Parigi, 10 novembre 2019. È quasi l’ora di pranzo. Un uomo in pigiama si aggira confuso e solitario per il quartiere di Saint-Germain-des-Prés. Ha la gola dannatamente secca e tanta voglia di brindare alla fine della sua breve custodia cautelare. Due giorni prima, infatti, era stato beccato in flagrante dalla gendarmerie mentre acquistava nel cuore della notte alcuni grammi di cocaina. Adocchiato finalmente un locale di suo gradimento, lo strano ceffo abbozza un sorriso soddisfatto. Una volta dentro, si siede immediatamente al bancone.

 

Non si fa pregare dal barista, che lo osserva divertito nell’atto di servirgli un gin tonic. Il calice viene puntualmente issato. Un drink tira l’altro. Quel buffo cliente beve e schiamazza da far schifo. Attorno a lui nel frattempo si forma un capannello di curiosi. D’un tratto iniziano a volare parole grosse. Dalle minacce ai fatti il passo è breve: l’elegante bar del sesto arrondissement parigino si trasforma in un saloon. Pow! Pow! Sono botte da orbi. Ad avere la peggio un ragazzo appena maggiorenne. Quell’inglese ubriaco e molesto verrà denunciato e il martedì seguente condannato per lesioni. Il suo nome è Peter Daniell Doherty, per gli amici Pete. L’ultimo poeta maledetto del rock d’oltremanica.

 

Pete Doherty, con la maglia del QPR d’ordinanza, mentre lascia il tribunale di Parigi accompagnato dalla tastierista Katia De Vidas (Reuters)

 

La storia personale del musicista originario di Hexham è intimamente legata alle placide rive della Senna. Parigi è la sua patria ideale, il suo rifugio bohemien. Parigi, la sua Parigi, è sinonimo di bellezza, provocazione e libertà. Non è un caso quindi che il fine settimana di stravizi e deliri balzato agli onori della cronaca internazionale sia andato in scena proprio nella capitale francese. La scelta esistenziale di Doherty d’altronde è stata netta. Costi quel che costi, massima fedeltà alla bandiera dell’irriverenza e della dissacrazione. Un vessillo che sventola a fasi alterne, come le sue fortune.

 

«Paris is probably one of the few things I would be happy to die for, along with love and QPR». Pete Doherty, Channel 4 News, dicembre 2016.

 

Artista eclettico e selvaggio, di quelli a tempo pieno, il buon Pete. Fu agli inizi degli anni 2000, con i “Libertines”, che assaporò il gusto del successo. La gioia estatica del tripudio, l’ebbrezza travolgente dell’idolatria e la sensazione magica d’invincibilità che ne scaturirono lo spinsero tuttavia verso una micidiale spirale di tossicodipendenza. Il suo immenso talento non sembra ancora aver trovato la via di fuga da questa prigione di tormenti. Assuefatto alle catene, Pete continua a brancolare nel buio sotto il giogo delle sostanze stupefacenti. Doherty, il genio. Doherty, il ribelle. Doherty, il dissoluto. Ma anche Doherty, il tifoso devoto. Una devozione, quella per il Queens Park Rangers, che ha radici antiche.

 

Pete Doherty, il cappellaio matto (Ian Dewsbury photography)

 

Secondo di tre figli, Petey trascorse l’infanzia spostandosi da una base militare all’altra al seguito dei genitori, entrambi nelle fila dell’esercito di Sua Maestà. A scuola era un portento in tutte le materie. È lì, durante gli intervalli, che si concedeva il piacere delle prime volte alla chitarra: lo strumento prediletto. Con la penna poi, se ispirato, dava il meglio di sé. Non a caso, a sedici anni compiuti, la spiccata vocazione per la scrittura lo condusse alla vittoria di un importante concorso per giovani poeti.

 

Il trionfo gli permise di visitare la Russia con il British Council. Un viaggio sulle orme dei giganti conosciuti e apprezzati attraverso le loro opere. L’ascendente che il padre ha avuto su di lui è stato di assoluto rilievo in questa prima parte della sua vita. Major Peter John Doherty, favorendo gli studi del proprio erede, si rivelò decisivo nell’assecondarne l’indole letteraria e artistica. A riempire la maggior parte dei loro pomeriggi di spensieratezza e condivisione non furono però poemi e ballate, bensì il football. Giocato, tifato, studiato: il calcio divenne un’ossessione per Doherty.

