Il calcio moderno è business, ça va sans dire, un mastodontico generatore di intrattenimento intorno al quale girano interessi economici con cifre a tanti zeri. Eppure, se si scandaglia l’atlante geografico dell’Italia di provincia, si possono scoprire oasi nelle quali la modernità non ha attecchito. Basta fermarsi sotto le Alpi Apuane, precisamente a Carrara, per averne una prova. Qui ad allenare la squadra del posto che milita in Serie C, la Carrarese, dall’estate 2017 c’è Silvio Baldini.

 

Classe 1958, personalità granitica ma schietta come il marmo della sua città, è una vecchia conoscenza del “calcio che conta”: ha allenato e lanciato giocatori che hanno poi avuto carriere prestigiose. Ed ora ha deciso di tornare laddove, a metà anni Novanta, si era consacrato a suggello di una serie di esperienze in squadre toscane di quarta o terza serie. È tornato, ma a modo suo. Lo ha fatto gratis, cioè senza prendere lo stipendio. Pochi denari, ma libertà d’azione, entusiasmo tracimante e senso d’appartenenza: Baldini si racconta nell’intervista che segue.

 

 

Cosa l’ha spinta a fare questa scelta?

Il calcio è ormai infestato di dirigenti che, a mio avviso, nella maggior parte dei casi sono incompetenti e pensano solo al proprio tornaconto. Di avere a che fare con certe persone mi ero stancato, così ho deciso di fare una scelta radicale. Siccome mi era arrivata una chiamata dalla squadra della città vicina a dove vivo, ho proposto alla presidenza di allenare gratis a patto che venissi messo nelle condizioni di essere libero, cioè di non avere a che fare con dirigenti e di rispondere del mio operato solo a me stesso.

 

Dopo un anno e mezzo qual è il suo bilancio su questa esperienza?

Faccio il calcio in cui credo, sono libero di farlo e vengo accettato dalla società con i miei pregi e i miei difetti. Certo non ho la pretesa di cambiare questo mondo, che resta pieno di persone ignoranti, ma mi sono creato la mia isola felice.

 

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Silvio è tornato nella sua città offrendo la sua professionalità in cambio di nulla (Foto The Underappreciated Mind)

 

I calciatori della Carrarese come vivono la sua condizione anomala di allenatore senza ingaggio?

Loro pensano a giocare, non sono condizionati dal fatto che io prenda o meno l’ingaggio. Piuttosto, sanno che io ho una certa autonomia e che devono corrispondere direttamente a me della loro professionalità.

 

Come ha convinto due calciatori che si sono espressi ad alti livelli come Maccarone e Tavano a seguirla in questa avventura a Carrara?

Li ho avuti in squadra ad Empoli quando erano due ragazzini nemmeno ventenni. Sono stato un allenatore importante per la loro crescita, perciò siamo sempre rimasti in contatto. Ora che sono giunti a fine carriera, hanno accettato di sposare questo mio progetto, mi conoscono e sanno che non faccio scelte di formazione in base all’età dei calciatori: se loro corrono giocano, se non corrono giocano altri. Ma non lo fanno gratis, prendono uno stipendio proporzionato alla categoria.

 

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Senza soldi, ma libero (Fox Sports)

 

Le manca la serie A?

Il calcio che conta ti dà delle emozioni indescrivibili. Penso al ritorno delle semifinali di Champions League; il Liverpool ha fatto un’impresa che resterà nella storia, ha rimontato tre gol al Barcellona senza avere in campo i suoi migliori giocatori: Firmino e Salah. La gratificazione che hanno provato i calciatori, i dirigenti, i tifosi è qualcosa di impagabile e di impareggiabile: lo si può vivere nel grande calcio. Invidio chi ha potuto provare certe emozioni.

 

Ma anche il calcio di provincia regala emozioni grandi: penso magari a una promozione della Carrarese in Serie B…

È vero. Infatti il mio sogno sarebbe portare la Carrarese in Serie B e poi in Serie A. Io ce la sto mettendo tutta, quest’anno abbiamo fatto il record storico di punti della squadra, ma oltre all’entusiasmo e alla professionalità, contano i soldi. Quest’anno il campionato lo ha vinto l’Entella che ha speso quasi nove milioni, mentre noi ne abbiamo speso uno e sei. Eppure all’ultima di campionato ci abbiamo perso in trasferta con un gol segnato al 94esimo minuto…

 

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Assieme ad un più giovane Rolando Maran ai tempi del Chievo (Foto L’Arena)

 

È l’ennesima dimostrazione che il calcio talvolta è imponderabile…

A noi per vincere serve un’annata di grazia, in cui tutto ‘ti capita a puntino’. E invece quest’anno abbiamo avuto diversi infortuni importanti che hanno condizionato il nostro cammino. Ma non demordiamo: ogni anno ci armiamo della nostra passione per andare a cercare questo prodigio.

