Papelitos
06 Febbraio 2021

Il ministro dello sport che non conosceva lo sport

Spadafora si è dimesso nel peggiore dei modi.

Il ministro Spadafora si è congedato a modo suo. Una gaffe che chiude i diciassette mesi più difficili dello sport nazionale: «Per molti anni avevo seguito le questioni relative ai diritti dell’infanzia e dei giovani, è sempre stato il centro del mio impegno. Non conoscevo invece il mondo dello sport, al quale mi sono avvicinato con curiosità, rispetto e attenzione», ha scritto su Facebook nel post di commiato da capo del dicastero. A guidare la nave nel pieno della tempesta è stato proprio lui, Vincenzo Spadafora, il ministro dello sport che non conosceva lo sport.

 

 

Le parole di Spadafora sono goffe e ingiustificabili. Questa non vuole essere una critica politica bensì un’amara constatazione della realtà che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Spadafora confessa di essersi ritrovato, a sua insaputa, a ricoprire la massima carica sportiva nazionale nel momento più drammatico dello sport italiano. Avrebbe dunque dovuto traghettare la nave lontano dalla tempesta senza specifiche conoscenze di base. Lui, Vincenzo Spadafora, il cui curriculum racconta di un grande impegno nel terzo settore ma nessuna esperienza nel campo sportivo.

 

Ma non scopriamo certo oggi come lo sport venga considerato dalla politica, ormai incapace, da sinistra a destra, di “visione” e di piani a medio-lungo termine.

 

Lo sport è un volano economico e sociale per il Paese. Le attività sportive rappresentano il futuro per tante generazioni. Senza sport non c’è futuro. Lo sport è un termometro sociale in quanto raccoglie tutto quello che la società (in meglio o in peggio) è in grado di offrire.

 

Ma Spadafora non conosceva tutto questo. Si è trovato, inconsapevolmente, a ricoprire il ruolo cardine nella crisi pandemica che si è abbattuta come un uragano su un sistema già fragile e indebolito. «Siamo entrati in una fase drammatica, – ha scritto Spadafora – abbiamo dovuto prendere decisioni dolorose e dalle conseguenze gravi ma inevitabili, a partire dalle chiusure».

 

 

Nel pieno del lockdown l’ex ministro ha più volte eretto un muro dinanzi a Gravina e Dal Pino per la ripartenza della Serie A, vero e proprio traino di tutto il movimento calcistico. «Il Paese ha cose più importanti a cui pensare». Vero. Ma Spadafora ha innalzato una barriera demagogica dietro la quale nascondere la propria inconsapevolezza.

 

Spadafora nel pallone (foto di Claudio Villa/Getty Images)

 

 

L’addio di Spadafora, seguito alla crisi in cui è incappato il governo Conte bis, arriva appena dopo il tanto discusso decreto legge sull’autonomia del Coni. Un blitz, quello dell’esecutivo, che ha evitato una figuraccia internazionale. Il Cio minacciava di cancellare inno e bandiera ai prossimi giochi olimpici di Tokyo se il governo italiano non avesse approvato il decreto entro il 27 gennaio, data in cui era fissata la riunione del Comitato Olimpico Internazionale. Un salvataggio in extremis, nel Consiglio dei Ministri di scena il 26 gennaio scorso: «All’ultimo secondo dei tempi supplementari», come ha evidenziato il presidente del Coni Malagò. Spadafora aveva così liquidato la grave crisi diplomatica con il Cio:

 

«Per la lunga e gloriosa storia sportiva e democratica del nostro Paese era improbabile che l’Italia venisse così duramente sanzionata già domani».

 

Non è questo nemmeno un giudizio sull’operato di Spadafora. Ad onor di cronaca, va riportato il suo impegno per i ristori ai lavoratori sportivi messi in ginocchio dall’emergenza Covid. Una luce che si è accesa per la prima volta su un mondo che pareva sommerso. Ma la sua ammissione all’ultimo giro di giostra, ingenua e spontanea, lascia un grande interrogativo.

 

 

La confessione di Spadafora conferma, in sostanza, la superficialità e la leggerezza con la quale spesso vengono assegnati incarichi politici relativi allo sport. Come se quello sportivo fosse un mondo relegato al mero intrattenimento e al conseguimento di obiettivi meno strategici rispetto ad altri settori. Lo sport non sarà l’economia o la sanità, ma è una costellazione di enti, società e lavoratori che offrono un contributo preziosissimo al sistema Paese; di più, un settore culturalmente strategico e indispensabile per il Paese. Un mondo che merita impegno, rispetto, visione. E conoscenza. Arrivederci, ministro.

 

 

 

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Luca Pulsoni

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