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Calcio
24 Gennaio

Nel nome del VAR

C'è ancora posto per l'uomo (e per il pallone) nell'età della tecnica?

Indietro non si torna. Il progresso – si chiama progresso, infedeli! – non può essere arginato, spezzato, fermato. In alcun modo. Né con le mani né con la ragione. Quando si supera la famosa linea di demarcazione, oscurantismo di là e futuro futuribile di qua, il dado è ormai tratto: la strada maestra si staglia all’orizzonte e davanti a noi spuntano le colonne d’Ercole, erette su fondamenta di verità e certezze e non più, potere dell’hýbris, sul limite della conoscenza. E guai a voltarsi, a ricredersi: guardiamo avanti, il meglio deve ancora venire. La VAR (o il VAR? – dibattito di natura gender: la soluzione, vedrete, sta tutta nell’asterisco), preconizzano dai piani alti, lavora per il bene del calcio e controllerà il regolare svolgimento dello spettacolo, puntando alla sua buona riuscita. Questa sorta di cervellone onnisciente e onnipresente, assicurano, metterà ordine nella passione dei tifosi, dei fruitori, anzi dei clienti, ché alla fine della catena, nella scala gerarchica, apparteniamo a quella categoria lì, gli utilizzatori finali di un prodotto confezionato su misura del nostro portafoglio.

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Come? Fugando (finalmente) i soliti e sindacabili dubbi, silenziando (finalmente) le voci maligne e complottiste che borbottano in risalita dal basso ventre, dalla periferia, dai banconi dei Bar Sport, e tacitando (finalmente) i comunicati stampa dietro i quali usano schermarsi le società meno tutelate dal Palazzo. Finalmente. Benedetto sia il VAR. Inganniamoci a vicenda: le sorti del sistema rotondolatrico (cfr. Oliviero Beha), asset di non ultima importanza nei programmi elettorali del capitalismo finanziario, vale da ora in poi, verranno decise sul campo spelacchiato che ospita il Cagliari, la Spal, il Verona: se tanto dà tanto, il Benevento vincerà lo scudetto per i prossimi cinque anni e il Venezia duellerà a suon di petroldollari col principe saudita proprietario di mezzo Qatar più un quarto del resto del mondo, lo stesso che, a tempo perso, manovra le scatole cinesi in cui nasconde il Paris Saint-Germain. In alto i calici (e abbasso i gomiti).

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Il/la Var ti sta guardando.

Indietro non si torna, ficcatevelo in testa. Sami Khedira, colto da un raptus d’incoscienza, bontà sua, osa addirittura dissentire, farfugliare qualcosa di minimamente sensato, e propone non di abolirla, la VAR, figurarsi, spingersi fino a quel punto, visti quanto sono grami i tempi, pare esercizio assai ardito; e anzi «è pure una buona cosa», altroché, ma che si riveda almeno il modo con cui viene utilizzata. Se è vero che possiamo evitare degli errori – puntualizza l’algido tedesco –, è altrettanto vero che i giocatori non sanno più se festeggiare o meno un gol: «Il risultato finale è che si perdono molta passione ed emozione, che sono il sale del calcio». Obiezione in larga parte condivisibile, anche se il punto centrale, il nocciolo dirimente, risiede altrove: il discrimine non riguarda affatto il criterio d’uso, quando e come applicare l’occhio bionico, quanto piuttosto il movente che la pervasività della tecnologia vi sottende. Sia come sia, la reprimenda del prode Nicchi, presidente in capo agli arbitri italiani, forte dell’investitura ottenuta dal Minculpop, è già tutto un programma: «Non dobbiamo rispondere alle personali esternazioni di chiunque, ma una cosa è certa: indietro non si torna e chi non si è adeguato si adeguerà». Dàgli al ribelle, e alalà.

«Il Var ha portato serenità e azzerato le polemiche, e chi vuole parlare oggi di calcio si può sbizzarrire senza parlare futilmente di un calcio d’angolo o di un rigore».

Futilmente. Chiaro, no? Concordi, contrari? Affari vostri e del vostro barista, voi che volete ingannare la routine quotidiana al bar sotto casa, e che vi ostinate a dibattere con gli altri avventori su quel maledetto rigore che avrebbe potuto cambiare le sorti del regno di Danimarca e, già che ci siamo, portare l’armata di Vycpálek sul tetto d’Europa, invece che lavorare, crepare, un’ora in più nelle fonderie dell’Ilva, nelle miniere del Sulcis, invece che, per i più sfortunati, bersi letteralmente il cervello a cinquant’anni tra le scartoffie in ufficio, anelando pur sempre, a giorni alterni, alla tanto bramata pensione, affinché ci liberi, possibilmente prima di diventare del tutto impotenti e rincoglioniti, dalla mistica del lavoro. Fannulloni, suvvia, a ruscare.

