“La Coppa America è un gioco dove vincere è quasi impossibile, quasi ma non del tutto, ed ecco perché vale la pena battersi. È la difficoltà di vincere che rende la Coppa ciò che è.” Patrizio Bertelli, nel lontano 2000, lanciò la prima sfida di Luna Rossa consapevole del significato racchiuso nelle parole del mitico Peter Blake. Da allora sono passati 20 anni e 5 ostinati tentativi. Per la Coppa vale la pena battersi: arrivando a sputare sangue se necessario. E di sangue, Bertelli e i suoi uomini ne hanno sputato davvero tanto.

 

 

Neppure stavolta sono riusciti ad avvolgere il Sacro Graal d’argento nel tricolore. Team New Zealand, autentica bestia nera, ha dimostrato la propria superiorità anche in occasione di questa edizione. La Vecchia Brocca non luccicherà nella teca del Circolo della Vela Sicilia: il sogno, cullato regata dopo regata, si è infranto in mille pezzi nel Golfo di Hauraki. Ma il risveglio da queste notti neozelandesi non va analizzato soltanto sotto la lente del risultato sportivo. Partiamo da lì però, perché anche sotto quel profilo sarebbe impietoso ridurre tutto a un fallimento.

 

Team New Zealand si conferma la bestia nera di Luna Rossa (Ph Fiona Goodall/Getty Images)

 

 

Mai una barca italiana era riuscita infatti a vincere una gara di Coppa America prima di quest’anno. 3 vittorie che non fanno un trionfo ma alle quali va riconosciuto il peso della storia. 3 vittorie che hanno proiettato su scala mondiale il talento dei membri dell’equipaggio di Max Sirena. Talento collettivo, caratterizzato da diverse estrazioni veliche, che è stato affinato da un lavoro certosino dietro le quinte durato anni. La Coppa America si svolge nell’arco di poche settimane ma la campagna di avvicinamento alla manifestazione ha inizio molto tempo prima. Progettazione, costruzione, test, allenamento: è una sfida di enorme fascino e complessità.

 

 

Sfaccettature che vanno tenute in considerazione per una valutazione di ampio respiro. Quello di Coppa America è un percorso davvero unico nel suo genere: una vera e propria maratona di insidie tecniche e industriali. L’élite dei velisti italiani coinvolti, nonostante la sconfitta finale, ha fatto vedere al mondo intero di aver preparato al meglio la competizione. Per la prima volta Luna Rossa se l’è giocata a viso aperto contro i migliori in assoluto, dei cannibali della disciplina. Nel mancato tripudio, una bella pagina della storia sportiva italiana.

 

 

All’equipaggio va riconosciuto anche il merito di aver nuovamente unito l’Italia, regalandole belle emozioni in un periodo drammatico come quello che stiamo attraversando. Il potere del marketing ha giocato il suo ruolo, per carità, ma la gioia che Luna Rossa ha saputo dare a tutti coloro i quali si sono avvicinati alle sue imprese è stata una boccata d’ossigeno. Ed è stata anche una bella occasione per diffondere il verbo della vela in un Paese di smemorati “santi, poeti e navigatori”.

 

Luna Rossa è un sentimento (Ph Dave Rowland/Getty Images for G.H. Mumm)

 

 

Un risveglio che non va analizzato soltanto dal punto di vista prettamente sportivo, dicevamo. L’avventura in Coppa America della squadra di Luna Rossa infatti è stata resa materialmente possibile da alcune eccellenze nostrane del settore. Realtà di cui dovremmo andare fieri. A partire dalla Cariboni, che come scrive “Il Sole 24 Ore”:

 

“È un’azienda familiare fondata da Gianni Cariboni nel 1984 come azienda specializzata nella realizzazione di alberi per imbarcazioni a vela. Oltre al fondatore, i proprietari sono i figli Marco e Paola.

 

L’azienda brianzola progetta e produce attrezzature oleodinamiche per imbarcazioni a vela: per la Coppa America ha fornito alle barche i cilindri di titanio di movimentazione degli arm e i pezzi di titanio di giunzione degli arm ai cilindri e allo scafo. Per Luna Rossa ha invece fornito tutto l’impianto oleodinamico, cilindri, pompe, valvole, manifolds (distributori di olio) e parti meccaniche.”

 

Quindi la Eligio Re Fraschini, dell’omonimo creatore. Come scrive “Il Giornale”:

 

“Nel 1946 si lascia la guerra alle spalle e scommette sulle sue mani, sul legno. La sua azienda ha ancora casa a Legnano. I due figli però si sono specializzati nella fibra di carbonio. Sono i migliori al mondo. Massimo ama le auto, Piero la vela. Re Fraschini produce tutte le parti in carbonio della Ferrari e di Luna Rossa.”

 

 

E infine la Persico Marine, guidata da Marcello Persico, fiore all’occhiello della cantieristica navale italiana che guarda all’aerospazio. Come scrive Rainews.it:

 

“Persico, oltre a costruire due versioni di Luna Rossa per Prada e Pirelli, ha realizzato anche i doppi foil per tutti i team di Coppa America. Il processo di costruzione combina la robotica high-tech con la perizia artigianale.

 

Plotter vengono utilizzati per tagliare la fibra di carbonio, che viene laminata a mano o tramite robot, prima di essere applicata su un materiale a forma di nido d’ape e che diventa la struttura. L’assemblaggio a mano è un passaggio chiave, che coinvolge anche la limatura di precisione.”

 

Max Sirena è l’anello di congiunzione tra il passato e il presente di Luna Rossa (Ph Phil Walter/Getty Images)

 

 

Se la storia della Coppa America ci insegna che la gara non è solo sportiva ma interessa anche le potenzialità dell’industria di un dato tempo, una sorta di sfida tra nazioni a colpi di innovazioni tecnologiche, possiamo dire che la piccola, grande Italia su questo fronte è uscita assoluta vincitrice. Senza le nostre eccellenze il circo della 36esima edizione della Coppa non avrebbe visto la luce. Per la Brocca invece ci sarà ancora da sputare sangue: Bertelli andrà fino in fondo, questo è poco ma sicuro. Luna Rossa tornerà. Più forte di prima.