Recensioni
15 Luglio 2022

Calciatori selvaggi, per salvare il mondo

Marco Ciriello x GOG Edizioni, collana Contrasti.

Con Marco Ciriello ci siamo conosciuti a Roma, alla presentazione del suo ultimo libro per 66thand2nd su Valentino Rossi. Avevo già letto quello su Maradona, che poi dire “su Maradona” è riduttivo, una semplificazione nell’epoca delle semplificazioni. Fatto sta che prima di allora conoscevo Marco solo di nome, o meglio di firma: giornalista per Il Messaggero e il Mattino (ha collaborato con Repubblica, Foglio, Fatto etc.), scrittore di romanzi (per Bompiani, Baldini&Castoldi e altri), autore teatrale e di documentari per la televisione (Sky); ma in fondo, chissenfrega di tutto ciò. Ce ne sono tanti di giornalisti – e non sempre è un merito –, e in altrettanti scrivono cose e aggiornano curricula fra teatri, tv, uscite in libreria – e anche qui, beh come sopra.

«Ho l’impressione che tutta la narrativa italiana sia basata su un timore: quello della complessità, a forza di semplificare non è rimasto nulla. Viviamo tutti vite frammentate e complesse ma l’editoria alleva polli da semplicità».

Marco Ciriello

Marco però è uno di quei pochi ancora interessanti nel panorama “letterario” (?), diciamo narrativo italiano, capace sempre di destabilizzare, stimolare, incuriosire. Un 46enne coltissimo ma che ha digerito e assimilato ogni libro: il contrario della pedanteria filologica di chi legge per mettere le X, come quelli che portavano Nietzsche a dire “un altro secolo di lettori e anche lo spirito emanerà fetore”. Ecco Ciriello è l’opposto, i suoi riferimenti li porta con sé e dentro di sé, non te li fa pesare e anzi ha uno spirito ancora da bambino; i libri li ha letti un po’ come ha girato il mondo, intensamente, per dieci anni ”tra navi e posti improbabili”, convinto che un autore debba mirare più a Joseph Conrad (avventuriero, navigatore, uomo dalle mille vite e quindi scrittore) che ad Antonio Scurati:

«ora me ne sto in campagna, mi fa schifo quasi tutto», e mi perdonerà se ho spiattellato pubblicamente – ancora peggio, sul web – una confessione privata.

La verità è che con Marco abbiamo molte cose in comune: io personalmente e credo anche noi di Contrasti, seppure molto più acerbi. Andrò a trovarlo a breve, abbiamo in sospeso un giro nei luoghi remoti dell’Irpinia: sul Monte Vergine ad esempio, dove i monaci fanno ancora il liquore verde, l’Anthemis, tramandando una ricetta vecchia di secoli. Lui che si è dato alla macchia sui monti sopra Avellino perché non sopporta il nuovo volto, e forse ancor prima la volgarità, delle metropoli contemporanee – lo capisco bene, e lo imito nel mio piccolo. Rivolte contro il mondo moderno obbligate, viscerali e sentimentali, più fughe per istinto di sopravvivenza e conservazione che ribellioni programmate, razionalizzate. Laddove avanza il deserto, ci si rifugia nelle ultime oasi. Per scrivere, per vivere.



Le persone come Marco Ciriello sono quelle che ti danno sempre qualcosa, che ti aprono mondi, che ti fanno capire che lì fuori c’è la vita; e sono quelle, soprattutto, che ti ricordano che il mondo è fatto di persone, non di profili o di ideologie. Marco già da tempo conosceva Contrasti e la casa editrice GOG Edizioni: ci leggeva, ci apprezzava, a volte era in disaccordo con noi, e grazie al cielo! Un po’ perché come Carmelo Bene neanche noi siamo d’accordo con noi stessi, un po’ perché le differenze sono il sale della vita e il conflitto (quando sincero, profondo ma rispettoso) è il motore del mondo. Alla faccia delle nuove generazioni indottrinate, profilate, isteriche, abituate a scannarsi sui social; incapaci di reggere il conflitto e che, appena qualcuno osa mettere in discussione loro e le loro fragili convinzioni, urlano, sbraitano e si sciolgono come fiocchi di neve al sole.

Con Marco d’altronde – un errante gioioso dell’esistenza, anarcoide e messicano nell’anima, che ne ha viste e vissute tante – abbiamo percorsi e retroterra differenti. Eppure ci siamo ritrovati a parlare come se fossimo vecchi amici, con un’attitudine di fondo e un orientamento sentimentale comune. Con tutte le nostre differenze, magari, ma sulla stessa barricata disperata e disillusa, nella società in cui gli esseri umani non ne possono più di essere umani e il potere, quello che Foucalt chiamava biopotere, si fa sempre più totalitario e invasivo. Ecco perché dovevamo fare qualcosa insieme, ed ecco come è nata l’idea di questo libro: “I calciatori selvaggi”. Per sfuggire al (bio)potere, almeno con la fantasia e con lo spirito.



