Come ogni inizio anno, quando il riferimento va all’Inter si parla di anno zero, ricostruzione e vento di cambiamento che porterà all’immediato successo. Più che vento, a dirla tutta, da cinque anni a questa parte si è trattato di una leggera brezza che ha accarezzato le scure facce dei tifosi interisti. “Quali dal vento le gonfiate vele / caggiono avvolte poi che l’alber fiacca / tal cadde a terra la fiera crudele”. Prendendo in prestito Dante (e scusandoci con lui), le ultime stagioni nerazzurre possono essere sintetizzate con questi versi: si partiva con i migliori auguri, salvo poi ricredersi già a metà stagione per le evidenti difficoltà che la squadra aveva ed incontrava. Responsabili? Sì, sempre lo stesso: l’allenatore. L’estate appena trascorsa è stata molto positiva per il turismo italiano, tornato finalmente a crescere. Se, durante le vostre vacanze, siete passati per Certaldo, nel mezzo della Valdelsa, non avrete di certo trovato il mare, al massimo “le galline del Cioni”. Voi no, ma l’Inter sì. Luciano Spalletti si può metaforicamente incarnare nell’ultima spiaggia che la squadra ambrosiana deve assolutamente sfruttare, l’ultima possibilità per non incappare in un vortice molto nero e poco azzurro dal quale sarebbe difficile uscire. Ma perché quest’accoglienza in pompa magna, che è stata dedicata a tutti gli allenatori che si sono seduti sulla panchina interista negli ultimi anni, deve essere intesa in maniera diversa? Perché Lucio dovrebbe essere il vero acquisto di Suning?

Spalletti e Mauro Icardi, un'accoppiata (sulla carta) letale

Spalletti e Mauro Icardi, un’accoppiata (sulla carta) letale

Iniziamo con lo specificare che Spalletti si colloca in undicesima posizione, l’ultima ovviamente, nella classifica degli allenatori che si sono succeduti cronologicamente dopo il 22 maggio 2010. Undici allenatori in appena sette anni, un’enormità, sinonimo di una società che non dà tempo e che cede immediatamente alle esigenze della piazza. Eppure, se al liceo si fosse studiato Machiavelli in maniera più approfondita, adesso si sarebbe a conoscenza di una legge non scritta; il popolo, o meglio il vulgo, ha un peso che va di pari passo col torto generale. Questo per dire che, quando si chiede la testa di un allenatore dopo i primi risultati negativi, bisognerebbe fare scudo, proteggerlo (esattamente nella stessa maniera in cui fece De Laurentis con la sua creatura sarriana) e non assecondare le voglie di un ragionevolissimo tifoso arrabbiato. Certo, nessuno degli allenatori ha fatto qualcosa in più per tenersi stretta quella panchina. Ma se non possiamo elogiare Spalletti per i risultati ed il gioco, essendo ancora alle prime settimane di campionato, possiamo già iniziare a notare differenze sostanziali tra lui e gli altri. Innanzitutto il mercato. Massimo Sconcerti ha definito l’arrivo dell’allenatore toscano come un qualcosa che tenderebbe a celare il reale valore della squadra, chiamata a compiere finalmente quel salto di qualità. Chi conosce bene il calcio può rimanere dubbioso da una simile affermazione. Tutti quelli che ritengono che l’Inter debba vincere lo scudetto a maggio, escano cortesemente dalla classe senza fare rumore. E lo stesso, sempre cortesemente, facciano tutti coloro che pensano che i risultati si ottengano solo con i grandi giocatori. Detto questo, è vero che il mercato portato avanti da Ausilio (sempre troppo criticato) e Sabatini non è stato quello delle scoppiettanti premesse – deliri caressiani di febbre da mercato permettendo -, ma è anche giusto ricordare che nessuno della dirigenza dell’Inter ha fatto proclami poi non mantenuti. Certo, per più tempo si è stati dietro a giocatori di livello mondiale, i cosiddetti top player che fanno riferimento a nomi come Nainggolan o Vidal, ma un colpo del genere non era nelle corde della dirigenza di Suning, o meglio non era nelle sue possibilità economiche.

