Estero
16 Agosto 2022

Mendy, Sigurdsson, Greenwood: cancellati con un click

Lo sport tra cancel culture e damnatio memoriae.

Una delle espressioni con cui, negli ultimi anni, abbiamo acquisito familiarità è senza dubbio quella di cancel culture. Una condanna, la cui origine parte spesso dal web e dai social network, nei confronti di personaggi pubblici rei di aver detto o fatto qualcosa di deprecabile, immorale o illegale, e che sfocia nel boicottaggio di tutto ciò che è legato al soggetto accusato (che sia un singolo o un gruppo) i cui prodotti (libri, canzoni, programmi o anche spot pubblicitari) vengono nei casi più estremi rimossi da luoghi pubblici e spazi online. Si tratta di un meccanismo la cui logica affonda le radici già nell’antichità, dall’ostracismo nella Grecia antica – con cui un soggetto veniva messo al bando dalla comunità – alla damnatio memoriae nell’antica Roma, una vera e propria condanna a cui venivano sottoposti soprattutto traditori e nemici dell’impero. Pratiche che però si distinguono dalla cancel culture per la loro base giuridica.

Era solo questione di tempo, allora, prima che il tema emergesse anche nello sport. Tre sono gli esempi recenti più gravi di atleti (in questo caso calciatori) letteralmente cancellati dalla dimensione pubblica: dal campo innanzitutto ma anche da social, pubblicità e videogiochi. Una rimozione che spesso si lega ad episodi di violenza sessuale, come dimostra anche l’ultimo caso di qualche settimana fa, con un calciatore di Premier non meglio precisato arrestato per un’accusa (poi diventate tre) di stupro: le indiscrezioni parlavano di una “star internazionale” di 29 anni, arrestata nel nord di Londra, che avrebbe giocato il Mondiale da protagonista con la sua Nazionale. Si è fatto il nome di Thomas Partey, tra indiscrezioni e smentite (l’ex fidanzata lo aveva accusato falsamente di stupro) ma poi sulla vicenda è calata una cortina fumogena.

Ripercorriamo allora i tre casi di cui “sappiamo” di più, almeno le generalità dei calciatori coinvolti: quelle di Mendy, Sigurdsson e Greenwood.

E analizziamo anche la pratica della cancellazione, il cui primo grande caso nello sport – o almeno il più eclatante – fu probabilmente quello che riguardò Chris Benoit, uno dei wrestler di punta della WWE che uccise la moglie Nancy e il figlio David nel 2007 prima di impiccarsi. Dopo un lungo dibattito interno, si decise allora di eliminarne ogni traccia del wrestler canadese da sito, videogiochi, pubblicità etc.. Come se non fosse mai esistito. Eppure si trattava allora di un caso che sconvolse l’America, e il processo di “cancellazione” era ancora ben lungi dall’imporsi nelle agende politiche e sociali: era solo la mossa di un’azienda, la WWE, che non voleva più in alcun modo essere associata al suo (ex) rappresentante.


LA CANCELLAZIONE DI MENDY


Il 26 agosto 2021 Benjamin Mendy, difensore della nazionale francese e del Manchester City, viene arrestato dalla polizia di Manchester con l’accusa di stupro e molestie sessuali ai danni di tre ragazze, una delle quali minorenne. Con il passare del tempo le accuse di stupro diventano otto, una di tentato stupro e una di molestie sessuali. Non è la prima volta che un calciatore finisce al centro di una vicenda di questo tipo ma a fare notizia, oltre la reiterazione del crimine, è il profilo coinvolto, un top player internazionale, campione del mondo con la Francia e titolare del Manchester City (che lo aveva acquistato per 60 milioni). Il giorno stesso dell’arresto è il club a pubblicare un comunicato ufficiale, con il quale annuncia la sospensione del giocatore. Negli ultimi giorni è invece partito il processo e c’è chi addirittura parla di ergastolo, mentre la condanna più credibile pare possa oscillare dai 5 ai 20 anni di carcere.

Già qui si vede, al di là delle connotazioni morali e restando sul freddo dato, che il ritmo della cancel culture non segue quello giuridico. Ma è molto più veloce.

Detto della sospensione immediata del club, qualche settimana dopo (il 12 settembre) il City rimuove tutti i contenuti web legati al calciatore – dalle foto di squadra e post sui social in cui è presente alle maglie in vendita col suo nome – ed il suo armadietto negli spogliatoi; una nuova e definitiva mossa la compie EA Sports, che decide di eliminare Mendy da FIFA 22. La decisione rappresenta una prima volta per l’azienda e comporta anche un effetto collaterale, ovvero l’impennata del valore delle ultime copie rimaste sul mercato di FUT, lanciate prima della condanna al calciatore; come spesso accade, la rarità dell’oggetto contribuisce ad innalzarne il prezzo in un fenomeno, questo sì, già visto con le carte di Josef Sural ed Emiliano Sala, calciatori deceduti nel pieno della carriera i cui avatar sono diventati “oggetti da collezione” in una perversa dinamica di price-fixing.

