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Estero
8 Agosto

Lukaku al Chelsea è già Superlega

Marco Armocida

25 articoli
Sul ponte (italiano) sventola bandiera bianca.

Per i portoghesi si può provare saudade per motivi disparati: per un luogo caro della nostra infanzia, per un’esperienza passata o per un periodo ormai concluso della vita. Ma soprattutto, per qualcuno che non c’è più.

«Saudade é arrumar o quarto
do filho que já morreu».

Chico Buarque, Pedaço de mim, 1977

Di saudade stanno certamente soffrendo milioni di interisti sparsi per il mondo, costretti a fare i conti con la cessione inaspettata del loro giocatore migliore: Romelu Lukaku. Operazione di mercato che, come accade con tutti gli addii inattesi, si colora di una malinconica e lacerante nostalgia. A peggiorare il tutto, il senso angosciante di una stagione imminente che, densa di presagi funesti, si prospetta avida di gloria. 

Si potrebbe utilizzare una sineddoche senza il timore di sconfinare nel campo delle iperboli: Lukaku era l’Inter. Senza il belga i nerazzurri perdono il miglior giocatore della passata stagione di Serie A, quello che maggiormente è migliorato nei due anni della gestione Conte. I campioni d’Italia si privano del loro punto di riferimento della manovra offensiva, un numero nove che creava gioco e occasioni come fa un numero 10. Lukaku era l’uomo a cui affidare nei momenti più critici il pallone, che tra i suoi piedi si calmava come un bimbo in lacrime quando sente il calore materno.



Oltre all’aspetto tecnico, il vuoto lasciato da Big Rom riguarderà la sfera emotiva. La verità è che, soprattutto in questo ultimo anno, il belga si è caricato i compagni sulle spalle. È assurto al ruolo di guida carismatica, riuscendo a non macchiarsi mai di una sicumera tracotante. La sua essenzialità è emersa anche al di fuori del rettangolo verde: davanti ai microfoni, Lukaku ha completato il suo processo di maturazione, scegliendo di non celarsi tra le tenebre dell’anonimato ma preferendo sempre e con entusiasmo il peso delle responsabilità. Il numero nove (ormai ex) nerazzurro era il vero capitano della squadra, un generale che amava sporcarsi di fango e che, alla prima persona singolare, preferiva sempre quella plurale. Un leader che aveva sposato appieno il progetto di palingenesi della Beneamata.

La cessione di Lukaku permette di fare anche alcune riflessioni sullo stato dell’arte del calcio europeo. Interessanti, in questo senso, sono le dichiarazioni di qualche giorno fa di Fulvio Collovati ai microfoni de L’Interista:

“Lukaku è importantissimo, ma bisogna rendersi conto che nel calcio di oggi si predica bene, ma poi… Il paradosso è che tutti sono contro la Superlega e poi certe società spendono 130 milioni di euro per un calciatore. Si parla tanto di ridurre i costi, poi arriva il magnate russo o lo sceicco e comprano ciò che vogliono. Il calcio è nelle loro mani, ma ciò non significa che vinceranno”.

Fulvio Collovati

La verità è che la Superlega è lontana, ma neanche troppo. Il progetto (per il momento in stand-by) nasceva dal bisogno delle società più ricche in Europa di aumentare i propri guadagni. Per alcune di esse (Barcellona, Real Madrid, Juventus, Milan, Inter) tutto ciò assumeva le sembianze di un grido di allarme, confermato dalla loro pressoché inesistente attività (almeno alla voce acquisti) nel corrente calciomercato estivo. Questo bisogno non sembra tuttavia tangere minimamente altre squadre (Manchester City, Chelsea, Manchester United) che, lungi dal ridiscutere le spese di questo sistema, contribuiscono a rendere folle il mercato pallonaro.

Mr. 100 milioni di sterline (sic!)

Le inglesi, prime a ritirarsi ad aprile dal progetto ideato da Agnelli e Florentino Perez, stanno agendo (in realtà da anni) in nome degli stessi principi su cui si fondava la Superlega: profitto e spettacolo. La crisi del calcio, acuita dalla pandemia globale, sembra toccare soltanto alcuni e la forbice che riguarda il potere d’acquisto delle diverse squadre è fatalmente sempre più ampia.

Così, in un’estate in cui la squadra campione d’Italia è costretta a vendere i suoi pezzi migliori e la compagine con il fatturato più elevato ha difficoltà ad acquistare un giocatore dal Sassuolo, il Manchester City può concedersi il lusso di acquistare Grealish per 117 milioni di euro e di trattare Kane per una cifra simile, o forse addirittura superiore. Il Manchester United decide di completare l’acquisto di Jadon Sancho dal Borussia Dormund per 90 milioni e quello di Varane dal Real Madrid per circa 50 milioni. E il Chelsea campione d’Europa, beh, inutile ribadirlo.

