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Edoardo Franzosi
2 Luglio 2021

Lo sport secondo Ernest Hemingway

Edoardo Franzosi

10 articoli
Il 2 luglio del '61 moriva suicida un'icona del Novecento.

Sessant’anni fa moriva suicida Ernest Hemingway, premio Nobel per la letteratura nel 1954, figura iconica e controversa, mito e paradigma per molte generazioni. Uomo mutevole e camaleontico, in bilico tra luci ed ombre, costantemente scisso tra vita e morte. La questione dell’aldilà lo tormenta quotidianamente, non può essere altrimenti per un pensatore del Novecento. La incontra anche e soprattutto nella caccia e nella pesca, nella corrida e nello sci, più in generale nello sport. L’Hemingway sportivo si può riassumere, seppur in maniera riduttiva, con una delle sue frasi più celebri:

“ci sono solo tre sport: il combattimento dei tori, le gare automobilistiche e l’alpinismo. Il resto sono semplici giochi”.

tratta dal saggio Morte nel pomeriggio (1932).


DALLA FINE


2 luglio 1961, Ketchum, Idaho. Ernest Hemingway viene trovato morto al pianterreno della casa della moglie Mary, accorsa dopo aver udito uno sparo. Lo scrittore, secondo la versione accreditata dai familiari, stava pulendo uno dei suoi fucili e, involontariamente, così poneva fine alla propria vita. Hemingway, da tempo caduto in uno stato depressivo-allucinatorio, aveva più volte tentato il suicidio, suggello di un’esistenza vissuta al limite. Una vita, la sua, non dissimile da quelle dei protagonisti delle sue opere, dalle quali emerge il paradigma di un uomo coraggioso e audace, incapace di piegarsi al sopruso.

Papa – soprannome dell’autore statunitense – e i suoi personaggi si riassumono nella figura dell’eroe che trasforma la propria inevitabile sconfitta in una vittoria del carattere. “Un uomo”, scrive nel romanzo Vero all’alba pubblicato postumo nel 1999, «deve comportarsi da uomo. Deve sempre combattere, preferibilmente e saggiamente, con le probabilità a suo favore, ma in caso di necessità deve combattere anche contro qualunque probabilità e senza preoccuparsi dell’esito. Deve seguire i propri usi e le proprie leggi tribali, e quando non può, deve accettare la punizione prevista da queste leggi».

Una lezione, questa, di abnegazione e forza d’animo stoiche, applicabili tanto all’esistenza quotidiana quanto allo sport. L’attività sportiva – che si porta inevitabilmente con sè il concetto di sfida – è un punto cardine nella vita dell’Hemingway borghese ma ha anche significative ricadute sull’Hemingway scrittore. Questa, infatti, rappresenta un mezzo valido per cimentarsi con sé stessi, con i propri limiti, con l’invincibile natura ma, soprattutto, con la morte; quest’ultima, nei romanzi del letterato, è sempre celata dietro un simbolo: un toro, un marlin, il paesaggio stesso.

Hemingway, la moglie Pauline e i figli Bumby, Patrick e Gregory immortalati insieme ad un gruppo di pescatori e di freschi pesce spada durante un viaggio a Bimini, nel 1935

DALL’INIZIO


Ernest Hemingway, al secolo Ernest Miller Hemingway, nasce il 21 luglio 1899 ad Oak Park, una cittadina borghese dell’Illinois; è il primo figlio maschio e secondogenito di Grace Hall Hemingway e del medico Clarence Hemingway. Per fuggire dalla calura estiva cittadina, i genitori comprano un piccolo cottage nei pressi del lago Walloon, nel Michigan; situata in una zona ai tempi poco popolata, l’abitazione è circondata da una fitta boscaglia in cui convivono indiani Ojibwe, orsi neri, taglialegna e contrabbandieri. Ed è in questo contesto che il giovane Ernest trascorrerà lunghi periodi di villeggiatura fino ai 21 anni d’età, passando le proprie giornate giocando sulla spiaggia, nuotando, remando sul lago quando voleva recarsi in città, catturando animali e pescando.