Perisic festeggia con Vecino, entrambi fortemente voluti da Spalletti nella sessione estiva di mercato

Perisic festeggia con Vecino, entrambi fortemente voluti da Spalletti nella sessione estiva di mercato

In una delle prime conferenze stampa di Spalletti, il neo allenatore dell’Inter ha detto chiaramente che prima del suo arrivo gli sono state fatte delle rassicurazioni, che se non fossero state mantenute le avrebbe spiattellate alla stampa. Così, a fine agosto, ha dichiarato: “Il mercato è stato ottimale e la squadra è fortissima”. Un po’ di sano opportunismo, ma anche tanta verità. Luciano, ci permetta questa confidenza che ci siamo già presi, ha avuto quello che più gli serviva: un difensore centrale di prospettiva, due terzini nuovi, un centrocampo quasi praticamente azzerato dal punto di vista quantitativo ma che ha alzato notevolmente il suo tasso tecnico. In attacco, poi, la permanenza delle solite certezze (Icardi e Perisic su tutti). I risultati si sono visti immediatamente, nonostante sia giusto ripetere che siamo solo all’inizio. Ma finalmente, dopo anni ed anni di acquisti insensati, l’Inter è tornata a spendere con criterio, senza acquistare i grandi nomi ma solo giocatori adatti al progetto tecnico del proprio allenatore. Il primo che ha finalmente compreso il vero problema della squadra nerazzurra; la mancanza di fosforo in mezzo al campo. Con benefici per la difesa (più protetta) e l’attacco (più servito ed aiutato). Ora la stampa elogia sia gli acquisti che Spalletti, rimangiandosi tutto quello che è stato scritto in questi interminabili tre mesi di calciomercato. Ma si sa, i “rompihoglioni” fanno il loro lavoro. Altro aspetto sul quale è giusto ragionare è la personalità di questo signore col pizzetto. Dal post Mourinho, sono stati ingaggiati allenatori che hanno cercato o di smitizzare la figura del portoghese (vero Benitez?) o che non hanno avuto il carattere per rimanere alla guida della squadra.

L'ultimo "grande" condottiero dell'Inter: Josè Mourinho

L’ultimo “grande” condottiero dell’Inter: Josè Mourinho

Luciano Spalletti di importante non ha mai vinto nulla, è vero, ma questo non vuol dire che Sabatini ed Ausilio abbiano scelto un perdente. È stato incoronato Zar di Russia quando allenava a San Pietroburgo e per il resto, in Italia, ha soltanto sfiorato scudetti con la sua Roma. Sua perché ci credeva, davvero, pur non avendo una squadra creata per vincere e combattendo un po’ donchisciottianamente contro neanche dei mulini, ma delle vere e proprie armate (Inter prima, Juventus poi). Di conseguenza, i risultati sono stati se non ottimali sicuramente sopra le aspettative. Questo grazie anche alla protezione e alla tranquillità che trasmetteva alla squadra. Facendo un esempio pratico: la polemica con Totti che la stampa (e ripetiamo, la stampa) ha portato avanti per un’intera stagione era ciò che Spalletti meno desiderava, ma che gioco-forza si è ritrovato a dover gestire. Non sempre ne è uscito illeso, ma più volte vincitore. Mentre la Roma macinava gioco e faceva il record di punti e di gol, buona parte della stampa era concentrata sul perché di quei pochi minuti concessi al capitano giallorosso. Poi, la presa di posizione – e il crollo psicofisico – dell’allenatore toscano. Questo atteggiamento spocchioso ricorda, seppur molto alla lontana, quello di Jose’ Mourinho, quando per lasciare la squadra tranquilla nella parte decisiva della stagione se la prendeva con la stampa e faceva parlare di sé. L’irrazionalità spallettiana sta nell’attaccare, nel giorno del primo allenamento, un tifoso che se l’era presa con la cavia Ranocchia, o ancora dicendo che Nagatomo è un terzino ottimale perché compie dei movimenti importanti o ancora, interrogato proprio ultimamente sul mercato, ha giustificato la cessione di Medel definendolo “un trequartista”. Non è pazzia, fa semplicemente il suo gioco. Si diverte, da bravo toscano e uomo di pallone qual è. Se volete chiamarlo folle, fate pure, perché la follia è quello che ci vuole a questa squadra. Un allenatore preparato tatticamente ed ancor più con la stampa (sua vera nemica), che conosce il calcio e che è pronto a mettere sempre i giocatori davanti al resto. Uno che sa cosa trasmettere e come governare i suoi uomini… non solo le galline del Cioni.