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Il progresso vi chiama: alzatevi e andate a lavorare!

Indietro non si torna. Da una parte, c’è il VAR. Dall’altra, la VAR. Prendetene pure, ecco a voi le regole della semiotica. «È una barzelletta», commenta l’opinion maker Massimo Mauro, «è finzione quello che vedi in tv rispetto all’azione in campo: sarebbe meglio togliere il VAR e lasciare il gol-no gol». Che poi è un modo sibillino per spaccare il capello in quattro e puntualizzare che noi, ehi, si preferisce avere la vigna sempreverde, la botte piena e la moglie ubriaca. Nossignore: vietiamo che la tecnologia, in qualsiasi forma essa bussi alla porta, possa fare invasione di campo, scelta dettata da una presa di coscienza e, insieme, come manifestazione di coerenza; altrimenti teniamoci stretta la VAR, apriamoci alle magnifiche sorti e progressive, e buonanotte ai sognatori. «Non vorrei che andassimo nel mondo dei disumani, così è calcio da laboratorio e non sapremo più il valore dell’arbitro», fanno eco Buffon e la sua premessa sillogistica, cui seguita una conclusione enunciata ex cathedra, e con quel savoir-faire tale da preferire due feriti a un morto, che neanche una Elsa Fornero nominata a segretare gli arcana imperii: «Quando riusciranno ad adoperarlo con parsimonia e a calibrarne l’uso, sarà un ottimo ausilio». E un benservito ad Aristotele, tiè.

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Indietro non si torna, al diavolo la nostalgia. Il VAR va accolto a braccia aperte, ordinano i suoi latori. Siamo al cospetto di un dogma talmudico, una specie di visione messianica, salvifica, quasi palingenetica: il VAR come atto di fede. E assicurano che avrà a che fare col nostro futuro. «È una macchina bellissima», dichiara il numero uno della FIFA, Gianni Infantino, «dà più giustizia e trasparenza al calcio: è il futuro». Futuro è passato. Noi visti come reazionari, conservatori, passatisti, gli eversori; loro, modernisti, tecnologisti, portatori sani di verità, i progressisti a oltranza che, lancia in resta e a piè fermo, ammoniscono il primo che osi seminare dubbi, discutere l’ipse dixit, eccepire, confutare, pronti come sono a declamare la condanna esemplare, l‘autodafè per gli eretici. Eppure qualche temerario (r)esiste e insiste. Ignara del clima repressivo imperante, una vocina tremebonda si alza dal fondo, prova a formulare un’obiezione plausibile: e però, signor giudice, così svanisce il pàthos, così ne violate l’anima, così è tutto fin(i)to.

Il calcio è ciò che si avvicina di più all'esperienza della catarsi nel teatro greco (foto di Matthias Hangst/Bongarts/Getty Images)
«L’entusiasmo che si scatena ogni volta che la palla bianca scuote la rete può sembrare mistero o follia, ma bisogna tenere in considerazione che il miracolo si concede poco […] e la folla delira, e lo stadio dimentica di essere di cemento e si stacca dalla terra librandosi nell’aria» (Eduardo Galeano)
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Convalidare il gol, lasciarlo festeggiare dalle genti e poi, altolà!, confabulare in diretta col Grande Fratello – qualcosa non quadra o almeno questo è il responso obliterato dalla scatola nera –, perciò la mano sinistra scivola a protezione dell’auricolare mentre la destra copre la boccuccia (sia mai spunti un monosillabo osceno durante la lettura del labiale), visionare le immagini vivisezionate e decostruite in fotogrammi, e annullarlo, quell’atto epifanico di rara trascendenza, un istante di felicità consustanziale a una manciata di attimi della vita, quel coito prolungato che desideriamo tanto, ogni volta che accade e riusciamo ad assaporarlo, non finisca mai, con l’urlo in gola strozzato appena nato. Santo iddio, Eupalla, perché ci hai abbandonati? Tu guardali: l’arbitro ridotto a una pendant della tecnologia, una sorta di automa, sollevato dalle incombenze più scottanti (fischio o non fischio?, questo era il suo problema); i tifosi sugli spalti, già devitalizzati e anestetizzati dallo showbiz, osservali attentamente, declassati a figuranti a comando, a macchiette, a claque replicante; l’errore umano, infine, cassato vita natural durante dal vocabolario della neolingua. Benvenuti al Super Bowl.