“Assolutamente la miglior pesca alla trota del Paese. Nessuna esagerazione” scriverà ad un amico riferendosi alle aree rurali del Michigan, “un ottimo posto” continua nella lettera “per oziare, nuotare, pescare quando vuoi. E il miglior posto per non fare nulla, è un paese bellissimo… e nessuno lo sa tranne noi”.

Anni dopo, quando è di stanza a Parigi assieme alla prima moglie, dedicandosi alla stesura del celebre racconto Grande fiume dai due cuori (1925) nel plasmare le avventure del protagonista e suo alter ego Nick Adams, viene profondamente ispirato dalle personali imprese sportive che aveva compiuto nella selvaggia e ancestrale regione dei Grandi Laghi. «Nick portò la trota che tirava con la canna piegata come una cosa viva» scrive Hemingway «fuori dal pericolo delle alghe, nel fiume aperto. Tenendo la canna che come una cosa viva lottava contro la corrente, Nick tirava la trota verso di lui, la trota dava degli strappi ma finiva sempre per cedere terreno. Con la canna che assorbiva gli strappi grazie alla sua elasticità e che a volte finiva con la punta sott’acqua ma che non la smetteva di trascinare il pesce. Piano piano Nick vinse la sua resistenza…».

Parole, queste, da cui si deduce lo stretto legame tra il letterato e i rurali luoghi d’infanzia – che tanto hanno contribuito alla sua formazione. Sono parole da cui emerge soprattutto una costante nella poetica dell’autore: la sfida con sé stesso e con la natura. Una sfida che non ha nulla di brutale, ma in cui vige il profondo rispetto per l’avversario. Una sfida, un duello, in cui il protagonista è chiamato a mostrare “grace under pressure”, grazia sotto pressione.

Insieme ai figli Patrick e Gregory nel 1941

Tuttavia, di quelle lunghe estati trascorse nel Michigan, quando aveva tra i cinque e i sette anni, Hemingway ricorda soprattutto il tempo trascorso con il padre Clarence, tipico uomo del Midwest tutto famiglia, Dio e duro lavoro ma in primis “gran cacciatore e pescatore” come lo stesso Hem lo etichettava nel suo racconto Padri e figli (1932). La figura paterna, miglior tiratore al piattello della zona, insegna al figlio come maneggiare in tutta sicurezza le armi e lo inizia ben presto agli sport all’aria aperta: non a caso Ernest ha sempre ricordato con piacere il tempo trascorso con il padre in queste occasioni.

Occasioni però che diventano sempre più sporadiche quando compie dieci anni, poiché Clarence – affetto da depressione – comincia a trascorrere sempre più raramente le vacanze estive nel Michigan, per curarsi altrove. Se le scampagnate con il padre vanno scemando, la passione di Hemingway per le attività all’aria aperta ed il contatto con la natura circostante non viene mai meno; ne abbiamo conferma da una lettera indirizzata allo stesso Clarence datata 23 luglio 1909 in cui il futuro letterato scrive:

“Caro papà, oggi la Mamma e noi altri abbiamo fatto una passeggiata. Siamo andati a piedi fino alla scuola. Marcelline è corsa avanti. Mentre noi ci siamo fermati dai Clouse Lei dopo un po’ è tornata. Ha detto che nella legnaia della scuola c’era un porcospino.

Così siamo andati là a vedere e abbiamo guardato dentro, il porcospino dormiva. Io sono entrato e gli ho dato una botta con l’accetta. Poi l’ho colpito ancora e ancora. Poi sono strisciato tra la legna. Siamo corsi dal signor Clous e lui ha preso il fucile e gli ha sparato. Ecco gli aculei.”

Qualche anno più tardi, nel 1913 – periodo in cui l’allora Presidente degli USA Theodore Roosvelt sdogana il culto per l’esercizio fisico – Hemingway comincia il suo primo anno di liceo alla Oak Park High School e si distingue come difensore esterno nella squadra di football della scuola, pratica nuoto, pallanuoto e, soprattutto, si appassiona al pugilato. Infatti, oltre a professare in prima persona la nobile arte, l’autore di Addio alle armi la metterà al centro di uno dei suoi racconti più celebri: Cinquanta bigliettoni, pubblicato per la prima volta nel 1927 sulla rivista mensile The Atlantic Monthly.