Oltre al Mendy calciatore, in questo periodo si sono perse anche le numerose tracce in rete del Mendy personaggio: è scomparso il profilo Instagram che contava più di un milione di followers, così come il suo canale Twitter ed alcuni contenuti come un famoso video su YouTube in cui mostrava la sua casa al canale BrFootball. In un mondo, quello online, in cui sembriamo contaminare di nostre tracce ogni click, impressiona la rapidità con cui l’impronta “sociale” di un calciatore vincitore di un Mondiale e tre Premier League venga appunto cancellata. Al momento Mendy aspetta l’esito del processo, per il quale sono stati chiamati a testimoniare anche cinque attuali o ex giocatori del Manchester City: Jack Grealish, Kyle Walker, Riyad Mahrez, John Stones e Raheem Sterling.


SIGURDSSON È SPARITO


La storia di Gylfi Sigurdsson è senza dubbio la più misteriosa delle tre: della vicenda sappiamo qualcosa sull’inizio e poco sullo sviluppo, mentre è praticamente impossibile ricostruire dove sia il centrocampista (ormai) ex Everton e nazionale islandese. Il 16 luglio 2021 il quotidiano britannico “The Mirror” lancia lo scandalo pubblicando la notizia dell’arresto di un calciatore di Premier, accusato di reati sessuali su minori. La Greater Manchester Police fornisce pochi dettagli sull’arresto, ma tramite ricostruzioni parziali ed indiscrezioni i media risalgono al club di appartenenza del soggetto (l’Everton) e alla sua età (31 anni).

La gara ad “indovina chi?” dura poco, e restringe il campo ai due calciatori classe ’89 in rosa: Fabian Delph e appunto Sigurdsson. Quando però, il 19 luglio, uno statement dei toffees annuncia la sospensione di un giocatore della prima squadra a causa di un’investigazione della polizia locale, e successivamente Delph pubblica sul suo profilo Instagram una foto dell’allenamento odierno, il cerchio si chiude. Da qui ogni possibile supposizione va affiancata da un punto interrogativo. In otto mesi infatti non viene mai pronunciato il suo nome né dal club né dagli inquirenti, dettaglio che rende ancora più grottesca la storia. Un calciatore divenuto centrale nell’Everton nonché uno degli sportivi più importanti d’Islanda sparisce dalla società nel giro di un paio di giorni.

I rumors successivi all’apertura della vicenda giudiziaria parlano di un rapporto interrotto bruscamente con la moglie e di una fuga in una località imprecisata, dove l’ormai trentaduenne aspetta ai margini della società il suo processo.

A differenza di Mendy, i canali social di Sigurdsson sono ancora attivi ma l’ex calciatore non pubblica più niente sui suoi profili dal giorno del presunto arresto. Un’altra differenza con Mendy riguarda la trattazione del caso da parte dei media e la conseguente percezione dell’opinione pubblica: se sulla storia di Mendy qualche articolo di aggiornamento è uscito negli ultimi mesi, quelli dedicati a Sigurdsson, più che notizie informative, sono interrogativi e supposizioni su una vicenda tutt’altro che chiara sin dall’inizio. L’islandese si trova quindi in un esilio volontario (altra differenza con Mendy, che è stato recluso in carcere) per un deprecabile reato che ne ha irrimediabilmente fatto a pezzi la reputazione.

Il suo nome è riapparso a fine maggio nella lista dei giocatori che si sono svincolati dall’Everton al termine della stagione; la sua figura invece è fugacemente ed involontariamente comparsa in un post Instagram di qualche tempo fa: Karolina Lea Vilhjalmsdottir (sua nipote e calciatrice dell’Islanda) ha pubblicato alcune foto della sua esperienza durante l’Europeo in Inghilterra; in uno degli scatti un uomo, barba folta ed occhiali da sole, sta sullo sfondo. È quella, a più di un anno di distanza dalla precedente, l’ultima apparizione di Sigurdsson.


IL CASO GREENWOOD


Quanto accaduto a Mason Greenwood fa impressione proprio per la rapidità con cui la stella si è spenta. Ad agosto 2021 Greenwood si appresta a vivere la stagione della consacrazione a fianco di Cristiano Ronaldo, incrociato per l’ultima volta da bambino dell’Academy (a 7 anni) prima del suo addio ai Red Devils. Nel primo mese di campionato, Greenwood ripaga la fiducia di Solskjaer trascinando uno United con talenti straripanti ma poco funzionali e segnando tre reti. Nonostante l’enorme concorrenza, anche con Rangnick si ritaglia uno spazio importante ed a fine gennaio mette la firma su un importante successo dello United sul campo del Brentford. Da allora il campo smette di parlare: il 30 gennaio, a 11 giorni dalla notte di Brentford, Harriet Robson, fidanzata del calciatore, pubblica sul proprio profilo Instagram alcuni video col volto insanguinato e successivamente foto di lividi su tutto il corpo con un’agghiacciante didascalia:

“Per tutti coloro che vogliono sapere cosa mi fa effettivamente Mason Greenwood”.

