La globalizzazione del talento nel calcio postmoderno.
Ci sono un italiano, un inglese e un tedesco. E pure un brasiliano. Anzi c’erano. Ma forse, ormai, venti, trent’anni fa. E questo non è l’inizio di una barzelletta bensì la fine del pallone local sgonfiato dal football global. Anzi, questa è l’inizio di una favola – quella del calcio di una volta.
C’era una volta, infatti, il brasiliano ginga, tutto magia e improvvisazione, un dribblomane sorridente e nostalgico che appena poteva si toglieva le scarpe per sentire il pallone sulla pelle, saudade nel cuore e Toquinho nelle orecchie. C’era il tedesco tanto disciplinato e programmatore da inventare la regia arretrata alla Beckenbauer, psicologicamente inscalfibile e pronto alla battaglia fisica, al sacrificio per un bene superiore, quello della Über-squadra da trasformare in una macchina inarrestabile.
C’era l’inglese dominatore dei cieli, rude difensorone scoordinato capace di scoordinare anche i legamenti degli avversari, compagno dell’inglese centrocampista totale, quello dai mille polmoni d’acciaio capace, lui, di fare tutto lungo tutto il campo, come Re Bryan Robson, primo dei box-to-box, e come, poi, i tuttocampisti alla Gerrard e Lampard. C’era l’italiano dei vate sulla panchina, catenacciaro, indefesso, tatticissimo e paraculo fino all’ossesso, abituato alla sofferenza, eccellente nell’emergenza, che bacia il palo che l’ha salvato, che fa espellere quello a cui ha rifilato una gomitata in faccia, solito a una certa bruttezza stilistica bilanciata o dall’ammutolente gloria della sua vittoria finale o, mal che vada, da un tipico trasformismo voltagabbana.
E poi c’erano, di certo, anche gli altri: gli spagnoli, prima furiosi nel loro orgoglio e poi compassati con la loro precisione nello stretto; gli argentini, la garra della massa accidiosa a servizio del genio superbo; gli olandesi, il calcio totale dei ruoli interscambiabili e del triangolo continuo che usava lo spazio come un alleato per allargare il proprio campo d’attacco e restringere quello degli avversari; i francesi col loro Carré Magique, estetica, triangolazioni e purezza del numero 10; gli africani (ovviamente stereotipatamente intesi come corpo unico senza differenze – sic!), estro, esplosività e indisciplina tattica; quelli dell’ex Jugoslavia, scostanti, fenomenali, meravigliosi, superiori quando andava loro di giocare ma abulici, anedonici, addirittura apatici il più delle volte. E potrei andare avanti mettendo quasi tutte le bandierine sul mappamondo.
Quello che è certo è che fino a qualche decennio fa esistevano delle identità tecniche e tattiche molto ben definite, comprensibili e riconoscibili. Per spiegarle bisognerebbe appellarsi a quel coacervo, quel cumulo, quella congerie di abissi che è il concetto di ‘cultura’; e inoltre, ahimè, bisognerebbe aggiungerci accanto un’altra parolaccia, un aggettivo, cioè ‘nazionale’.
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