Lo sport, così come la vita, spesso non ha il più classico dei lieto fine. Anzi può essere addirittura crudele, basta vedere l’esito della finale di ieri nell’All England Club in cui il numero 1 del mondo, Novak Djokovic, ha piegato dopo cinque ore il padrone di casa acquisito Roger Federer. Partiamo da qui allora, per poi rendere il meritato onore al campione serbo e, ancor prima, metterci nei suoi panni. Federer fra circa tre settimane compirà 38 anni, ed aveva giocato un torneo da maestro fino a sconfiggere in semifinale la nemesi di sempre, Rafa Nadal.

 

Colui che a Wimbledon lo aveva letteralmente spodestato nel 2008, lo stesso che durante la carriera conduceva agevolmente la sfida negli Head to Head, gli scontri diretti per essere più chiari, che vedevano lo spagnolo avanti per 24-15 (da venerdì sera 24-16). Questa per molti parvenu del tennis, come durante Wimbledon ogni anno ne escono fuori a migliaia, era la vera finale anticipata: Federer v Nadal, la grande rivalità di sempre, la sfida eterna tra i due tennisti più mediatici del pianeta, la storia su cui in futuro qualcuno costruirà un film sulla scia di Borg McEnroe, pellicola del 2017.

 

L’abbraccio tra Roger e Rafa: avversari sul campo, amici fuori (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Peccato che dall’altra parte del tabellone ci fosse l’attuale numero 1 del mondo Novak Djokovic. La finale l’abbiamo vista tutti, non serve qui una cronaca pulciosa che dia risalto a colpi meravigliosi, tenuta nervosa, cali, risalite e momenti cruciali. Vorremmo invece per un attimo metterci negli scomodi panni del brutto anatraccolo, del terzo incomodo che così viene visto anche da Federer e Nadal (tanto rivali sul campo quanto “amici” fuori). Nole è sopportato con grande fatica sia da Roger che da Rafa: d’altronde tra due grandi avversari, tra i due migliori del mondo, alla fine si crea un tacito quanto enorme rispetto. Discorso diverso per il nuovo arrivato, un “giovane” serbo che si affaccia prepotente sulla scena con l’obiettivo di spezzare il dominio a due, e che anzi rinsalda il legame tra lo svizzero e il maiorchino.

“Avere gli spettatori dalla tua parte aiuta, ma se non è così devi trovare il modo di superare la difficoltà. Quando la folla gridava “Roger” io sentivo “Novak”. È allenamento mentale… e poi Roger e Novak sono simili!”

Non è un caso che Nole si sia espresso così nella conferenza stampa post-partita, manifestando un demone che lo tormenta da sempre: malgrado lui non solo abbia spezzato il duopolio ma abbia imposto, da quando è diventato il vero Djokovic, una monarchia assoluta nel mondo del tennis, ebbene questo non è stato sufficiente per fare breccia nel cuore del pubblico. Avoglia a imitazioni, dichiarazioni sempre più politicamente corrette, cuori mandati al pubblico dopo ogni match, vittorie su vittorie ottenute in giro per il mondo.

“Per me Djokovic è già il miglior difensore della storia e ha fatto molti progressi anche nel suo gioco offensivo. Se non avrà infortuni dominerà il tennis per molti anni. Anche se per me non ha la dimensione di enormi campioni come Federer e Nadal. Nole può diventare un giorno il migliore di tutti i tempi, se continua ad essere regolare e se migliora sempre più, ormai è una macchina. Inoltre, ha una grande personalità e molto carisma; è un ambasciatore perfetto per questo sport” (John McEnroe nel 2016, ma di simili dichiarazioni se ne potrebbero trovare a centinaia: bravissimo Nole, anche se…)

Questa è la più grave sconfitta e anzi la più grande condanna di Novak Djokovic e perciò, come lui stesso ha dichiarato, sogna di infrangere record su record per prendersi sul campo le sue rivincite (primi fra tutti il numero di Slam vinti, per ora Roger sta a 20, Rafa a 18 e Nole a 16, e poi il numero di settimane da numero 1 del mondo, e anche qui insegue lo svizzero).

 

Solo così potrà ottenere anche lui una parte nel film, che magari diventerà “Roger-Rafa-Nole” (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

 

Il classico urlo di Djokovic è volontà di potenza allo stato puro, è un modo per dire al mondo, forte e chiaro: “Io esisto, e anzi sono il migliore”. Per questo, nelle dichiarazioni rilasciate a caldo finita la battaglia, ha parlato di Federer come uno dei più grandi di tutti i tempi. Nadal al suo posto, soprattutto a Wimbledon, casa dello svizzero, avrebbe certamente parlato di Roger come del migliore: più volte lo ha fatto, malgrado gli scontri diretti favorevoli, e anche per questo probabilmente Federer lo rispetta così tanto.

 

Novak invece no, lui è convinto di essere il numero 1 e vorrebbe farlo capire a tutti. Ma qui dobbiamo essere onesti: certo Federer è Federer, non gioca a tennis ma è il Tennis, è nato per questo sport ed è il più grande talento di tutti i tempi. Mettiamoci oggi però nei panni del vincitore, sconfitto dalla critica: dal 2011 – ovvero da quando ha scoperto l’intolleranza alimentare che lo tormentava e, dunque, da quando ha fatto il definitivo salto di qualità su tenuta fisica e mentale – Novak ha letteralmente dominato.

 

Da allora con Roger ha vinto 21 incontri su 30, con Rafa 21 su 31: statistiche oggettivamente impressionanti, senza parlare del numero di tornei vinti (Djokovic tra l’altro è l’unico ad aver trionfato in tutti gli Slam e in tutti i Master 1000), o delle settimane da numero uno del mondo.

 

Stavolta niente urlo per festeggiare, solo un volto che tradisce tutta la pressione di avercela fatta contro Roger, contro il pubblico, contro la storia in cammino e anche contro il lieto fine (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Oggi allora Nole merita almeno uno sforzo di immedesimazione da parte nostra: perché stamattina è ancora l’antagonista – ruolo che reciterà per altri anni -, il numero uno più solo della storia del tennis, il terzo incomodo in un copione che era stato scritto per due ed è invece diventato per tre (con l’ultimo arrivato che, in fin dei conti, sul campo era il più forte).

 

Certo non c’è stata la giusta conclusione, e Roger avrebbe strameritato l’ennesimo trofeo nei verdi prati della regina, soprattutto a questa età e con questo tennis, ma noi oggi vogliamo rendere merito a Novak Djokovic perché ci ha dato una lezione: nella vita reale spesso non c’è il lieto fine, e magari anche l’antagonista ribolle di solitudine e sentimenti.