Una lettura diversa del mito dell'american way of life.
Il 21 dicembre 1935, esattamente novant’anni orsono, nell’Illinois nasceva John Guilbert Avildsen. Regista, montatore e direttore della fotografia, deve la sua notorietà a due pellicole che hanno, a loro modo, contribuito a plasmare un immaginario generazionale sugli Stati Uniti e sull’Occidente: Karate Kid e, soprattutto, Rocky.
È il 1976 quando Avildsen mette davanti alla cinepresa la storia di un pugile d’origine italiana, figlio dei bassifondi di Filadelfia, che percorre meticolosamente il mito dell’American way of life. Attraverso la fusione di valori come perseveranza, patriottismo e intraprendenza, Rocky riesce infatti a cogliere le opportunità offerte oltreoceano per elevarsi da una condizione d’indigenza e raggiungere il successo. Per il personaggio di Rocky Balboa Stallone si ispira a Charles “Chuck” Wepner, un pugile newyorkese di discreta fama, ricordato dagli appassionati dei guantoni per aver resistito per ben quindici riprese ai colpi inferti dal campione Muhammed Alì.
È proprio questa avvincente sfida che spinge lo stesso Stallone a scrivere in soli tre giorni l’epopea del “suo” Rocky, che come Wepner con Alì tiene testa al fuoriclasse Apollo Creed. Non è soltanto un film sportivo, ma una vera icona pop, capace di lanciare come star di Hollywood un Sylvester Stallone all’epoca semi-sconosciuto. La popolarità della pellicola diventa presto planetaria e nel 1977 – stesso anno d’uscita nelle sale italiane – conquista tre statuette dell’Oscar: oltre a quella di Miglior Film, anche quelle di Miglior Regia e Miglior Montaggio.
Eppure la critica nei confronti di Rocky non è stata sempre e solo rose e fiori. La pellicola ha spesso ricevuto stroncature da una cultura liberal che reputa la forza fisica inconciliabile con l’intelletto. Rocky va però visto da una prospettiva diversa. Pochi tra i protagonisti di Hollywood incarnano meglio di Stallone in versione pugile i princìpi eterni del cavaliere medievale. Rocky, d’altronde, è l’eroe che lotta, che si sacrifica e che conosce anche l’etica della sconfitta. È l’uomo che si esalta nel suo ruolo, deciso e al tempo stesso affettuoso, di pater familias.
È l’allievo che rispetta le gerarchie e l’anzianità, che sa commuoversi senza vergognarsene. Ma è soprattutto il combattente che, prima di salire sul ring, si inginocchia davanti a Dio. Lo fa nello spogliatoio, accappatoio addosso, poggiandosi su un lavandino adibito ad altarino fortuito. Nel corso della saga di Rocky – perché al primo film ne seguiranno altri tre diretti dallo stesso Stallone e l’ultimo che sancirà la chiusura di un cerchio con il ritorno alla regia di Avildsen – questa immagine di devozione si ripete spesso, insistentemente, è dunque una precisa scelta artistica di dare risalto alla fede del protagonista. Non un dettaglio, ma un aspetto sostanziale.
Prima del match, Rocky si precipita sgommando a bordo della sua auto sotto la finestra di padre Carmine, che è un amico, una sorta di sua guida spirituale. Lo fa affacciare rapidamente, mentre in sottofondo suonano le campane della chiesa, per farsi benedire. Si toglie il berretto e si segna con la croce. E poi, ancora, nel secondo episodio Rocky viene raggiunto dal suo allenatore Mickey mentre è raccolto in preghiera in una splendida cappella. Sì, certo, è pur sempre una saga con diversi elementi discutibili – grossolana dal punto di vista pugilistico, caricaturale nei suoi intenti di propaganda politica, stilisticamente eccentrica – ma la rappresentazione autentica di Rocky è molto più profonda della macchietta che in modo superficiale gli viene sovente attribuita.
Non un picchiatore tutto muscoli e poco cervello, bensì un combattente dallo spirito magnanimo, un uomo che sa pronunciare parole nobili:
«Forte non è colui che non va al tappeto, ma colui che una volta andato al tappeto ha la forza di rialzarsi».
In un’epoca come la nostra, infarcita di tracotanza culturale woke, ben vengano film che invitano, per parafrasare un vecchio adagio, “a custodire il fuoco della Tradizione”.