 

L’abbraccio tra Pete Doherty e Stan Bowles, leggenda del QPR (chrischarles101-Flickr)

 

Peter Senior, tifoso di lungo corso del Queens Park Rangers, trasmise con successo la passione per gli Hoops al figlio. La sua adolescenza difatti fu segnata dall’amore per il QPR. L’attaccamento viscerale alla squadra è testimoniato dalla fanzine che fondò nell’agosto del 1994. “All Quiet On The Western Avenue”, in riferimento al viale londinese situato nei pressi dello stadio dei biancoblu, venne stampata e distribuita fino al 1996. Con la maglia dei suoi beniamini indosso la futura rockstar riuscì finalmente a trovare l’identità e il senso di appartenenza a una causa che andava cercando. Come Nick Hornby in “Fever Pitch”, Doherty non supererà mai questa fase.

 

«Your loyalty to a team can never die. Even if many of the things that you loved about going to matches have gone – terraces, team shirts without sponsors and being able to smoke at grounds – you still stick with your team». Pete Doherty, Guardian, Up the Rs – my Hoops dreams, ottobre 2005.

 

Young Pete amava trascorrere le plumbee estati all’ombra del Big Ben, dove era sempre gradito ospite della nonna, intrufolandosi all’interno di Loftus Road. Immerso nel silenzio magico che solo un impianto sportivo deserto sa regalare, lasciava che l’inchiostro scorresse libero sul suo taccuino. Loftus Road: teatro di solitudine ideale per riempire di bagliori della propria anima pagine spoglie e insignificanti. Ma anche asilo di fughe romantiche. Come quella volta in cui Pete si ritrovò a pomiciare negli spogliatoi assieme alla fidanzatina dell’epoca. Un crocevia di vita allo stato puro.

 

Pete, tifoso tra i tifosi (tapatalk.com)

 

Londra nel destino. Spiccato il volo dal nido familiare, Doherty non resistette alle sirene della fumosa metropoli. Dopo appena un anno abbandonò gli studi universitari in letteratura inglese intrapresi al Queen Mary College. Il mondo accademico gli stava stretto. Virò progressivamente verso gli inesplorati orizzonti dell’universo musicale. Per sbarcare il lunario si cimentò in diversi impieghi come quello di becchino presso il cimitero di Willesden. Qui non fatichiamo ad immaginarcelo assorto nei propri pensieri con un teschio tra le mani ponendosi il famoso dilemma shakespeariano «Essere o non essere». Pete, il becchino. Ma non solo. Pete, il barista notturno. Pete, il muratore. Pete, lo spacciatore. E, dulcis in fundo, Pete…il gigolò!

 

Avido lettore di Charles Baudelaire, Albert Camus e Oscar Wilde, Doherty iniziò a raccogliere i suoi scritti nei celebri “Books of Albion”. Una collezione diaristica curata assieme all’amico Carl Barat. Odi et amo catulliano, degno di un romanzo, il loro. Ed è proprio dal magma creativo di quella tempestosa amicizia che nel 1997 nacquero i “Libertines”. Anarchici, libertari, spregiudicati e, appunto, libertini: un gruppo ormai cult che ha brillato per troppo poco tempo.

 

«The Libertines are the band that all the girls want to fuck and all the boys want to get fucked up with». James Endeacott, Rough Trade A&R, Vice, Dicembre 2004.

 

Quegli scalmanati dei “Libertines” (grimygoods.com)

 

La dipendenza dal crack e dall’eroina di Pete stroncò le nascenti fortune della band. Tensioni sotterranee, continui malumori e litigate furibonde condannarono Doherty e i suoi al primo scioglimento nel 2004. Una decisione sofferta ma inevitabile. L’elenco delle vicissitudini è lungo. Le più clamorose avvennero nel 2003 quando Doherty finì per due mesi in carcere, reo di aver svaligiato l’appartamento di Barat. Dopo la pacificazione tra i due, seppur temporanea, il galeotto venne ricoverato nel tempio di What Tham Krabok, un centro riabilitativo d’eccellenza per tossicodipendenti in Thailandia. Al terzo giorno di trattamento, Pete se la diede letteralmente a gambe levate. Di nuovo l’Inghilterra. Sempre gli stessi problemi.