Un romanzo d’avventura nel pallone, distopico perché oggi (forse) solo di distopie si può parlare. Sicuramente non più di utopie e sol dell’avvenire, ma probabilmente neanche di politica (ridotta a propaganda da influencer) e di società. Un romanzo che ha avuto un’accelerata quando è uscita la notizia che il cuore di Maradona, prelevato nel libro dai tre agenti Selvaggi per ricattare il governo unico mondiale cinese, nella realtà voleva essere portato in Qatar per i mondiali 2024. Lì ci siamo risentiti con Marco e abbiamo capito che ormai la fantasia e la distopia avevano superato la realtà, e che se non ci fossimo sbrigati la SuperLegaSmart e il dominio cinese sul mondo si sarebbero realizzati entro l’anno.

I calciatori selvaggi è allora un romanzo folle ambientato nel 2037, nel mondo unico delle capitali uniche in cui tutto è schedato, algoritmizzato, sorvegliato, represso, e in cui «solo le mosche e pochissimi uomini sfuggivano agli sguardi delle telecamere, alle camicie elettromagnetiche, alle gabbie molecolari». Qui anche il calcio è interamente privato, inglobato dalla SLS, la SuperLegaSmart, e l’unica opposizione al pallone unico è affidata ai Selvaggi: questi dovranno sfidare la rappresentanza degli Elisei/assoluti – talmente top player da essere diventati direttamente cyborg – per riportare il football a quello che era prima. Novelli Prometei, in missione per ridare il pallone agli uomini.

«Dopo la nascita della SuperLegaSmart (SLS) c’erano solo dodici squadre di calcio autorizzate che disputavano il Campionato. La durata delle partite era stata ridotta a quindici minuti per tempo, con un intervallo di trenta che prevedeva sempre un megaconcerto o la proiezione di un film imperdibile dei registi educati (RE). Le squadre avevano dei Supercalciatori e dei loro cloni con caratteristiche inferiori, averne uno non era facile (…) Arbitrava il SuperVisoreElettronico: una telecamera che non si perdeva nulla e sanzionava tutto, anche se poi le espulsioni dovevano essere approvate dai tifosi che avevano cinque secondi per votare dopo la decisione della telecamerarbitrale (TA).

Le formazioni decise dall’algoritmo erano poi sottoposte al voto online e soggette a cambi, come le sostituzioni, tutto aveva una percentuale di voto e prezzo, e soprattutto sponsor».

Nel mondo nuovo, il più totalitario che esista, l’illusione alle masse di essere libere: di poter decidere, di poter incidere. Meccanismi che in Occidente conosciamo fin troppo bene, noi “liberi”: educati, responsabili, consapevoli e progrediti ma sempre più soli e insoddisfatti. Prima di incontrarci a quella presentazione, d’altronde, lessi una bellissima intervista di Marco su Pangea in cui si parlava di tante cose, e anche del nostro mondo. E fu un motivo che mi spinse ad andare.

«L’Occidente passa il tempo a rimuovere la morte e a banalizzare il mistero, per poi accorgersi che crea solo un vuoto maggiore».

Parole che avremmo potuto scrivere noi contrastiani, e che lui opponeva all’Africa: un posto in cui, «la morte è bambina e il mistero è vecchissimo». Lo capisci subito, «a meno che tu non sia Briatore che usa il Kenya come una casa al mare, a meno che tu non viva in un villaggio turistico (…) L’ Africa, intesa come stato d’animo prima che come continente, ti costringe a fare i conti con la rimozione occidentale: non puoi rimuovere animali, malattie, degrado, guerre, ma devi attraversarle. Puoi chiudere gli occhi una volta, due, tre, puoi tapparti il naso per un po’, ma alla fine dovrai fare i conti con il mondo, e quel mondo ti costringe a riflettere sul colonialismo, che oggi è differente, è di tipo economico, oggi tutto è comprabile: dalla nazionalità alla terra, senza nemmeno bisogno delle guerre. È un colonialismo indolore, che realizza la profezia di Gillo Pontecorvo in Queimada».

E ciò nonostante l’Africa che rispecchia i nuovi rapporti di forza, nella quale Ciriello era stato per una conferenza stampa di Kobe Bryant a Soweto, dove la Nike aveva costruito un vero e proprio villaggio sportivo. Lì aveva capito che «noi occidentali eravamo in secondo piano, prima Kobe avrebbe dovuto parlare sul tetto dell’edificio con le tivù e i giornali cinesi, noi eravamo il mercato vecchio, mentre la Cina e l’Asia quello nuovo. E in quell’attesa ho sentito tutta la distanza tra vecchio e nuovo mondo».

Ecco, mi perdonerete se in queste righe non vi ho quasi mai parlato del libro, ma ci tenevo a coltivare il mistero e soprattutto a presentarvi l’autore, a farvi sapere come è nato questo libro: un libro che parla di un vecchio mondo andato talmente avanti da superare l’umano, entrato in un trans-umanesimo che non lascia più spazio e autonomia ai singoli individui. Per questo è un libro folle che solo noi, insieme a GOG Edizioni, potevamo proporre: se volete, potete acquistarlo qui. Non sarà la solita biografia su un calciatore – Marco è bravissimo a scrivere pure quelle, a modo suo – ma forse spiega perché oggi la letteratura sportiva stampi solo biografie sportive o storie di trionfi. Perché l’alternativa, nella società dello spettacolo, sarebbe quella di parlare dei Selvaggi: in questo caso un gruppo di ragazzini investiti da un compito enorme, quello di salvare il mondo (del calcio).

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