I pali del tram di Piazza della Repubblica a Milano raccontano la storia molto meglio che a scuola: portano i segni delle bombe e dell’insignificante scorrere del tempo, che muta e si evolve, passando quasi inosservato di fronte a migliaia di corpi, pura materia, che c’erano e non ci sono già. Trionfo fenomenologico. Per una settimana, Maximiliano Gastón López (in arte Maxi Lopez) ha osservato buona parte di quei volti senza spiegarsi il motivo del ricorrente e frenetico andirivieni, e il perché avesse preferito restar chiuso per sette giorni all’NH Hotel pur di firmare un contratto con il Milan alla fresca opportunità di continuare a vivere altrove. Magari in Inghilterra.

 

 

In quel preciso momento qualcuno deve aver pensato che sarebbe stato quantomeno curioso far precipitare la quotidianità del tormentato Maxi in un vortice a spirale senza fine, dal quale effettivamente non è ancora uscito: era soltanto la puntata pilota di una serie TV cult che sta volgendo al termine nella maniera più canonica. Con la redenzione sul piano umano del protagonista.

 

 

 


PROLOGO: LA GALINA DE ORO


 

A Catania, al suo arrivo nel gennaio del 2010, due cose sono state per diverso tempo più importanti delle aspettative in termini calcistici: la sua Ferrari (una 599 GTB Fiorano) e Wanda Nara. Per la prima provò a far qualcosa Pietro Lo Monaco (che, a detta di Maxi Lopez, avrebbe voluto “bucare le gomme” dell’auto pur di non vederlo per la città con una simile vettura mentre il Catania era invischiato nella rincorsa salvezza): per la seconda si poteva fare poco o nulla. In realtà il background di Maxi Lopez si forma prima, ed è un misto di epica e soprannomi, fallimenti e titoli sedimentati nell’oblio, in ciò che non si può né vedere, né toccare, di una sceneggiatura con qualche buco di trama.

 

 

Prima di trasferirsi in Europa vince tre campionati di clausura con il River Plate. Praticamente uno per stagione da quando ha messo piede sui campi professionistici. Va al Barça e vince anche una Champions League: le poche foto nascoste dai continui rimandi ad articoli che poco hanno a che fare con l’oggetto in discussione, tutte rigorosamente in tuta fluorescente allo Stade de France, con la Coppa sì, ma dietro Belletti, Dinho, Puyol, insomma dietro le quinte, rendono chiaro il concetto. Un goal al Chelsea, un altro allo Zamora in Copa del Rey: diciannove presenze e quattro titoli in blaugrana in due stagioni (poi girerà un po’ tra Maiorca, FK Mosca e Gremio). Fotoricordi.

 

Maxi Lopez a Catania, come avrete capito, è stato innanzitutto un fatto sociale.

 

In quella rosa allenata da Siniša Mihajlović (subentrato a Gianluca Atzori) c’erano dieci argentini e un uruguayano: l’ultima formazione schierata prima dell’esordio di Maxi era composta da otto sudamericani su undici (contro il Parma Andujar in porta, Silvestre, Spolli, Alvarez in difesa, Carboni, Ricchiuti in mediana, Llama, Martinez in avanti, quindi gli italiani Capuano, Biagianti e Mascara). Soffiarlo alla Lazio significava prima di ogni altra cosa redimersi dinanzi al duplice obbligo morale di beffare una squadra “più potente” – e potersene vantare per anni, che per Lo Monaco è sempre stata una priorità – e di consegnare a Siniša un altro argentino.

 

Maxi Lopez in azione allo Stadio Olimpico, nel 2010, proprio contro la Lazio (Giuseppe Bellini/Getty Images)

 

 

Detto fatto: il resto è quanto scritto prima. Ferrari e Wanda Nara in quasi ogni discussione da bar: perché motori e donne vengono sempre prima. Poi i capelli di Maxi Lopez: “longhi longhi”, che fa il paio con altri detti in catanese. “Biondo”, da quelle parti, preceduto dallo slang “Au” (da leggersi letteralmente a-u, senza cadenza) può essere un accento, vero e crudo, al limite del richiamo. Puoi essere un extraterrestre con una folta chioma e una bella macchina: “Au biondo” (“biondino” se di tonalità meno chiara) esemplifica il tuo status.

 

 

A Maxi per esemplificare la sua presentazione sono serviti un interprete, in conferenza stampa, e poco meno di centotrenta minuti: una spaccata aggiuntiva in anticipo su André Dias e due mani aperte dietro le orecchie, con sguardo rivolto in tribuna. Qualche anno dopo, in diverse puntate, gli autori di questa strana e bizzarra serie TV piazzeranno qua e là un collage di foto e video di un’esultanza simile replicata da un argentino che un giorno, a Barcellona, si fece firmare un autografo dalla “Galina de Oro”.