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Indietro non si torna. Ma rinsavire, a quanto pare, è ancora possibile. Giancarlo Dotto, scrittore e spalla teatrale di Carmelo Bene, il quale ci mise in guardia, tra i vari insegnamenti relegati a lettera morta, dal considerare, spostato l’accento dai significati ai significanti, il linguaggio come figlio del pensiero e non, viceversa, il pensiero come risultato del linguaggio, ha abbandonato il tunnel senza luce in cui si era dispersa l’equazione VAR uguale verità assoluta. Ai primi vagiti delle trasmissioni, allorché l’occhio vitreo e centripeto andava guadagnandosi il proscenio e riscuoteva gli applausi preconcetti del pubblico, Dotto ne abbracciò croce e delizia. Marciava, sole in faccia e certezze in tasca, al fianco dei varisti, persino al più tonto dei tonti, convincendosi, stolidamente, che la moviola in campo avrebbe rimesso a posto i cocci del mondo del calcio, ridando giustizia agli assettati e punendo gli odiati «strisciati», la Juventus della Fiat, il Milan dell’oligarca Berlusconi, l’Inter del petroliere Moratti, vale a dire, senza troppi giri di parole, quell’élite che, spalleggiata dalle sorellastre romane e dalla politica maneggiona e arraffona con epicentro nella Capitale, ha esercitato da sempre, giurano e spergiurano, una certa sudditanza psicologica – moral suasion – direttamente proporzionale al peso del proprio valore in Borsa, che è in fin dei conti, detto papale papale, garanzia necessaria per accaparrarsi tutto e tutti, dal Lentini al moviolista di turno, ai dirigenti stallieri e ammanicati con i parrucconi e i padroni delle ferriere, e uscirne puntualmente impuniti, quando non ringalluzziti, nonostante le spire del sentimento popolare, scandalo dopo scandalo.

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Interpretare l’oggettività.

Accortosi dell’illusione, più che della menzogna, sia perché non è vero niente che la verità è tautologicamente vera (la verità è costituita, per dirla con Simone Weil, dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità) sia perché la macchina, veicolata dall’uomo, risulta ancora e vieppiù fallibile (al momento non sembra in grado di risolvere, né in punto di stretto diritto né d’emblée, l’errore: per la crocifissione dell’errante e la realizzazione della giustizia terrena ci stanno lavorando), il Dotto ha dunque abiurato sua sponte: «Il VAR è una disgrazia». Di più e definitivo, l’apoftegma: «Ero uno dei tanti imbecilli che auspicavano la moviola in campo e che insistono da qualunque fronte a non vedere l’effetto mortifero di questa innovazione». Ben detto, ben fatto. Concediamogli il perdono, tre Ave Maria e un Pater Noster sono più che sufficienti.

«Il VAR ha disintegrato l’unità di spazio e di tempo dell’evento. Il calcio prima del VAR somigliava alla vita. Accadeva. Fluiva tumultuoso e bastardo. Un happening di novanta minuti governato dal talento ma anche dal caso, dove tutto succedeva e il contrario di tutto. Un romanzo dal finale sempre aperto, farcito di cose, brividi, noia, momenti sublimi, cazzate madornali, momenti esemplari e feroci ingiustizie. Ma, da che il sipario si apriva, questo era sicuro, nessuno poteva metterci il becco, nessuno poteva interferire. Solo eventi soprannaturali. Un’invasione di campo, un’alluvione, uno sbarco da Marte».

Gli antivaristi, di questo passaggio, possono farne un manifesto, uno squillo di tromba avanguardistico. Tocca solo attuarlo. Dove sono finiti i tifosi? Meglio: dove si sono cacciati gli ultras, quelli che lottano «contro il logorio del calcio moderno», quelli che «non ci avrete mai come volete voi», gli ultimi giapponesi irriducibili? Dove siete? Svuotatevi le tasche dalle storture della modernità, liberatevi dal giogo dei suoi apprendisti stregoni e scendete dal letto di Procuste. Facciamo tutti quanti un passo indietro. Se non si può, si deve. Per celebrare la mano de Dios, a Città del Messico ’86, come il colpo di genio calcistico del secolo, lo sberleffo in faccia alla téchne. L’acme dell’imponderabile. Al di là degli interessi di campanile e dei miseri conticini da bottegai. In difesa del calcio (o di quel poco che ci rimane).

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