 

«Drugs don’t work. They don’t even make you forget – only momentarily, because if something’s that painful, nothing’s going to make you forget it. You think they’ll fill the hole, but the hole just gets deeper… It’s like trying to fill in a hole without a spade». Pete Doherty, Sunday Times, maggio 2006.

 

Il prematuro rientro in madrepatria scavò un fossato ancora più profondo tra lui e il padre. Il maggiore, adesso in pensione, non si capacitava delle condizioni in cui versava il figlio. Gli tese una mano ma Pete continuò sulla strada lastricata di cattive intenzioni. Prese dunque una decisione drastica: non gli avrebbe rivolto più la parola finché non si fosse definitivamente disintossicato. Di fronte a un simile annichilimento, neppure l’enorme passione in comune per il QPR poté fare da argine al deteriorarsi del loro rapporto. Già, il QPR. Arresti, sventure, pianti e disgrazie. In fondo al tunnel, le luci di Loftus Road. Quel fortino immerso nel quartiere di Shepherd’s Bush è stato e continuerà ad essere il suo porto sicuro anche nell’ora più difficile.

 

Pete Doherty, un disgraziato in manette (Pa Photos)

 

Alle avventure con i “Libertines”, con i quali si ricongiunse per poi abbandonarsi nuovamente, seguirono quelle con i “Babyshambles”. Nel 2005, durante questo passaggio, scrisse un inno ska per la sua squadra del cuore che però non venne preso in considerazione dal club. Iconiche poi le sue partecipazioni nel 2007 e nel 2008 all’evento “Celebrity Soccer Six”, nel segno di sigarette marce e fries con ketchup tra un gol e l’altro.

 

I’ll be, I’ll be there/And just before I hit the bar/With the ghost of Rodney Marsh in his pre-smug pundit days/ Before he sold Rangers down the Swanee/With Gerry Francis’s offshore money/ It’s a toss-up between Mick Jones/And a consortium from the Middle Eastern equivalent of Barrett Homes /I’ll be, I’ll be there/With blue and white ticker tape in my hair/Up the Rs/Up the Rs/Up the Rs/What a life on Mars.

 

Oggi, dopo una serie di lavori da solista, è alle prese con il progetto psychedelic rock dei “Puta Madres”. Chi negli ultimi tempi ha avuto occasione di sentirlo in concerto non è rimasto molto soddisfatto, per usare un eufemismo. È evidente a tutti i suoi estimatori che Pete si sia artisticamente e umanamente perso nel limbo dei suoi tormenti. Umano, troppo umano. Esteta ed edonista fino al midollo. Talento fragile come il cristallo. Doherty, a 40 anni suonati, non sa davvero che diavolo farsene del domani. Ha flirtato a lungo con i fiori del male, e ora ne sta pagando lo scotto. C’è chi lo detesta per i suoi atteggiamenti sopra le righe, come l’ex stella dell’Arsenal Ian Wright. A noi invece piace esattamente così com’è: una scheggia impazzita, decadente e romantica.

 

 

Kate Moss, storica compagna di Doherty, con la maglia del QPR all’interno dell’album “Down in Albion”

 

Pete Doherty incarna lo spirito del rock delle origini, spontaneo e irriverente. È un irregolare, uno che ce la mette tutta per non sopravvivere a sé stesso. Si macchia di bassezze disgustose ma allo stesso tempo è capace di raggiungere vette poetiche eccezionali. Oscilla pericolosamente tra il patetico e il sublime: un pendolo fuori controllo che non sembra avere intenzione di fermarsi.

 

Una vita sul filo del rasoio che passa anche per le burrascose storie d’amore con Kate Moss, Irina Lazareaunu, Lisa Moorish e Lindi Hingston. Oltre alla chiacchierata amicizia con Amy Winehouse. Storie d’amore e di droga. Due costanti della sua vita assieme a quel pallone calciato di tacco o di punta, con leggerezza o con forza, per le grigie strade della vecchia terra d’albione.

 

Pete Doherty, last of the english roses. Queens Park Rangers until he dies.