 

 

Galina per il suo modo di esultare. De Oro, perché si diceva trasformasse in gol in oro: da gennaio a maggio del 2010 fu più o meno così. Tre (più un quarto, bonus) degli undici in diciassette presenze in quel campionato rimangono fissi nella memoria dei tifosi del Catania, chiudendo il prologo del racconto: i due nel derby contro il Palermo e il pari momentaneo di una storica vittoria contro l’Inter del Triplete (e uno, quello bonus, in rovesciata, al Picchi di Livorno). Questo, e qualcosina mostrata nella stagione successiva: siamo solo all’inizio.

 

La partita più sentita della stagione (il derby con il Palermo) vinto per 2-0 con doppietta di Maxi Lopez

 

 

 


L’EPISODIO PILOTA: IL FASCINO DEL DIAVOLO


 

L’ultimo sguardo rivolto all’infinito filtrato dalla finestra dell’NH Hotel, Maxi lo dedica a sua moglie Wanda, rimasta a Catania e in attesa di un altro figlio. L’Italia è stata clemente con lui: lo ha accolto senza diffidenza e gli ha consegnato la notorietà riscontrata solo al momento del passaggio al Barça. Ma in Sicilia non vuole più starci: non per la gente, stretta da un legame quasi spirituale (Carlos Monti, giornalista argentino, azzardò una proposta avanzata dalla mafia catanese allo stesso Maxi Lopez per “risolvere” la questione Icardi, versione smentita con decisione da Wanda Nara), quanto per gli stimoli calcistici.

 

 

In quei giorni del gennaio del 2012 il Milan vide tramontare il ricorrente tormentone legato a Carlos Tevez: Maxi aveva scelto la via dell’eremita. Pietro Lo Monaco, che due anni prima aveva rifilato Jorge Martinez alla Juventus per dodici milioni di euro (per venti presenze in sei anni di contratto), riuscì qualche giorno addietro a convincere Adriano Galliani che, forse, puntare sull’argentino non sarebbe stata poi una cattiva cosa. E la cosa si fece: una volta uscito dall’hotel il mondo era esattamente come prima, i volti fino a quel momento osservati dalla finestra presero di colpo vita ed espressione.

 

 

Lo guardarono e fecero come per ammirarlo: era un attaccante del Milan (seppur in prestito), avrebbe di lì a poco giocato a San Siro con lo Scudetto (vinto l’anno prima) cucito al petto. Mica roba da poco. Quello fu anche l’anno dell’addio in blocco di Inzaghi, Gattuso, Nesta, Seedorf e Zambrotta, del gol di Muntari, nonché l’ultimo di Ibra prima di trasferirsi al Parigi: insomma, da quelle parti accaddero un mucchio di cose, persino che Maxi Lopez prendesse la ventuno lasciata nell’estate precedente da Andrea Pirlo, e che si facesse sgridare sonoramente da Zlatan in una gara a Parma, per un passaggio sbagliato.

 

«Lui rimase fermo, all’inizio non si girò neppure, continuando a guardare dove era finita la palla. Poi tutto a un tratto si girò e mi urlò contro. Mamma mia, quante me ne ha dette…

 

Voleva ricevere il pallone sui piedi. Io gli risposi che secondo me era un buon passaggio, che lo avrebbe messo davanti alla porta. Ma niente da fare». Milano non è Catania.

 

Nella sua breve parentesi in rossonero gioca undici gare tra Serie A, Coppa Italia e Champions (indovinate un po’? Al Camp Nou, contro il Barcellona), per un totale di trecentotrentatré minuti, con una media di mezz’ora a partita: segna un gol a Udine e un altro allo Juventus Stadium in semifinale di Coppa Italia, ma il 31 marzo torna da avversario al Massimino, e gli sceneggiatori di questa meravigliosa serie tv fanno partire un flashback: è dicembre, è il derby contro il Palermo. Maxi Lopez viene sostituito dopo aver siglato il rigore del 2-0 e scoppia in lacrime confuse con quelle dei presenti, ai saluti reciproci.

 

 

Lo spazio-tempo della nostra storia è diverso: ritorna tra la semi-indifferenza della sua gente, in una gara che passerà alla storia come quella del gol di Robinho salvato sulla linea da Giovanni Marchese. Sfondo del cellulare di Adriano Galliani. In quel preciso istante “La Galina de Oro” deve essersi accorto del misfatto: giocherà altri cento minuti in rossonero, il Milan perde lo Scudetto e Maxi si ritrova solo, come il cittadino globale, alle prese con l’incertezza. Fece quindi per tornare a Catania, dove però aveva detto di non voler giocare: avete presente l’andirivieni dei passanti di fronte all’NH Hotel di Milano? Ecco: Maxi Lopez, in quel preciso istante, ne capì il senso, finalmente.