Durante un safari in Africa con Mary, nel 1953

Sport, letteratura e pensiero dell’autore, qui, si intrecciano: il protagonista della vicenda, l’attempato pugile Jack Brennan – chiamato sul ring per l’ultima sfida della – come i principali protagonisti nati dalla fantasia dello scrittore, viene sconfitto ma preserva la propria dignità. Il critico letterario statunitense Edumund Wilson sostiene che i personaggi di Papa rispondano, ne abbiamo parlato in precedenza, ad un “codice personale”; “soccombono in tutto” asserisce Wilson “tranne che nell’onore”, l’onore di non essersi mai dati per vinti.

Il protagonista di “Cinquanta bigliettoni” riesce a sventare sul quadrato – attraverso un colpo di genio – un inganno ordito nei suoi confronti da due farabutti, divenendo a sua volta il tipico eroe tragico hemingwayano che manifesta la sua grande forza d’animo.


IN MEZZO, LA GUERRA


Riavvolgiamo il nastro della nostra storia. Nel 1918 gli Stati Uniti entrano in guerra ed Hemingway si arruola come volontario nei servizi di autoambulanze; ferito sul fronte italiano, fa rientro a casa pluridecorato e segnato dagli orrori del conflitto. Siamo nel gennaio del 1922 e Papa si stabilisce a Parigi – in quegli anni vivace centro culturale. Ma la frenesia della grande città lo annoia e lo stanca, così decide di trascorrere lunghi e rigidi inverni a Schruns, un luogo ameno situato nella regione del Volber in Austria.

Qui il romanziere – chiamato “Cristo nero” dai contadini locali a causa della carnagione scura e della barba incolta – si avvicina agli sport di montagna, dedicandosi attivamente allo sci; «c’era la grande pista di ghiaccio» scrive Papa in Festa mobile (1964) «liscia e dritta, sempre dritta se le gambe reggevano, le caviglie bloccate, tu che scendevi in basso, curvo nella velocità, lasciandoti scivolare per un tempo infinito nel fruscio silenzioso della neve farinosa. Era più bello che volare o qualsiasi altra cosa, e ti costruivi la capacità di farlo e sopportarlo con le lunghe salite carico del tuo pesante zaino. Non potevi comperarlo né prendere un biglietto per la cima. Era lo scopo per cui lavoravamo tutto l’inverno, e tutto l’inverno organizzato per renderlo possibile».

Hemingway durante la Prima Guerra Mondiale

L’episodio, riassunto in poche righe attraverso una prosa concisa ed energica – tratto distintivo dello stile di Hemingway – ci dona il ritratto di uomo che, alla stregua dei suoi personaggi, con grazia e leggiadria, sfida audacemente la natura, dando un’assoluta dimostrazione di coraggio. Dopo essere rientrato in America nel 1927, due anni più tardi si trasferisce a Key West, in Florida, alternando soggiorni nella vicina Cuba (distante soltanto 90 miglia).

Nel mutato clima politico, intellettuale e mondiale, Hemingway si avvicina a posizioni di sinistra e si interessa ai problemi sociali figli delle conseguenze della Grande Depressione. Nonostante ciò, non viene meno l’interesse per lo sport: dopo aver acquistato per 7500 dollari la “Pilar”, bimotore di dodici metri, si rende protagonista di una serie di imprese memorabili che lo consegnano al gotha della pesca sportiva.

Nel 1935 vince infatti tutti i tornei organizzati nelle acque tra Key West – Havana – Bimini. Tre anni più tardi, nel 1938, segna il record mondiale pescando 7 marlin in un solo giorno ed è anche il primo a trasportare sulla barca un tonno gigante; del resto come non ricordare le tante iconiche fotografie ritraenti lo scrittore americano, sorridente e soddisfatto, affianco ai pesci pescati (vedi sopra)? Un tratto distintivo di Hemingway è la capacità di osservare e di prendere continuamente nota: le fatiche sportive in precedenza elencate, il villaggio di pescatori di Cojimar a L’Avana e la figura dell’amico e marinaio cubano Gregorio Fuentes, lo influenzeranno notevolmente nella stesura del celebre romanzo “Il vecchio e il mare“, Premio Pulitzer nel 1953.

