Tifo
30 Marzo 2026

Volontà di Potenza

Essere Ultras dove conta davvero.

Potenza è una piccola città inerpicata su un colle che ad un certo punto arriva a farsi montagna. Vi si giunge attraversando in auto colline nude, finché da lontano non appare un nugolo di case, fitte fitte l’una accanto all’altra.

Se la si guarda con gli occhi di Goethe o di Stendhal, forse essa non si mostra di primo acchito armonica e ariosa, non se paragonata alle geometrie di certi centri storici della nostra Penisola. Complice il terremoto di qualche decennio fa, di quella che fu la Potenza delle origini non rimane che una via divenuta ormai secondaria. Eppure, una volta superata la coltre di tetti edificati l’uno sopra l’altro attorno alla metà del secolo scorso, si ha accesso al cuore di una cittadina in cui, per dirla con Guido Piovene, «la parte interna ha la sua grazia, e alcune belle chiese, come la cattedrale, San Francesco e San Michele Arcangelo».

Per quel che riguarda la sostanza umana, invece, le persone sono di grande cortesia e affabilità, unite a una misura di costumi che non ammette eccessi o melodrammi da quattro soldi.

Sono estremamente attaccate alle proprie origini, vivono con sofferenza lo spopolamento della Basilicata, tifano la propria squadra paesana e, non di rado, appartengono a quella piccola borghesia che la domenica fa le vasche lungo via Pretoria su e giù cento volte prima di “ritirarsi”, come dicono.

È, questa, una realtà diversa da tutte le altre del meridione più conosciuto. I potentini diffidano del mare, coltivano viti collinari, amano le scampagnate dove l’aria punge, vivono di cose semplici e convivono con quello che può offrire un piccolo capoluogo sviluppatosi verso l’alto. D’altra parte è una situazione non dissimile a molte altre realtà italiane, dell’Italia profonda s’intende, dove al netto degli svantaggi pratici e delle scomodità logistiche, si trova ancora una vita che pulsa: quella dei campanili, delle tradizioni e del radicamento che dischiude l’accesso al sacro, nella convinzione che valga la pena di restare, o quantomeno di non andarsene per sempre.

Potenza, la sera (Wikipedia)

Se uno poi la visita di persona, scopre una terra avida di prospettive e ricca di giovani brillanti, insofferente alla retorica, per certi versi estremamente settentrionale a dispetto della latitudine. Persino il Santo patrono è arrivato dalla Pianura Padana e a maggio, quando si rievoca la cacciata dei Turchi di san Gerardo da Piacenza, la comunità si riversa tra i suoi vicoli portandone la statua in spalla, in quella miscela di sacro e profano che lega indissolubilmente gli uomini ai luoghi.

È in questo ambiente – appartato, tenace e profondamente orgoglioso della propria identità – che anche il calcio avrebbe trovato terreno fertile. Percorrendo una direttrice opposta ai molti giovani che oggi se ne vanno a studiare altrove, e non diversa da quella seguita dal santo nel XII secolo, qui nel 1920 arriva Alfredo Viviani, un impiegato statale con una passione quasi militante per lo sport.


🦁 BREVE STORIA DI UN AMORE INOSSIDABILE 🦁


Nato a Venosa, dopo il servizio militare vince uno dei primi concorsi nazionali per ufficiale postale e inizia a lavorare a Milano, dove rimane però solo un anno prima di riuscire a farsi trasferire nella provincia natia. Qui, oltre all’attività professionale, coltiva una vivace vocazione giornalistica: nel 1911 fonda un piccolo quindicinale satirico, il Don Chisciottino, e negli anni successivi collabora come corrispondente con giornali come La Gazzetta dello Sport e Il Mattino; tuttavia il suo nome rimane legato soprattutto alla nascita del calcio locale: è proprio Alfredo, infatti, che insieme ad altri appassionati mette in piedi lo Sport Club Lucano, la polisportiva da cui sarebbe disceso l’attuale Potenza Calcio, guidando la società nei suoi primi passi.

potenza stadio
Lo stadio, intitolato al pioniere del Potenza

Agli inizi, in realtà, quella creatura rimane poco più che una passione organizzata. La compagine non partecipò a competizioni ufficiali fino alla stagione 1933-34, quando prese parte per la prima volta al campionato di Seconda Divisione. Fu un debutto incoraggiante: al termine della stagione arrivò l’ammissione alla Prima Divisione, che dall’anno successivo avrebbe preso il nome di Serie C.

Negli anni seguenti, però, la società cambia più volte denominazione, fino a quando, dopo il secondo conflitto mondiale, non viene ricostituita con il nome di Sport Club Potenza e si affilia alla Lega Nazionale di Serie C.

Per quel che conta, poi, se volessimo metterla sul piano numerico, e fatta eccezione per una manciata di campionati di B negli anni Sessanta, si registrano almeno una decina di retrocessioni e circa settant’anni trascorsi tra Serie C e campionati dilettantistici. Una storia fatta di poca stabilità ma tanta ostinazione, nel corso della quale nonni, padri e figli hanno conosciuto tutti almeno un fallimento e una nuova ripartenza.

potenza ultras
Ringraziamo Giuseppe Salinari per le foto d’archivio (questa come quelle che seguiranno)

Siamo chiari, quando si dice che la squadra è la sua gente, tante volte si rischia di scadere in discorsi triti. Eppure a Potenza si ha davvero l’impressione che questo in fondo valga davvero, quantomeno se si pensa a come per oltre un secolo di storia sportivamente travagliata, il vero e inossidabile filo conduttore sia stato rappresentato dai suoi tifosi. La storia del tifo, infatti, qui non si può associare a fortunati cicli sportivi. Anzi, sembra proprio che dinnanzi alle ricorrenti difficoltà societarie, le diverse generazioni di aficionados si siano strette attorno al Leone rampante che svetta sul petto della loro casacca proprio quando esso ne aveva più bisogno.


🎇 IL TIFO POTENTINO 🎇


Le radici del tifo organizzato affondano nei primi anni Ottanta, quando in città, attorno alla figura di Luciano Pistone, nascono i Fedelissimi. Accanto a loro compare presto il primo vero gruppo ultras, la Gioventù Rossoblù, che raccoglie attorno alla curva i pionieri di questa sottocultura che stava contagiando ormai ogni stadio d’Europa […]

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