L’accusa viene raccolta dalla polizia di Manchester, che utilizza foto, video (cancellati poi dal social) ed anche un audio fatto dalla ragazza – in cui Greenwood sembra volerla obbligare con violenza a fare sesso – come prove. I giorni successivi sono una discesa in picchiata: il primo febbraio lo United comunica che il giocatore non potrà più allenarsi e giocare col club fino a nuovi sviluppi. Greenwood viene quindi bannato dall’Aon Training Complex, il centro di allenamento dello United, ed oscurato dai suoi canali; interrotte le numerose collaborazioni con sponsor (Nike su tutti) ed enti benefici, il Manchester arriva addirittura a richiedere ai tifosi che avevano acquistato la maglia di Greenwood di riportarla ad uno store ufficiale del club per cambiarla con quella di un altro giocatore. Il suo profilo Instagram da quasi 3 milioni di follower è ancora aperto ma è inattivo dallo scorso 25 gennaio, e ha perso per mesi in media 3mila followers al giorno. Come accaduto a Mendy, EA Sports l’ha cancellato da Fifa 22.

Sul web sono apparsi numerosi video di tifosi che bruciano la maglia del giocatore e da febbraio Greenwood, rilasciato su cauzione in attesa di processo, ha ingaggiato due guardie del corpo e installato un sistema di sorveglianza nella sua villa. In due settimane, il calciatore è passato dall’essere uno dei talenti più brillanti della nuova generazione dei Three Lions ad essere intrappolato in casa, a carriera praticamente conclusa, e ricevere costanti minacce di morte. Nei successivi mesi Greenwood è stato prima posto in libertà vigilata e poi ha affrontato numerosi processi, l’ultimo a metà giugno.

Anche su di lui gli aggiornamenti latitano. La brutalità degli abusi compiuti ha di fatto sgretolato l’immagine di un ragazzo di venti anni con un talento straordinario; in questo senso la reazione di tifosi ed opinione pubblica, oltre a dipendere dalla violenza delle immagini che hanno fatto il giro del mondo, va forse inquadrata proprio in un sentimento di rabbia misto alla sensazione di essere stati traditi da un classe 2001 che stava vivendo il sogno. Lo “starboy”, soprannome datogli dai media britannici, si è eclissato a soli ventuno anni; e il mondo del calcio gli ha chiuso, probabilmente in definitiva, la porta d’accesso.


Le storie di Mendy, Sigurdsson e Greenwood rappresentano così un fenomeno a cavallo tra cancel culture e damnatio memoriae. La connotazione “giuridica”, basata cioè su veri e propri crimini compiuti dai soggetti, sembra far pensare più a casi inquadrabili nella pratica della damnatio; ma lo stretto legame con l’attualità, lo spazio virtuale in cui avviene la condanna e la pulsione non solo per l’esclusione dell’accusato ma anche per la “distruzione” delle sue opere (attraverso la rimozione di ogni riferimento dalla dimensione pubblica o la necessità di bruciarne le tracce) riportano ad una deriva iconoclasta propria della cancel culture.

Si tratta di un modo per cancellare personaggi sportivi a causa soprattutto del loro ruolo “pubblico”, che ormai automaticamente ne fa dei modelli, dei riferimenti se non proprio degli influencer. E che quindi non devono più poter fare “d’esempio”.

Ma forse questa necessità di oblio, di radicale cancellazione parla anche della nostre società, incapaci di sostenere il male e abituate a fuggirlo, a rimuoverlo, a far finta che non esista; soprattutto se questo arriva da ambienti così “idealizzati” e apparentemente insospettabili come quelli sportivi. In un mondo così connesso, il quale lascia continue testimonianze del nostro passaggio, impronte digitali permanenti, un personaggio di fama mondiale può allora scomparire da un giorno all’altro: bastano alcuni semplici passaggi (l’eliminazione di un profilo, la rimozione di riferimenti ed immagini, magari il disinteresse della stampa) affinché venga cancellato dal proprio tempo, come se non ci fosse mai stato.

È il virtuale che diventa più forte del reale, e che anzi crea una nuova realtà per come vorremmo che fosse: senza più riferimenti a quella persona che, però, nella comunità (o ai suoi margini) continua ad esserci. Tutto ciò fa riflettere anche sul tema del confine, sempre più labile, tra fama ed oblio; sula velocità con cui si può passare dall’essere un privilegiato, che magari si sente intoccabile, parte di un mondo protetto e a cui tutto è concesso, al diventare un uomo comune, vulnerabile come tutti agli eventi e alla legge. Non solo condannato, ma direttamente rimosso dalla società: come se avesse tradito un patto con questa, e fosse venuto meno al suo ruolo pubblico e al suo privilegio.

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