Perché la pubblicità di Sky per le coppe europee ci lascia perplessi.
La pubblicità di Sky per la nuova stagione di coppe europee è umiliante. Lo è per chi l’ha fatta e lo è, soprattutto, per chi la guarda. Possibile che nel 2026 le menti illuminate che scovano le idee per gli spot pubblicitari siano ancora lì e che Sky sia messa così male da doversi rifare al binomio calcio-religione per imbellettarsi?
Qualcuno (già li sento) avrà anche l’ardire di definire geniali quei trenta secondi di spot. Ma no, non c’è niente di geniale, niente di innovativo, niente di coraggioso. Niente di divertente, soprattutto. Sia chiaro: mischiare calcio e religione non è una blasfemia di per sé. Tutt’altro. Anzi, chi redige questo pezzo ci ha scritto un libro sull’argomento – ma è il come lo si fa che squalifica la cosa. Non mi interessa fare il censore alla Benedetto Croce per dire che cosa si può o non si può fare parlando di calcio e di religione – ma è frustrante vedere come viene trattato un argomento così sensibile.
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Nel trattare il tema ci fermiamo sempre tutti lì, a Pasolini e alla sua il-calcio-è-l’ultima-rappresentazione-sacra-del-nostro-tempo che, purtroppo sempre decontestualizzata, ha fatto più danni della grandine o, peggio, ha fatto più danni de la-bellezza-salverà-il-mondo di dostoevskijana memoria. Forse qualcuno duro di comprendonio deve ancora capirlo del tutto – ma quello di Pasolini era un grido d’allarme, una denuncia. Non una frasetta buttata lì per fare il fico.
Era, invece, qualcosa del tipo: ragazzi miei, ragazzi di strada, se il calcio è l’ultimo spazio in cui il sacro entra nelle nostre vite, siamo nella merda. Lo vogliamo capire o no?
Bisognerebbe andare oltre, pensare alle conseguenze e capire anche che il nostro, di tempo, non è neanche più il tempo in cui Pasolini parlava di quel calcio, di quella rappresentazione, di quel sacro: è passato oltre mezzo secolo da quell’intervista.
Sarebbe il caso di farlo e di non scherzarci ancora sopra. Ci sono cose più serie di altre e dei momenti in cui su alcuni argomenti dovrebbe scendere un velo pietoso. Già quando si scambia ancora il ludico col religioso si sta messi male (e ci si fa male, più che altro) – ma noi oggi viviamo in un tempo in cui l’industria del calcio moderno ha svuotato il calcio anche di quella sacralità.
Il calcio, quindi, per dirla alla Pasolini che ora è tanto mainstream, è stata l’ultima rappresentazione sacra. Non c’è più niente, o ce n’è molto poco, di sacro nel nostro calcio. E questo perché proprio il ‘calcio di Sky’ (banalizzo per capirci) è il calcio-spettacolo. E lo spettacolo, di per sé, è un epifenomeno del tutto antireligioso del capitalismo – ma che, subdolamente, del religioso sfrutta sia il materiale sia l’immaginario. Quindi, per favore, basta con questa banalità. Possiamo fare tutti di meglio.
Tutto questo non significa che i tifosi non debbano avvinghiarsi all’idea che i loro beniamini siano degli Übermensch cui manca solo il trascendentale per essere delle divinità; o anzi che, in casi particolari, diventino dei veri e propri dèi scesi in terra. Lo faccio anche io ogni domenica. Anzi, mannaggia al calcio postmoderno, ogni lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e, rarissime volte, domenica.