Esplorando il Caucaso o guardando una cartina geografica nessuno troverà traccia del Nagorno Karabakh. Un fazzoletto di terra, il ponte fra Europa ed Asia, situato tra la cattolica Armenia e l’Azerbaigian musulmano. Un territorio capace di connettere il 70% della popolazione e delle risorse energetiche mondiali, e da sempre conteso fra i due Stati; inizialmente fece parte dell’ URSS e solo nel 1923 ed entrò a far parte dell’Azerbaigian. Gli scontri tra armeni ed azeri iniziarono, tuttavia, ben prima del definitivo crollo dell’URSS. Già tra il 1987/88 Baku lanciò dei veri e propri programmi anti-armeni per contrastare le rivendicazioni dell’Alto Karabakh ad unirsi alla Repubblica Armena. Le relazioni precipitarono con il crollo dell’Unione sovietica a cavallo degli anni 90: infatti, dopo un referendum indetto nel 1991 sulla possibilità di annessione allo stato armeno, la situazione è degenerata del tutto sfociando in una guerra violentissima, con l’esercito azero che apri il fuoco sulla popolazione.

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Una guerra che non fu segnata dall’odio etnico fra la maggioranza armena (cattolica) e gli azeri (musulmani), ma fu invece una vera e propria guerra identitaria da parte degli abitanti del Nagorno, i quali chiedevano autonomia ed indipendenza da uno stato vicino territorialmente ma culturalmente lontano. Gli armeni e i territori del Nagorno furono appoggiati dalla Russia e dall’Iran, l’Azerbaigian invece da Turchia e dagli Stati Uniti. Le stime parlano di più di 30.000 morti, con quasi un milione di profughi e città andate completamente distrutte per la violenza inaudita del conflitto. Durato formalmente dal 1988 al 1994, si è concluso con la vittoria delle forze armate armene e l’indipendenza de facto del Nagorno Karabakh, una Nazione riconosciuta solo dai sui abitanti, ma da nessun membro dell’ONU né tantomeno dall’Azerbaigian o dall’Armenia. Tra l’altro, le cicatrici della guerra non si sono ancora rimarginate del tutto: basti pensare all’escalation militare di Aprile 2016 che ha infiammato nuovamente gli animi, con il sostegno del Presidente turco Erdogan a favore del governo azero.

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Situazione nel Nagorno Karabakh

La popolazione del Nagorno ha di necessità dovuto adattare il proprio stile di vita in base ai bombardamenti: i bambini impararono a disputare partite di calcio di diciotto minuti ad esempio, in quanto venti sono i minuti per ricaricare le granate dell’ultima esplosione. Agdam in tal senso, importante centro nella pianura azera proprio sotto i rilievi del Karabakh, è una città simbolo della violenza del conflitto. La città è andata completamente distrutta dopo un pesante bombardamento, costringendo l’intera popolazione di circa 60.000 abitanti a migrare nelle zone limitrofe, disperdendosi sul territorio. Territorio della città di Agdam che fa parte dei territori dello stato del Nagorno Karabakh dal 24 luglio del 1993, considerata fondamentale oltre che strategica dalle forze armene, giacché da lì erano partite tutte le offensive azere. Attualmente quel che ne rimane è solo una città fantasma, non più abitata e ridotta completamente in macerie, con solo la memoria di una città fiorente. L’unica cosa che ancora resta viva, però, è proprio la squadra di calcio di Agdam, il Qarabag. Una squadra itinerante, in perenne trasferta dal 1993: oltre ventiquattro anni di partite giocate lontane dal proprio covo, lo stadio Imaret di Agdam, inaugurato nel 1952 e andato distrutto con la guerra.

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Più di un club verrebbe da dire, attualmente il Qarabag rappresenta la memoria storica di una città che non esiste più. E allora il Qarabag è il punto di partenza per la ricostruzione di Agdam, ed anche un modo per non dimenticare la guerra del Nagorno Karabakh. Il primo titolo del campionato azero arriva proprio nel 1993 – una settimana dopo la presa e la distruzione di Agdam – ovviamente oscurato nelle notizie dell’epoca, occupate a raccontare la violenza della guerra. Protagonisti della guerra anche alcuni membri dello stesso Qarabag, basti pensare all’allenatore Allahverdi Teymur oglu Bagirov che si arruolò, raggiungendo il grado di comandante, e morì sul fronte mentre aiutava dei rifugiati a scappare nel giugno del 1992. Le sue gesta non passeranno inosservate, ed anzi lo elevarono al rango di eroe nazionale e conseguentemente a punto di riferimento per i sostenitori del Qarabag, che ne perpetuano ancora il ricordo con uno stendardo a lui dedicato esposto in tutte le partite del club.

