Calcio
16 Dicembre 2022

Sinisa Mihajlovic, amabile guerriero

La tua vita ci ha spiegato cos’è la guerra, la tua morte ci ha ricordato che cosa significa l’amore.

Siniša Mihajlovic è stato varie cose, tutte al loro massimo grado. Nato jugoslavo e morto da serbo, nato calciatore e morto allenatore, nato soldato e morto pacificatore. Ma lo è stato sempre e solo con una stella polare a fargli da guida, una stella polare che si basava su pochi ma autentici concetti. Onore, fedeltà, rispetto.

Che avesse personalità, quel bambino che coltivava il suo sogno nella piccola Borovo, si era capito subito. Si svegliava alle 6 di mattina e col pallone preso da suo padre dai polacchi al mercato delle pulci si metteva a calciare sulla serranda del garage davanti casa, senza neanche far rimbalzare la palla. Il vicino, il signor Dragan, lavora al turno notturno nell’immenso stabilimento della Bata di Borovo, e vorrebbe legittimamente dormire. Ma il bambino non vuole sentire ragioni. Pensa almeno di farsi promettere da Siniša che da grande avrebbe giocato nel Partizan, la sua squadra, ma nulla da fare:

«No signor Dragan, io sono tifoso della Stella Rossa e giocherò là».

Detto fatto. S’impone subito. Segna nella semifinale di Coppa Campioni del 1991 contro il Bayern, e dimostra ancora una volta di che pasta è fatto rifiutando assieme ad altri compagni un premio a perdere da parte del patron del Marsiglia per la finale: «se vinciamo restiamo nella storia, se perdiamo siamo giovani e ci rifaremo». Calcia e segna uno dei rigori finali, alzando al cielo l’unica Coppa dei Campioni conquistata da una squadra balcanica. Figuriamoci poi se uno così può rinnegare le amicizie, anche se fossero le più scomode. E come potrebbe? Come avrebbe mai potuto non ricordarsi di Željko Ražnatović, al secolo il comandante Arkan.



Che il celebre striscione in suo onore l’avesse davvero commissionato lui o no (l’ha sempre negato, pur ammettendo di sapere cosa avessero programmato gli Irriducibili), poco importa. Non si può rinnegare il liberatore di casa tua, colui che ha salvato la tua famiglia e i tuoi amici dalla follia di una guerra fratricida. Perché anche se è vero che in una guerra, specie se civile, non esistono buoni e cattivi ma solo noi e loro, è grazie ad Arkan che Siniša può salvare suo zio (che sosteneva di voler “scannare come un porco” Mihajlović senior), appena catturato a Vukovar.

Le tigri trovano il numero di Siniša nell’agenda dello zio, e hanno la compiacenza di chiamarlo. «È mio zio». Tanto basta per scampare all’esecuzione. La scamperanno anche i suoi genitori, sfrattati da casa a suon di bombe a mano da Stipe, miglior amico di Siniša, croato. I due si riappacificheranno nell’ottobre 1999, allo Sheraton di Zagabria. «Siniša, mi avevano costretto a buttare giù casa tua perché sapevano della nostra amicizia. Avevo due opzioni: farlo mentre era vuota o con i tuoi dentro. Per fortuna sono riuscito a mandarli via.

Non ti chiedo di capire, solo di perdonarmi».

La guerra gli portò anche ferite sportive. Impossibile accettare la vile esclusione jugoslava da Euro ’92 imposta dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per rimpatriarli arriva l’aereo di capitan Popov, pilota che durante il conflitto faceva la spola Sarajevo-Belgrado con un aereo di linea riadattato al trasporto di persone e feriti. Siniša viaggia accanto a lui in cabina di pilotaggio. A mezzanotte parte l’embargo ed è tassativo atterrare in territorio serbo, ma poco prima di quell’ora sono ancora nei cieli ungheresi, e Popov ignora i richiami radio che gli ordinano di atterrare. Si alzano due Mig, affiancano l’aereo della federazione e fanno segno di portare giù l’aereo.


Popov dice no, non può permettere che l’aereo venga sequestrato assieme all’intera nazionale jugoslava. Passano minuti di puro terrore, i Mig volano vicinissimi, ma riescono ad atterrare in Serbia. Popov morirà suicida, e Siniša perde l’occasione di vincere qualcosa con la sua Nazionale. Cosa volete che siano, a questo punto, lo scambio di offese a sfondo razzista con Vieira, o lo sputo a Mutu. Scemenze in confronto a quando, nello stesso periodo, tornava a casa dagli allenamenti, vedeva gli aerei Nato in tv partire da Aviano, e aveva giusto il tempo di intimare ai genitori di andare nei rifugi antiaerei – e poi non sentirli per nove o dieci giorni, senza sapere se fossero sopravvissuti.

Gente tosta, i suoi. Per sua madre Viktorija «se sei nei guai, colpisci per primo».

Concetto assimilato e sbattuto in faccia al mondo intero rivelando la malattia, e presentandosi in panchina a tempo record, per ricordare a tutti che mostrarsi deboli non è grave, ma rifiutarsi di combattere è intollerabile. Non sappiamo e non vogliamo sapere come ha vissuto intimamente gli ultimi mesi. Sappiamo però, per sua ammissione, che la malattia l’ha portato a essere più espressivo verso i suoi familiari, proprio per mitigare quella scorza dura e ai limiti dell’anaffettività che aveva ricevuto in eredità dalla Jugoslavia di metà Novecento.

E non era affatto scontato. Perché, quando nel novembre 1991 rientrò a casa dopo che Arkan prese Vukovar, poté tornare a Borovo. Davanti casa sua incontrò due bambini sui dieci anni con un mitra in mano. Sorrisero appena disse loro chi fosse, e gli occhi da uomini tristi e consumati in quei corpi di piccoli miliziani tormentarono i suoi sogni per molto tempo, tanto che per venticinque lunghi anni non riuscì a tornare a Borovo. Cose che spezzano l’anima, in modo irreversibile. Eppure, nonostante tutto, trovò la forza per assimilare quel dolore e non farsi travolgere da esso.

Ognuno di noi ha le sue idee sulla morte e su come onorare la memoria dei propri cari e più in generale di qualsiasi persona che ci ha arricchito, anche se conosciuta soltanto dai gradoni di uno stadio o attraverso la tv. Si dice, e chi scrive pensa sia pura verità, che il modo migliore di ricordare coloro che abbiamo amato sia quello di vivere attuando quello che abbiamo appreso da loro. La straordinaria esistenza di Siniša Mihajlović ci ha insegnato che c’è un tempo per  combattere e un tempo per capire. Ci ha insegnato che c’è un tempo per gioire e un altro per soffrire. Ci ha insegnato che la vita può riservare tante cose, e che la passione con cui le affrontiamo dice molto, anzi tutto, di quello che siamo. E quindi buon viaggio, Siniša. Se la tua vita ci ha spiegato cos’è la guerra, la tua morte ci ha ricordato che cosa significa l’amore.

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