Champions e a dare una spinta al progetto United, permette ai rossi di Manchester di guadagnare 50 milioni di euro (solo una piccola parte del budget che servirà per essere competitivi, ma un ulteriore motivo per sorridere). Oggi però non è tempo per pensare a tutto ciò. Nella città fiorita durante la Rivoluzione Industriale vogliono solo godersi la vittoria, e dedicare la coppa alle vittime della Manchester Arena: i gol di Pogba e Mkhitaryan non ci porteranno indietro nel tempo, ma doneranno serenità ad una città che ne ha veramente bisogno.