Critica
10 Settembre 2026

Lode alla pigrizia (calcistica)

In un'epoca che corre, fermarsi è la cura.

Schiacciato su una sedia stretta, al chiuso di un pub di Istanbul, avverto il languore delle bocche semiaperte, le palpebre che si muovono appena al cigolio del ventilatore da soffitto. Il collo è leggermente reclinato all’indietro, mentre un televisore sospeso in aria proietta la finale del Mondiale nella penombra fumosa di Beşiktaş. Vicino a me si accomoda un uomo solo, certamente turco, che presto si fa portare un secchiello di ghiaccio con cinque bottiglie di birra, un posacenere, diversi stuzzichini. Il tizio sbuffa, mastica, allunga le dita con una lentezza senza pari verso le ciotole in finta porcellana schierategli sul tavolino da un cameriere: non si è mai visto un tabagista accendersi la sigaretta in modo più lezioso. Rumina, assapora, reagisce con distacco quasi apatico all’andirivieni del match, stoicamente concentrato sulle sue pietanze più che sui ghirigori balompedici di Yamal (e del resto se uno pensa a dove sono nati i vari Crisippo ed Epitteto ha poco di che sorprendersi).

Ho lo sguardo fisso sulla partita, è ovvio, ma con la coda dell’occhio continuo a ritornare sull’avventore solitario. Vederlo boccheggiare di fronte alla concitazione degli astanti, alla foga della partita dell’anno, mi sembra all’improvviso uno spettacolo meraviglioso. Quel tale taciturno, grassoccio e irsuto in mezzo alla folla sudata e in preda all’agitazione pare ergersi, come in un atto epifanico, a contraltare dell’isteria del calcio odierno.


L’isteria della velocità


Perché di isteria si tratta. Le telecronache furibonde (anche la Turchia, a quanto pare, ha il suo Lele Adani), masse muscolari che costringono di anno in anno a rivedere i parametri di giudizio del gioco; il mito dell’atleta laccato e granitico, costruito solo ed esclusivamente sulla base della volontà; i ritmi nevrastenici di allenamento, l’assurda narrazione di chi arriva in palestra sempre prima e va via un po’ dopo gli altri.

I piè veloci, gli scattanti, quelli sempre intenti ad architettare e manovrare, consumano voracemente il mondo pensando di migliorarlo. C’è da dubitare che accada con 25°, figuriamoci con 39.

I capelli del nostro anonimo bevitore invece hanno il ritmo della brezza e le pupille la sfumatura del mare. È probabile che al tramonto abbia pronunciato lungo il Bosforo una promessa che già all’alba sarà spergiuro. Cosa può interessargli, mi chiedo, se non guardare l’erba che cresce.

Più lo si osserva, e più si realizza come ormai in qualità di appassionati sportivi ci siamo abituati al suo esatto contrario. Una rapidità da centometristi, gli hockeistici ribaltamenti di fronte, un’intensità illo tempore inaudita e oggi l’unica immaginabile, in un’epoca in cui tutto è x2 e l’attenzione dello spettatore si è ridotta a parametri da reel di Instagram. Tocca allora riconsiderare la lentezza, l’azione minima, la lezione della tartaruga inseguita da Achille – e farlo guardando anzitutto a quelle sacche di resistenza a quest’iperattività che, in campo e sugli spalti, saltuariamente sopravvivono.


La stirpe di Morfeo


Ecco perché non si può non provare simpatia per il vecchio futbolista che non sta al passo della covata ma riesce con astuzia a posizionarsi prima di chiunque – beata chiaroveggenza – là dove arriverà il pallone. Per la sua presenza sonnacchiante, abulica, apparentemente estranea alla concitazione generale, che all’improvviso si accende, nella capacità di scegliere i momenti in cui giocarsi le cartucce giuste: Messi al mondiale ne è stato un esempio sontuoso.

D’altra parte alcuni talenti sono un miracolo eretto essenzialmente sulla pigrizia. È la stirpe dei Morfeo, nomen omen, e dei Cassano, per il quale l’allenamento è sovente stato un fastidioso intermezzo tra due pennichelle. Sbocciati perché non avevano voglia di trovarsi un lavoro vero, diventano non di rado degli esperti nell’arte di dribblare i punti all’ordine del giorno, annoiati dal sovrappiù, dai segni secchi di una lavagnetta portatile; contemplatori mancati, gesuiti euclidei coi calzettoni sugli stinchi.

Certo, questo urta i solerti. Costoro in genere esaltano la militaresca costruzione del campione e si accaniscono su chi non ce l’ha fatta semplicemente perché non ne aveva l’interesse. Inveiscono sulla flemma, sugli amanti della pasta al sugo e del vino rubicondo; lanciano strali su chi indugia nelle zone ombrose del campo per sottrarsi ai raggi che picchiano sulla nuca come una vanga nel sole di luglio. Quanta fatica per nulla, sentendoli parlare…



Quest’astio per gli inoperosi ha radici profonde nella nostra cultura. Se si guarda all’etimologia, ci si accorge che in latino piger, vuol dire «lento», e per noi c’è sempre qualcosa di negativo nella difficoltà di agire; l’inglese lazy richiama la stanchezza; il tedesco faul, dal germanico ful, significa addirittura «marcio» o «ammuffito». Flaubert, da indulgente giocoliere della parola, l’inattività la chiamava semplicemente «marinata», un momento di sciopero dalle esigenze del mondo. Stesi sul materasso come un naufrago su di una zattera ci facciamo cullare dai fortunali, osservando fissi le nuvole di muffa che si allargano sul soffitto.

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