Nel suo habitat naturale

L’opera è il lascito spirituale del romanziere ma è anche un bella definizione del senso di agonismo: il vecchio pescatore Santiago non riesce a pescare da 84 giorni, lo abbandonano tutti; dicono che sia “salao”, che porti sfortuna. Ma il vecchio è caparbio: dopo alcune ore aggancia un gigantesco marlin, lo affronta per tre lunghe notti finchè non riesce ad attraccarlo morto sulla barca; tuttavia nel rientrare al porto i pescicani divorano il pesce, del quale non rimane che la carcassa.

Santiago è il tipico sconfitto-vincitore, è un uomo che, secondo la saggista Fernanda Pivano, «non trionfa mai del tutto, ma anche quando la sconfitta è totale quello che importa è lo sforzo per affrontare il destino. Soltanto misurandosi con questo sforzo si può raggiungere la vittoria nella sconfitta». Santiago affronta, nella lotta contro il pesce, la propria paura di invecchiare, di perdere le forze e di morire. Le esorcizza tutte, accettandole. In fondo, come lo stesso anziano pescatore si ripete,

“l’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto”.

Nel 1937 Hemingway si trova in Spagna – dilaniata dalla cruenta Guerra Civile – in qualità di corrispondente del “Toronto Star” ma il suo rapporto quasi viscerale con il paese iberico è di lunga data e, nuovamente, fedele compagno di viaggio è lo sport.

Vi si reca per la prima volta incoraggiato dalla scrittrice Gertrude Stein nel maggio del 1923 per vedere in prima persona una corrida. Ne rimane stregato. Tanto che fa rientro in Spagna solo un mese più tardi e nel luglio seguente assiste alla grande Festa di San Firmino. “Cinque giorni di corride danzati giorno e notte” come riferisce in una lettera all’amico Bill Horne. Negli anni seguenti, ha modo di osservare altre corride in giro per il paese. Così, memore di quelle esperienze, inizia a concepire un saggio – divenuto un classico della letteratura americana e mondiale – sul rituale della corrida: Morte nel pomeriggio (1932).

Nell’opera Hemingway tratta gli aspetti tecnico-tragici della tauromachia, visti come espressione dello spirito del popolo spagnolo. Un rituale, la corrida, che «sottolinea regole severe, tecnica abilissima, dramma pagano e molto coraggio» e in cui il matador, chiamato a mostrare grazia sotto pressione, raggiunge «la liberazione dalla paura della morte dominando la paura e somministrando la morte»; ad Hemingway interessa infatti, secondo la già ricordata Fernanda Pivano, vedere «l’uomo unito al toro in un solo corpo nell’istante che decide la morte di uno dei rivali».

Una via dedicata ad Hemingway a Ronda, Spagna

Lo sport perciò, ancora una volta, incontra la letteratura; un binomio, questo, che può infine essere sintetizzato dall’amicizia tra Hemingway e il popolare torero Luis Dominguin. Nel 1939 acquista la Finca Vigia, una villa poco distante da L’Avana e durante il ventennio successivo si divide tra Cuba, l’Europa e l’Africa. Ma nonostante la fama internazionale, la vena artistica è ormai esaurita. Parallelamente, quasi a voler rinnovare l’eterna sfida alla morte e a mettere alla prova sé stesso, incappa in una serie di gravi incidenti – figli del suo vivere l’esperienza al limite – che ne prostrano il fisico già indebolito.

Hemingway cade in una profonda depressione nervosa. Ed ecco che torniamo a quella mattina di luglio di sessant’anni fa. Probabilmente ora Hemingway, non senza prima averci lasciato un grande esempio di resistenza e tenacia, come riportato in una lettera datata luglio 1925 e inviata all’amico e scrittore Francis Scott Fitzgerald, riposa nel suo personalissimo aldilà:

“una grande arena per la corrida con me che tengo due posti in barrera e fuori un fiume di trote in cui nessun altro ha il permesso di pescare e due belle case in città…”.

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