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Bagirov accompagna tutte le partite del Qarabag

Il Qarabag è un modello identitario dell’Azerbaigian, un modello per esportare un’immagine positiva anche all’estero. Lo sport e il calcio, in particolare, sono stati sfruttati per migliorare l’immagine di un Paese afflitto da evidenti problemi sul fronte dei diritti umani. Non è quindi una sorpresa che il governo dell’Azerbaigian sia pronto ad investire sul Qarabag, unico club azero ad aver raggiunto la fase a gironi della Champions League e quest’oggi avversario dell’As Roma. Riprendendo le parole del portavoce del Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaigian possiamo ben capire cosa rappresenti il Qarabag nello stato azero:

“Il Qarabag rappresenta non solo l’Azerbaigian, ma anche la speranza di un milione di rifugiati guidati dalla loro casa”.

L’interesse per lo sport da parte del governo azero è evidenziato dalla trasformazione che ha investito la città di Baku, che da anonima città sovietica si è trasformata in una dinamica metropoli occidentale attraverso l’organizzazione di diversi eventi culturali e sportivi (dal 2002 ad oggi Baku ha ospitato trentasei manifestazioni sportive differenti). L’idea di ripulire l’immagine del paese – macchiata da brogli elettorali, arresti di giornalisti e repressione – attraverso lo sport, ed il calcio in particolare, era d’altronde un obiettivo dichiarato nell’agenda politica, con ogni probabilità voluto dallo stesso Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaigian dal 2003. Essere tifosi del Qarabag in un contesto simile non è semplice, ma permette di vivere il tifo con una spinta, un sentimento in più; non è questa una squadra come un’altra, è il ricordo di migliaia di rifugiati, simbolo degli orrori della guerra e forse da quel momento in poi strumento di potere dell’Azerbaigian. I tifosi del Qarabag anche per questo sono estremamente fieri del proprio team, talmente orgogliosi da chiudersi nel riserbo. Raccontare la loro storia è molto difficile poiché in molti non vogliono ricordare le atrocità degli anni 90 ed altri invece, che non erano ancora nati, si aggrappano al club ed al mondo ultras degli “Imaret Tayfa” creando un rapporto diretto con la propria vecchia terra d’origine, attualmente lontana da loro da una cortina di fuoco che separa il Nagorno Karabakh dall’Azerbaigian.

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Una panoramica sulla curva del Qarabag

Gli Imaret Tayfa sono un gruppo ultras fiero, moderato, fedele all’immagine del soldato ed ex allenatore Allahverdi Teymur Oglu Bagirov, che portano con se in ogni match disputato dal Qarabag: una sorta di gagliardetto identificativo. Nascono nel 2009 ed il nome, come loro stessi ci raccontano avvicinati pochi giorni prima del match di Champions League contro il Chelsea di Antonio Conte, riprende il nome del vecchio stadio del Qarabag, l’Imaret stadium di Agdam costruito nel 1952 ed andato distrutto durante un bombardamento del 1993. Tayfa invece significa tribù, clan, gruppo, e rimanda a quell’incancellabile senso di appartenenza con il territorio di Agdam: così nasce l’Imaret Tribù.

“Il Qarabag è la nostra patria, anche se alcuni di noi non sono nati lì, le nostre anime appartengono a quella terra” cosi uno di loro esclama durante il nostro incontro “il Qarabag è un simbolo per tutti noi e per tutto l’Azerbaigian, anche se la guerra ci tiene lontani da quel territorio il Qarabag esiste ancora”.

Si percepisce il grado di orgoglio di questi tifosi a pelle, e toccar l’argomento della guerra non è dei più facili. Anche se molti di loro sono nati e cresciuti lontani dal conflitto, diversi familiari invece mantengono vivo il ricordo di quei giorni; il rancore e la voglia di ritornare sono forti, ed il grado di tensione sull’argomento è tale da rendere impossibile rubar loro più di due parole. Nel 2016 gli animi lungo il confine si riaccesero con numerose esercitazioni da parte di entrambi i fronti, in attesa del passo falso dell’avversario per scatenare l’indicibile. Gli Imaret Tayfa nel momento in cui si parla di guerra cambiano atteggiamento: la disponibilità mostrata in un primo momento svanisce e la conversazione assume toni distanti, seccati, concludendosi con un chiaro “No, non ne vogliamo parlare. Noi siamo ultras e di questi argomenti ne possono parlare solo i superiori, i patrioti del nostro gruppo”. Una chiusura ermetica che non fa trapelare nessuna parola in merito, ma che rispecchia la situazione di tensione interna al Paese in merito al Nagorno Karabakh.