 

Maxi Lopez Milan

Maxi Lopez nella sua più prestigiosa presenza al Milan: affrontato, e fermato, da Javier Mascherano (Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

 


L’INTRECCIO: CAVALLERIA RUSTICANA


 

L’estate del 2013 Maxi non la dimenticherà mai. Forse perché Genova è storicamente e tradizionalmente una città rapida, di mare: capita a volte di lasciarsi sfuggire qualcosa. Non agli sceneggiatori: un anno prima, lasciata Milano, si prese una sbornia di nostalgia. Ripartire dal basso, ma alla Sampdoria, farsi ricrescere i capelli e abbandonare la cresta: Sansone docet. Funzionò? Sì, ma per tre gare: la prima a San Siro contro il Milan (che serie tv sarebbe senza un collegamento diretto con il passato?) la vince. Nella seconda e nella terza in blucerchiato segna tre gol: alla terza si inceppa qualcosa.

 

«Al termine della gara – si legge nel comunicato del giudice sportivo, dopo la squalifica per due gare – ha colpito con un calcio la porta dello spogliatoio riservato agli ufficiali di gara, indirizzando ad alta voce nei loro confronti espressioni ingiuriose». E va bene così.

 

La Sampdoria era stata appena promossa in Serie A dopo un solo anno di B (con Iachini in panchina): a Bogliasco Maxi Lopez, oltre alle motivazioni, però, ritrova un viso conosciuto. E vai di flashback: gennaio 2005, Barcellona. L’autografo chiesto da Mauro Icardi, allora dodicenne. I due finirono per essere, per dirla alla Forrest Gump, «pane e burro», nell’anno chiave della carriera di Maurito. Sì, Maxi rimediò un infortunio al menisco che lo costrinse a operarsi, ma il peggio, i mesi successivi all’attesa in hotel, la grande opportunità, l’ennesima, fallita in una big, era tutto passato.

 

 

Ogni cosa appariva ora al suo posto: la famiglia, l’amore della moglie, l’amicizia di un ragazzo che sembrava voler seguire le orme del suo idolo (per alcuni, Maxi è addirittura “il fratello maggiore” di Icardi). Se fosse così semplice, finiremmo la storia qui. Per non bagnarci le mani di ciò che verrà dopo quell’estate del 2013: perché Maxi Lopez di tutto quello che accadrà non solo sarà vittima, ma anche bersaglio facile, inerme, impotente.

 

Maxi Lopez Sampdoria

Maxi Lopez alla Sampdoria, una parentesi in cui successe di tutto (Claudio Villa/Getty Images)

 

 

A pagare è sempre il protagonista: non faremo gossip, anche perché il finale lo conoscete già. Dell’intreccio da cavalleria rusticana sappiamo tutto: vita, non-morte, miracoli (e il viaggio in barca). Non occorre approfondire. Fatto sta che Maxi Lopez entra in un loop personale difficile da affrontare: diventa oggetto di scherno dei social (figuriamoci), deve ricostruire un’identità calcistica (in tre anni era passato dall’essere un giocatore prepotente in verticale, veloce in inserimento, a uno spalle alla porta, basato sul posizionamento), e deve costantemente ignorare il tradimento e le voci ingombranti relative alla sua famiglia.

 

 

E, soprattutto, in un modo o in un altro deve farlo a Catania. Non lo fa bene, ma non è colpa sua: a gennaio torna a Genoa, ancora alla Samp. Stavolta con Siniša. Nel momento più alto di quella che può tranquillamente essere considerata una delle pagine stilisticamente più basse del nostro calcio (idem giornalisticamente), ha l’opportunità di regolare i conti personali in campo: il 13 aprile del 2014 si gioca Sampdoria-Inter, e i due sono lì.

 

 

Maxi non dà la mano prima del fischio d’inizio: Icardi risponde con un gol e un’esultanza assurda. Va sotto la curva e chiede ai tifosi, i suoi ex tifosi, di alzare il volume della voce, perché non deve averla sentita abbastanza. Scoppia l’inferno: Icardi se la ride, in maniera insopportabile. La Sampdoria conquista un rigore: è il finale di stagione perfetto. Lo batte Maxi Lopez. L’epilogo lo conoscete: tutti devono aver fatto il tifo per lui. Forse è anche per questo che gli sceneggiatori hanno deciso che no, quel rigore non sarebbe entrato mai. Né quel giorno, né in un’altra vita.