 

Oltre alla passione, all’entusiasmo, alla professionalità, quanto è importante anche il senso d’appartenenza per raggiungere ciò che chiama prodigio?

È fondamentale. Però i calciatori sanno di essere quasi sempre solo di passaggio. Sanno che i loro procuratori lavorano per ‘piazzarli’ altrove, altrimenti non guadagnano. E questo fa sfumare il senso d’appartenenza. Se invece, al contrario, sapessero di dover rimanere a lungo in una stessa società, a mio avviso le loro prestazioni migliorerebbero di un 20-30 per cento in più.

 

Sempre trasportato da un grande animo, anche in quel celebre episodio del 2007

 

Sotto questo aspetto, quello dell’identità, quanto è cambiato il calcio?

Più soldi girano nel calcio, più ci sono movimenti di calciatori. Una volta era diverso, perché non c’erano i procuratori a gestire questi talenti e dunque decidevano le società. I calciatori rimanevano più tempo nella stessa squadra e si identificavano maggiormente con quella realtà.

 

Questo rendeva più forte anche il legame con la tifoseria…

Ovvio. Oggi ci sono calciatori che baciano lo maglia e poi magari l’anno dopo te li trovi avversari: sono delle farse, sarebbe bene che ognuno facesse il suo senza fare sceneggiate per accattivarsi le simpatie dei tifosi. Ritiratosi Totti, oggi l’ultimo esempio di appartenenza è quello di De Rossi, che è sempre voluto rimare alla Roma: lui sì che può baciare la maglia.

 

Come spiega il calo del calcio italiano negli ultimi anni?

Troppi calciatori stranieri. Di bravi ce n’è il 10 per cento, il resto fa muovere i soldi e non fa crescere il movimento calcistico italiano. E poi c’è un problema sociale: oggi i nostri ragazzi alla prima difficoltà mollano, perché non vengono più dalla strada, non sono abituati alle difficoltà, vanno all’allenamento con la merendina e il telefonino. Al contrario, molti giovani calciatori extracomunitari sono più avvezzi a lottare, e questo per emergere è un requisito determinante.

 

Il 2003, quando allenava l’Empoli, in un match contro il Milan (Photo by Grazia Neri/Getty Images)

 

Cosa pensa dell’ipotesi di creare una Superlega tra le maggiori squadre europee? Le società più piccole protestano perché ciò – denunciano – andrebbe a stravolgere i campionati nazionali…

Prima o poi la fanno, è la legge dei potenti, quindi del mercato. E allora che i grandi club vadano pure a fare la Superlega, il calcio però resterà sempre del popolo, del tifoso, dell’operaio. Ha grande fascino assistere a uno Juventus-Real Madrid certo, ma non bisogna sottovalutare nemmeno l’importanza di uno Juventus-Frosinone, perché parla della nostra cultura, delle nostre radici, della nostra tradizione. Così come sono un’espressione importante del nostro territorio i derby, gli scontri tra squadre di provincia: servono a farci capire da dove veniamo, dunque chi siamo. Il calcio è identità, che non è qualcosa di virtuale ma è reale, la si vive in prima persona.

 

In una recente intervista, Antonio Conte ha confidato che fu lei a consigliargli, anni fa, di proporsi come allenatore della Juventus…

Non voglio farmi pubblicità per questo episodio. Lui è un amico, quel mio suggerimento nasce da una storia particolare che Conte conosce ed è importante che la conosca solo lui. La questione è bene che rimanga fra me e lui.

 

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La recente visita di Antonio Conte al suo amico (Foto La Voce Apuana)

 

Lei si proporrebbe oggi a una società di Serie A, anche prestigiosa? Penso alla Roma, che sarebbe alla ricerca di un nuovo allenatore…

Ovunque mi andassi a proporre, riceverei un rifiuto. Del resto non ho una storia così importante, ognuno raccoglie ciò che ha seminato. Però una cosa me lasci dire….

 

Prego…

Che è più facile allenare la Roma che una squadra di Serie C: con calciatori di qualità superiore, è più facile vedere realizzata la propria idea di calcio.

 


 

Ma è più difficile realizzare la propria ‘isola felice’, quella che Silvio Baldini ha realizzato a Carrara, fatta di autonomia decisionale, passione e identità. Anche se senza soldi.