A tutto ciò va aggiunto il ruolo svolto dal Paris Saint Germain, dominatore assoluto di questo calciomercato. La squadra del presidente Nasser Al-Khelaifi (strenuo oppositore del progetto Superlega, attualmente presidente dell’Eca e responsabile tramite il broadcaster Bein Sports della vendita dei diritti tv Uefa in Nord Africa e Medio Oriente) ha in questo mese completato l’acquisto di Hakimi (per circa 70 milioni) e a costo zero, ma con ingaggi faraonici, Sergio Ramos, Donnarumma e Wijnaldum – per non parlare di un certo argentino che sta per prendere un solo andata da Barcellona. Il PSG, che pochi giorni fa ha perso la Supercoppa contro il Lille, spenderà per i suoi 3 portieri 23 milioni all’anno di stipendi e, per il solo undici titolare, circa 160 milioni di euro annui.



Ma la cessione di Lukaku è anche una vicenda che riguarda i tifosi. Le reazioni di protesta in queste ore non sono mancate. E mentre i vip capitanati da Cottarelli e Mentana si sono uniti nel tentativo di promuovere forme di azionariato popolare, i tifosi della Curva Nord sono scesi in piazza chiedendo alla società il rispetto delle promesse fatte in passato.

Proprio a questo proposito, la vicenda Lukaku sembra confermare l’effettivo peso del tifoso tradizionale, oggi trasformato in una comparsa ormai vuota di significato. Privare una tifoseria di una squadra in ascesa (e campione d’Italia dopo dieci lunghi anni) del suo simbolo significa proibirle di sognare. Significa rendere più difficile in futuro qualunque processo di transfert, condizione essenziale per ogni forma di identificazione e di amore. Vuol dire accelerare un processo generale di disaffezionamento.

È chiedere ai tifosi un esercizio di eccessiva razionalità, che mal si sposa con il furore irrazionale delle passioni umane. I tifosi dell’Inter, consci delle enormi difficoltà finanziarie della proprietà, avevano già accettato (seppur malvolentieri) la cessione di Hakimi. Probabilmente avrebbero fatto lo stesso anche con quella di un altro big, magari Lautaro. Vendere Lukaku significa però certificare il trionfo dell’economia sui sentimenti, della matematica sull’amore. È la testimonianza tangibile dell’insensibilità di una proprietà lontana da tutto e soprattutto dal cuore di chi per la Beneamata soffre quotidianamente.

La cessione di Lukaku rischia di creare una spaccatura insanabile tra la società e il tifo nerazzurro

Senza pretendere di voler porre un nesso di causa-effetto tra le due vicende, è quantomeno curioso che questa sia anche l’estate in cui l’Inter ha deciso di cambiare il suo main-sponsor e sposare la causa di Socios.com. La piattaforma è specializzata in Fan Token, sorta di criptovalute. Il meccanismo è semplice: più Fan Token si hanno, più pesa il proprio voto. L’obiettivo è creare folle di nuovi appassionati digitali e farli intervenire su questioni quali marketing, design dello stadio, sondaggi vari ed eventuali inni celebrativi. E così i veri tifosi in Italia, orfani di Conte, Hakimi, Lukaku e persino di una maglia da gioco degna della storia dell’Inter, potranno consolarsi acquistando delle criptovalute.

Utili, chissà, a decidere la formazione iniziale per le prossime partite amichevoli della loro squadra. Fondamentali, certo, per contribuire a completare il loro passaggio da protagonisti di un rito d’aggregazione tribale e religioso a clienti-pupazzi di un’industria ormai schiava del dio denaro. O, come dice Giancarlo Dotto, “a mucche da mungere fino all’ultima stilla”.

La vicenda Lukaku è complessa e tentare di risolvere le questioni che ruotano intorno ad essa è come provare a girare intorno a una piramide egizia per trovarne l’ingresso. Mentre sale a 175 il numero delle squadre italiane che negli ultimi 32 anni non si sono potute iscrivere ai campionati professionistici, l’addio di Messi al Barcellona apre nuovi scenari inquietanti sul calcio europeo – anche le superpotenze spagnole, rispetto ad altre, sono costrette infatti ad un passo indietro. Di certo l’Italia, con gli occhi ancora lucidi per il vivido ricordo dell’Europeo, è costretta a guardare inerme da lontano questa guerra tra plutocrazie. La cessione di Lukaku, cartina di tornasole del difficile stato in cui versa il calcio italiano, fa emergere tutte le crepe di un sistema ormai pienamente in crisi.

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