 

Maxi Lopez Icardi

Tutta Italia quel giorno stava dalla parte di Maxi Lopez, ma non è bastato (Pier Marco Tacca/Getty Images)

 


UNA NUOVA VITA DA STAND-ALONE


 

Oggi Maxi Lopez è un uomo davvero diverso rispetto a quello di pochi anni fa. Sui social sfoggia una cresta più matura e scherza con la sua compagna (facendo insorgere le femministe): ha dovuto lasciare l’Italia per un breve periodo (tra l’estate del 2018 e la primavera del 2019 ha vestito la maglia del Vasco da Gama) per disintossicarsi da quel clima assurdo che ci ha reso irrimediabilmente soli. C’è un aspetto della sua vita quotidiana rimasto identico a prima: l’amore per i figli. Praticamente la sua fotocopia. Ne va orgoglioso, e fa bene:

 

«Non è facile, non li vedo quanto vorrei e non passo con loro tanto tempo. Quando me ne sono andato in Brasile è stato anche per i troppi problemi personali che non mi facevano concentrare: forse cambiare aria mi avrebbe aiutato con il lavoro. Loro sono alla base di tutto».

 

Dal punto di vista calcistico ha vestito probabilmente più maglie del dovuto, sentendosi dire pure di avere “una lavatrice sulle spalle” da Mihajlović al Torino. È anche uno dei pochi calciatori stranieri ad aver siglato almeno un gol in tutti i campionati professionistici italiani: di quelli in Serie A (quarantasei) abbiamo già discusso. Un anno fa ha conquistato la promozione in massima serie con il Crotone, segnando una rete contro lo Spezia. In estate un’altra svolta (e altri gol): a San Benedetto del Tronto si sta bene. Buon clima, uno stadio che meriterebbe altro, una nuova proprietà.

 

 

Scegliere la C equivale a scegliere di sobbarcarsi una serie di responsabilità enormi, in primis le costanti incertezze di una categoria che “morirà di promesse”. È anche il più anziano del gruppo, il che fa di quest’ultimo il leader, nonché il presidente spirituale: praticamente. Almeno da quando Domenico Serafino, vero presidente della Samb, ha smesso di mantenere le promesse economiche e di pagare i giocatori, tra l’altro alcuni tra i migliori dell’intera categoria. Maxi è lì, e da capitano si è fatto portavoce della situazione.

«Sono orgoglioso di essere il capitano della Samb e di un gruppo di calciatori che sta dimostrando l’attaccamento alla maglia con spirito, sacrificio e dedizione unica. Ma proprio in quanto capitano mi corre l’obbligo di evidenziare le difficoltà e la poca chiarezza che il club sta vivendo in questo momento, e come tale situazione sia divenuta pesante».

Metterci la faccia, la testa e il cuore. Maxi Lopez alla Samp è diventato leader e capitano.

 

 

È il 9 marzo: giorno 30 marzo il club è stato deferito per il mancato pagamento degli emolumenti. Fino all’1 aprile nulla è cambiato: «La situazione per qualcuno di noi si è aggravata con lo sfratto dal residence per il mancato pagamento da parte della società. Solo il buon cuore delle persone di San Benedetto ha aiutato i nostri compagni a trovare un’altra sistemazione gratuita per rimanere in città. […] Una volta compreso che niente sarebbe cambiato, abbiamo deciso di aprire lo stato di agitazione sindacale, riservandoci la proclamazione dello sciopero.

Nonostante le retribuzioni arretrate continuino ad accumularsi (…) abbiamo deciso tutti insieme di scendere in campo sabato prossimo. Pur con i nostri difetti, ci mettiamo la faccia per l’ennesima volta».

 

Due settimane fa qualcuno ha fatto circolare la voce di un pagamento delle trasferte della Samb (quella di Pesaro e di Legnago) effettuato dallo stesso Maxi Lopez: «Non ho mai fatto dichiarazioni simili». Ci piace pensare che sia andata così. Un po’ perché sarebbe l’ennesima dimostrazione di integrità da parte di chi ha lottato abbastanza per lasciarsi andare alla via dell’egoismo e dell’indifferenza, un po’ perché sarebbe un modo perfetto per avvicinarsi all’epilogo di questa serie tv: un modo migliore per sottolineare che i pali del tram di Piazza della Repubblica, a Milano, non scordano nulla. La storia e il ricorrente e frenetico andirivieni delle persone: e, tra queste, lo stesso Maxi Lopez.